Milano – Per me esistono tre grandi pittori di nature morte: il primo è Jean-Baptiste-Siméon Chardin, che credo Morandi abbia guardato con molta attenzione, poi viene Morandi; e, dopo Morandi, in ordine cronologico, Philip Guston. La natura morta è un genere dell’arte europea che mi ha sempre affascinato e Morandi più di tutti per l’idea di rendere la natura morta così essenziale e di farne il lavoro di una vita. L’ estrema semplicità delle forme di questo artista evoca una moralità, un rigore, una visione del mondo. Le sue nature morte sono come un ritratto di famiglia: gli oggetti cambiano posizione, ci sono figure più grandi, quasi genitoriali, figure più piccole, una che sembra una zia. È una famiglia diversa, non la mia, ma una famiglia possibile. E poi la gamma tonale molto limitata di questi disegni fa sì che il segno non imponga già tutto, ma lasci spazio allo sguardo, si fermi prima della definizione completa».
Milano – Per me esistono tre grandi pittori di nature morte: il primo è Jean-Baptiste-Siméon Chardin, che credo Morandi abbia guardato con molta attenzione, poi viene Morandi; e, dopo Morandi, in ordine cronologico, Philip Guston. La natura morta è un genere dell’arte europea che mi ha sempre affascinato e Morandi più di tutti per l’idea di rendere la natura morta così essenziale e di farne il lavoro di una vita. L’ estrema semplicità delle forme di questo artista evoca una moralità, un rigore, una visione del mondo. Le sue nature morte sono come un ritratto di famiglia: gli oggetti cambiano posizione, ci sono figure più grandi, quasi genitoriali, figure più piccole, una che sembra una zia. È una famiglia diversa, non la mia, ma una famiglia possibile. E poi la gamma tonale molto limitata di questi disegni fa sì che il segno non imponga già tutto, ma lasci spazio allo sguardo, si fermi prima della definizione completa».
Parla di Giorgio Morandi e di nature morte William Kentridge, icona dell’arte contemporanea internazionale, che ha trascorso metà della sua vita nel Sudafrica dell’apartheid. La sua voce, o meglio i suoi disegni, le animazioni, i film, le sculture, le performance e le opere teatrali, sono sempre stati una critica radicale capace di incidere quella crepa nel sistema che ha portato alla deflagrazione finale, alla liberazione di Mandela, e alla democrazia. E lui ha una speciale sensibilità che lo induce a osservare come la storia universale e gli eventi epocali interagiscano con storie personali. È forse per questo che ha sempre amato Morandi, per questo suo talento innato a intercettare corsi e ricorsi storici, processi geopolitici e sociali, cancellazioni, amnesie e riscritture della storia dai macroprocessi fino alle dimensioni più intime. A Palazzo Citterio a Milano, sede del progetto Grande Brera, nella mostra William Kentridge. More Sweetly Play the Dance and Remembering Morandi (fino al 5 aprile) è esposta una teca con piccole sculture ispirate a Morandi.
Sembrano uscite da un dipinto come frammenti di esistenza che si stagliano di fronte a More Sweetly Play the Dance, una delle più intense e politiche videoinstallazioni ambientali dell’artista nato a Johannesburg nel 1955. E, mentre le sue opere dialogano con le magnifiche tele del pittore bolognese esposte nella collezione Jesi al primo piano del Palazzo e nella mostra Metafisica/Metafisiche curata da Vincenzo Trione a Palazzo Reale, il percorso milanese dedicato all’artista conduce a William Kentridge. Sharpen Your Philosophy, percorso su tre piani della Galleria Lia Rumma (fino al 28 marzo) con cui lavora da più di trent’anni. L’abbiamo incontrato qui, in una giornata di pioggia battente, al lavoro con i tecnici suono e video per regolare volumi e intensità di luci e ombre di One More Sea. Empatico, energico, intenso, camicia bianca e profondi occhi celesti, racconta di Johannesburg, di regimi totalitari, colonialismo e razzismo e parla di desiderio, visione, di arte, musica e poesia come forma di resistenza, come contesti di vita e fonti di energia. Suo padre era un avvocato anti-apartheid, che rappresentava l’accusa in importanti processi politici in Sudafrica. Sua madre era cofondatrice del Legal Resources Centre, che agiva per comunità soggette a oppressione statale. Lui, da giovane, avrebbe voluto fare il direttore d’orchestra, ma la passione per la vita, la storia e le immagini in movimento lo hanno portato a essere l’artista e regista che è oggi.
Razzismo, colonialismo e migrazioni sono sempre stati al centro del suo lavoro. Come vede questi temi nel mondo di oggi?
«Credo che le politiche di molti stati siano devastanti, razziste, discriminanti. Penso che il danno fatto da queste politiche sia enorme e ricada sull’intera società civile perché invita le persone a esprimere i loro sentimenti peggiori, incoraggia il bigottismo, l’egoismo, la chiusura mentale, la paura del diverso, un’idea assurda di supremazia».
È qualcosa che diventa quasi istituzionale…
«Diventa istituzionale e si diffonde nel mondo, dove la gente pensa: “Allora va bene chiudersi, essere chiusi verso gli altri, invece che aperti”».
Che cosa può fare l’arte ?
«Il compito principale dell’artista è fare il proprio lavoro. E quel lavoro, essendo fatto nel mondo reale, inevitabilmente rifletterà molte delle questioni che attraversano il mondo. È diverso dall’idea del dovere dell’artista come cittadino che scende in strada a manifestare. In studio avviene un altro tipo di smontaggio e ricostruzione del mondo».
Può spiegarci come questo suo processo creativo ?
«Passo molto tempo in studio, c’è un processo lento di avvicinamento all’opera, come girare in cerchio per cercare concentrazione, immagini, memoria, energia, come un preambolo al lavoro che accade. E poi accade. E il lavoro si sviluppa in un quadro concettuale in cui entrano scritture, riscritture, cancellazioni, luci e ombre».
Come quelle che vediamo in “More Sweetly Play the Dance”?
«Nella danza la storia si ripete. Cicli e ricicli storici si susseguono, amnesie, negazioni, cancellazioni, e ritorni. Come una danza scorre davanti ai nostri occhi una processione continua di personaggi e paesaggi: immagini di vita e di morte, di guerre e migrazioni. Ci sono momenti luminosi e momenti oscuri. Eppure la vita continua. La danza non si ferma. Va avanti in un’atmosfera ambigua, quasi irreale, che ricorda la sospensione della metafisica: tutto sembra normale, ma non lo è per niente».
Anche “To Cross One More Sea” alla Galleria Lia Rumma tratta di migrazioni…
«Quest’opera rievoca il viaggio del 1941 da Marsiglia alla Martinica di intellettuali, comunisti, ebrei, omosessuali europei perseguitati dai nazisti durante la seconda guerra mondiale. Nel video riconosciamo personaggi come André Breton, Claude Lévi-Strauss, Wifredo Lam, e poi il teorico politico Frantz Fanon e il poeta Aimé Césaire, i cui testi sul colonialismo erano e sono decisivi. L’opera è una riflessione sul surrealismo come modo di comprendere il mondo, e sulle questioni politiche e coloniali del tempo. Tutto viene collocato su una nave che oscilla come un dispositivo storico. Il mare diventa un teatro politico, dove la migrazione non è eccezione ma condizione universale sempre più tragica. La nostra».