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Libri da leggere: Henry James, ritratto di scrittore con taccuino

Lo scrittore Henry James (1843-1916) ritratto da Jacques-Émile Blanche nel del 1908

 

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Raccolti gli appunti del grande autore de “Il giro di vite” e altri capolavori. Un tesoro da cui emerge tutta la sua curiosità per le cose che lo circondano
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“Ritratto di scrittore” potrebbe essere il sottotitolo del prezioso volume che raccoglie i taccuini di Henry James tra il 1878 e il 1911, pubblicato da Adelphi in un’edizione a cura di Ottavio Fatica (che firma anche il saggio conclusivo) e accompagnata da uno scritto di Roberto Calasso.

I Taccuini di James sono la radiografia della sua opera, pagine e pagine di appunti, abbozzi e riflessioni da cui emerge l’ossatura di molti suoi racconti e romanzi, gli incontri casuali da cui spesso nascono le storie, aneddoti, pettegolezzi che solleticano la fantasia dello scrittore e vengono accatastati come legna da ardere in una metaforica dispensa letteraria a cui attingere magari nell’inverno della creatività. Va a pranzo da amici e Mrs. Kemble gli racconta un fatto singolare, oppure un conoscente gli confida un avvenimento di cui è venuto a sapere, o ancora un nome proprio ascoltato per caso o letto da qualche parte gli suggerisce una storia.

Sfogliare le pagine di questo libro è come mett…

“Ritratto di scrittore” potrebbe essere il sottotitolo del prezioso volume che raccoglie i taccuini di Henry James tra il 1878 e il 1911, pubblicato da Adelphi in un’edizione a cura di Ottavio Fatica (che firma anche il saggio conclusivo) e accompagnata da uno scritto di Roberto Calasso.

I Taccuini di James sono la radiografia della sua opera, pagine e pagine di appunti, abbozzi e riflessioni da cui emerge l’ossatura di molti suoi racconti e romanzi, gli incontri casuali da cui spesso nascono le storie, aneddoti, pettegolezzi che solleticano la fantasia dello scrittore e vengono accatastati come legna da ardere in una metaforica dispensa letteraria a cui attingere magari nell’inverno della creatività. Va a pranzo da amici e Mrs. Kemble gli racconta un fatto singolare, oppure un conoscente gli confida un avvenimento di cui è venuto a sapere, o ancora un nome proprio ascoltato per caso o letto da qualche parte gli suggerisce una storia.

Sfogliare le pagine di questo libro è come mettere il naso nella fucina di Vulcano e trovarsi davanti a una materia incandescente che servirà a forgiare personaggi, intrecci, trame. I trucchi, le astuzie, le riflessioni, la bravura dell’artista sono esposte, vive, soggette a mutamento, come uno spettacolo di magia mostrato al pubblico: il trucco c’è e questa volta si vede.

Si può leggere, questo volume ponderoso, come un’autobiografia letteraria o come una scuola di scrittura, dipende dai gusti e dalle inclinazioni. Si può usare anche come modello per costruirsi un proprio metodo di lavoro: rubare alla vita tutto quello che la vita propone, annotarlo sulle pagine di un taccuino con l’idea — ossessiva, maniacale, inestinguibile — di farne racconto.

James crede nel potere generativo delle storie, per lui sono tutte ricche di fascino, ne è soggiogato; lo immaginiamo pacioso e garbato, ma è in realtà intrepido e vorace mentre porge l’orecchio a quelle compassate signore che esercitano l’arte del pettegolezzo come api laboriose, volando solerti di salotto in salotto per distillare il miele del racconto. Lui prende nota, appunta, stila elenchi di nomi potenzialmente buoni per i personaggi, si eccita, si esalta, preconizza una felice riuscita e un gran successo per il libro che ne verrebbe fuori, poi il giorno dopo ritorna malinconico e insoddisfatto, come tutti quelli che hanno fatto della scrittura il proprio mestiere, la tortura autoinflitta di una vita. Si dichiara scontento, dovrebbe lavorare di più, dovrebbe far meglio, dovrebbe scrivere con maggiore costanza, si dà requie solo al pensiero che il suo romanzo migliore è quello che arriverà, che il racconto perfetto non l’ha ancora pubblicato. «Lavoriamo al buio, — confessa, — facciamo quel che possiamo, diamo quello che abbiamo. Il nostro dubbio è la nostra passione e la nostra passione è il nostro compito. Il resto è la follia dell’arte».

Molti di questi abbozzi, poi, resteranno tali, ipotesi di racconto, storie mai nate se non nella forma della scintilla, di una trama che per un attimo balena alla mente dello scrittore, pare fruttuosa, un investimento consistente per trascorrerci giorni o mesi a faticarci dentro, e poi invece tramonta, non regge forse alla prova della scrittura o magari viene doppiata da un’altra più convincente.

E sono proprio quelle, le storie mai nate, quelle che si lasciano leggere con più gusto e quasi con tenerezza, nate e finite così, nello spazio di un paio di pagine di taccuino e finalmente, venute qui alla luce — ma solo per i nostri occhi — in quella forma grezza e incompiuta di perpetua crisalide.

«Ho momenti di indicibile reazione contro l’esiguità della mia produzione; le mie deprecabili abitudini di lavoro, la mia leggerezza, la mia vaghezza d’animo, la mia perenne incapacità di concentrarmi. Quando sono al lavoro sono felice, mi sento forte, mi si presentano tante occasioni. È la sola cosa che rende tollerabile la vita».

Così l’autore di tanti romanzi memorabili, Ritratto di signora, I bostoniani, La coppa d’oro, Il giro di vite, solo per citare i più famosi, di un numero sterminato di racconti e di molti altri scritti si mortifica rimproverandosi la sua scarsa produttività. In realtà ci sta confessando l’unica vera ragione che anima la scrittura: non il denaro, non il successo, non la fama, ma la sopravvivenza: «Scrivere è la sola cosa che rende tollerabile la vita», confessa James. E lo stesso, in modo differente, vale anche per la lettura.

Roberto Calasso, nel saggio che apre il volume, ricorda Mrs Procter, una matura conoscente di James, che, dopo una vita segnata da dolori e sofferenze, nell’autunno della vita può finalmente concedersi il lusso di trascorrere intere giornate immersa nella lettura, al riparo del suo studio, con la sensazione che «con tutto ciò che aveva passato, ormai non poteva succedere più nulla». Perché le storie — lette, scritte o anche solamente immaginate — ci tengono al riparo dal male del mondo e, in definitiva, da noi stessi.

Il libro

Ormai non poteva succedere più nulla. Taccuini di Henry James (Adelphi, a cura di Ottavio Fatica, con uno scritto di Roberto Calasso, pagg. 562, euro 26)

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