Roma
Bernini e i Barberini è il titolo della importante mostra, a cura di Andrea Bacchi e Maurizia Cicconi, da poco aperta presso le Gallerie Nazionali d’Arte Antica di Palazzo Barberini in Roma (catalogo Allemandi, fino al 14 giugno), con un efficace allestimento di Panstudio architetti associati, segnando un punto fermo nella recente storia delle esposizioni sull’età barocca e sui suoi protagonisti assoluti.
La tesi della mostra è lineare e complessa insieme: il dotto cardinale Maffeo Barberini, eletto Papa col nome di Urbano VIII nel 1623, individuò da subito in Gian Lorenzo Bernini l’artista che avrebbe potuto tracciare e realizzare le linee guida della produzione artistica sotto il suo pontificato, alla vera e propria conquista di un nuovo mondo della creazione architettonica, scultorea e pittorica, aggregando intorno a sé i più grandi ingegni attivi nelle arti figurative ma anche nei campi della letteratura, del teatro, della musica, delle feste popolari e della mondanità (ar…
Roma
Bernini e i Barberini è il titolo della importante mostra, a cura di Andrea Bacchi e Maurizia Cicconi, da poco aperta presso le Gallerie Nazionali d’Arte Antica di Palazzo Barberini in Roma (catalogo Allemandi, fino al 14 giugno), con un efficace allestimento di Panstudio architetti associati, segnando un punto fermo nella recente storia delle esposizioni sull’età barocca e sui suoi protagonisti assoluti.
La tesi della mostra è lineare e complessa insieme: il dotto cardinale Maffeo Barberini, eletto Papa col nome di Urbano VIII nel 1623, individuò da subito in Gian Lorenzo Bernini l’artista che avrebbe potuto tracciare e realizzare le linee guida della produzione artistica sotto il suo pontificato, alla vera e propria conquista di un nuovo mondo della creazione architettonica, scultorea e pittorica, aggregando intorno a sé i più grandi ingegni attivi nelle arti figurative ma anche nei campi della letteratura, del teatro, della musica, delle feste popolari e della mondanità (arti a tutti gli effetti nella mentalità del tempo).
Gian Lorenzo Bernini: Thomas Baker (1638)
Il Papa nel 1623 aveva cinquantacinque anni. Bernini trenta di meno, ma già con una carriera clamorosa alle spalle. Il pontefice conosceva bene gli strepitosi capolavori realizzati o in corso di realizzazione dal giovanissimo scultore, specie il superbo gruppo di Plutone e Proserpina, gagliarda apoteosi estetica della violenza dello stupro, suprema manifestazione artistica di torbidi stati d’animo, eletta cultura e formidabile tecnica che sarebbero ricomparsi di lì a poco nell’altro sommo gruppo scultoreo di Apollo e Dafne per il cardinale Borghese, una cosa da far paura tanto è bello così che lo stesso Maffeo tese a proporne una possibile lettura mitigata da eccessi.
Insomma, il giovane Bernini veniva “assunto” dal Papa neoeletto come nuovo Michelangelo incaricato di rimediare ai danni che Carlo Maderno, l’architetto di San Pietro, aveva – a giudizio del Barberini – provocato al progetto a pianta centrale originario e meraviglioso di Michelangelo annichilito dall’immane navata imposta dal Maderno stesso. Ma come?
La mostra ci indica la risposta e ruota tutta intorno a questa tesi con dovizia di materiali informativi, opere d’arte eccelse, documenti d’epoca chiarificatori. Bernini avrebbe dunque restituito a Michelangelo quello che gli spettava. Ma facendo tutt’altro e in tutt’altro e superiore modo. Urbano VIII vedeva in Bernini un prodigioso scultore, ma versato in tutte le arti, ed era communis opinio anche se alcuni conoscitori sospettavano e sospettano che il giovanissimo genio, figlio d’arte e oggettivamente superdotato, fosse anche superdotato di astuzia, prepotenza, attitudine alla sopraffazione e alla prevaricazione persino con i più stretti collaboratori, amici e tecnici specializzati, come i fonditori in bronzo indispensabili per assistere e dare corpo alla sua impetuosa creatività. E qui casca l’asino perché era per Urbano indiscutibile che Bernini, Michelangelo novello, fosse anche il più grande degli architetti e il più abile dei pittori, con l’obiettivo però di incaricarlo di costruire in primis l’immenso e spettacolare Baldacchino sulla tomba dell’apostolo Pietro, e collateralmente di affrescare la Loggia delle Benedizioni della basilica e provvedere a ogni aspetto degli arredi e degli apparati scultorei monumentali. Tutto grande, enorme ma, stando alle informazioni che la mostra ci procura, contro il pensiero dei responsabili della Fabbrica di San Pietro, tutt’altro che convinti della fatale necessità assoluta di concentrare il potere nelle mani di uno solo. Chiesero al Papa di procedere con regolare gara e, guarda caso, non se ne fece niente.
L’incarico fu dato direttamente e oggi ne vediamo i risultati, eccelsi indubbiamente, ma gravati anche da vicende problematiche e inquietanti. La mostra ci racconta, dunque, Bernini al tempo del Baldacchino ma anche immediatamente prima e immediatamente dopo la scomparsa di Urbano VIII nel 1644, portandoci davanti a opere meravigliose e sconcertanti tra cui, a parer mio supremo, il busto di Paolo V Borghese del Getty Museum o lo stupefacente gruppo scultoreo di Adamo, Eva e il serpente del Louvre.
In catalogo sono da studiare i due cospicui saggi di Andrea Bacchi sulla scultura berniniana e di Tomaso Montanari sulla pittura. Raramente, poi, si è letto un saggio più illuminante sulla storia di Palazzo Barberini di quello di Joseph Connors. Rammentando ancora come una parte decisiva della mostra sia dedicata ai busti e quindi alla problematica del ritratto, va segnalato il contributo di Karen J. Lloyd; mentre introduce come meglio non si potrebbe alla piena comprensione della cultura barberiniana il testo di Sergio Taddei e Beatrice Tomei.
Ma poi tutto ruota intorno alla storia del Baldacchino ripercorsa magistralmente in catalogo nei molteplici aspetti, nei contributi di Maurizia Cicconi e Louise Rice, nonché, sulle metodologie e tecniche delle fusioni in bronzo, da Alberto Capitanucci e Vitale Zanchettin e da Evonne Levy; per non dimenticare il pezzo di Stefano Pierguidi sui concreti rapporti tra pittori e scultori nell’epoca berniniana.