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Al Doum & the Faryds.Spiriti nomadi fra trance e visioni

Al Doum & the Faryds.Spiriti nomadi fra trance e visioni

Dodici musicisti, tre batterie, nessuna canzone.“Ipnagogico” è un viaggio nella zona liminale tra veglia e sonno, tra Folk Magic Band e Don Cherry, fiati lisergici e percussioni rituali
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Hýpnos, dio del sonno, figlio di Erebo e "agogos", colui che conduce: ipnagogico è lo stato fluttuante della coscienza prima del sonno, quello in cui possono prodursi allucinazioni. Non a caso questo disco si intitola così. Non canzoni ma lunghe séance tra free form e spiritual jazz secondo l'eredità della Folk Magic Band nata a Roma agli inizi degli anni 70 al Folk Studio, un ensemble di 17 elementi che a sua volta faceva riferimento al Don Cherry dell'Organic Music Society e al free jazz spirituale di Pharoah Sanders. Bisogna rendere omaggio all'etichetta Black Sweat Records per aver ripubblicato di recente sia l'unico album omonimo della Folk Magic Band che Om Shanti Om di Cherry, registrazione effettuata dalla RAI nel 1976 per la tv italiana, rimasta nei cassetti quasi 50 anni. Al Doum & The Faryds è un gruppo fluido che per questo album cita dodici elementi tra cui tre percussionisti, tre al sax e tre vocalist. Il nome deriva da una palma i cui frutti sono usati in pratiche rituali e medicinali mentre Faryds sta a indicare un gruppo di anime nomadi. Una copertina splendida di Eleusi mostra la vocazione sciamanico-rituale della band: mondo vegetale, animale ed esseri umani alla ricerca di un'utopia.

L'architettura del disco è elegante nella sua asimmetria. Tre nuclei — Arise, Money, Utopia — ciascuno diviso in due movimenti, con Borracho e Party Cells a fare da corridoi di passaggio tra le stanze. È un'idea strutturale che funziona come un flusso naturale.

Fiati e voci che si intrecciano in Arise I con una grazia che non ti aspetti da una macchina così grande, dodici persone che suonano insieme. Felicemente. Borracho è il momento in cui ci si abbandona completamente a un latin funk irresistibile. Money I abbassa la temperatura con una vena quasi spiritual, Money II la rialza con chitarre wah wah lisergiche che restano tra i picchi sonori del disco. Ma conta anche il messaggio: dai Pink Floyd a oggi non solo non è cambiato nulla ma il mondo si è avviato verso la follia.

Le voci non cantano nel senso convenzionale del termine: sono texture, sono strati, sono delay analogici che si sommano agli altri strumenti invece di starsene sopra. I fiati amplificati rispetto al passato tracciano linee che oscillano tra euforia e disorientamento. Le chitarre disegnano traiettorie lisergiche, mentre le percussioni mantengono quel carattere rituale e pulsante che è sempre stato il cuore segreto di questo collettivo.

Party Cells esplode in una polifonia gioiosa e irregolare che sa di festa finale prima del congedo. Poi arriva Utopia II, che chiude il disco in modo pinkfloydiano — quella chitarra che ricorda David Gilmour nei suoi momenti più lunari — come se la band, dopo tutto il rumore felice, decidesse di fermarsi e guardare qualcosa oltre i sensi.

Il tutto è stato registrato e mixato al Guscio Studio di Milano, prodotto da Lorenz insieme alla band, masterizzato da Andrea De Bernardi e — dettaglio non secondario per chi ama il vinile — tagliato ad Abbey Road. La collaborazione tra Black Sweat Records e La Tempesta regge l'infrastruttura di una delle realtà più originali del panorama underground italiano.

L’ALBUM

Al Doum & the Faryds, Ipnagogico, Black Sweat Records/la Tempesta

Voto 8/10

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