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Caro satiro, la parola può uccidere

La coppia diseguale, Lucas Cranach, 1530 (Photo by Fine Art Images/Heritage Images/Getty Images)

 

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La parabola della decadenza di un artista ferito a morte da un insulto improvviso nel romanzo del cileno Vicente Huidobro
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Può una sola parola cambiare il destino di un individuo? Tutto il romanzo Satiro o il potere delle parole ruota attorno a un terribile insulto rivolto al protagonista: «L’orribile parola all’improvviso acquisì una specie di rilievo, si condensò in pietra o in un qualche metallo scintillante; poi iniziò a ingrandirsi fino a riempire tutta la stanza, straripò e riempì tutto il mondo». Lo scrittore cileno Vicente Huidobro ha attraversato tutta la letteratura della prima metà del XX secolo, dalla fase avanguardista che a Madrid e Parigi lo mise in contatto con le maggiori figure dell’epoca — e a cui risalgono la fondazione del creazionismo e i celebri poèmes-tableaux — fino al ritorno in Cile, dove, oltre all’attività di instancabile fondatore di riviste, conobbe anche una fase di impegno politico. Satiro o il potere delle parole, pubblicato nel 1939, è il frutto di un momento di generale ripensamento della funzione della letteratura.

Bernardo Saguen è un fragile artista, esteta e decaden…

Può una sola parola cambiare il destino di un individuo? Tutto il romanzo Satiro o il potere delle parole ruota attorno a un terribile insulto rivolto al protagonista: «L’orribile parola all’improvviso acquisì una specie di rilievo, si condensò in pietra o in un qualche metallo scintillante; poi iniziò a ingrandirsi fino a riempire tutta la stanza, straripò e riempì tutto il mondo». Lo scrittore cileno Vicente Huidobro ha attraversato tutta la letteratura della prima metà del XX secolo, dalla fase avanguardista che a Madrid e Parigi lo mise in contatto con le maggiori figure dell’epoca — e a cui risalgono la fondazione del creazionismo e i celebri poèmes-tableaux — fino al ritorno in Cile, dove, oltre all’attività di instancabile fondatore di riviste, conobbe anche una fase di impegno politico. Satiro o il potere delle parole, pubblicato nel 1939, è il frutto di un momento di generale ripensamento della funzione della letteratura.

Bernardo Saguen è un fragile artista, esteta e decadente, fotografato nel suo giorno fortunato: non solo non deve abbandonare il suo appartamento, ma riesce ad acquistare una natura morta di Picasso e una prima edizione di Rimbaud. Questa apparente tranquillità viene bruscamente squarciata dal fatale incontro con una bambina di dieci anni, a cui compra una scatola di cioccolatini. L’urlo a squarciagola di una portinaia («Satiro!») innesca nel protagonista, che da quel momento in poi inizia a osservare «le sue cose come se le vedesse per la prima volta», una progressiva frana interiore. L’ ipersensibilità e la crescente ripugnanza di Bernardo per il mondo esterno si riflette nella percezione frammentata del proprio corpo e nella crescente ostilità degli oggetti, che perdono le loro connotazioni naturali. Sfruttando i meccanismi della narrativa avanguardista, Huidobro avvolge il protagonista in una percezione ovattata, creando una distanza sempre più marcata rispetto all’esterno.

Satiro o il potere delle parole è un romanzo sulla lingua come forza capace di creare una nuova realtà. Il vero protagonista del racconto è infatti la parola stessa, che agisce come principio distruttivo («Il lavoro di scrittore è un lavoro da becchino»). Il linguaggio non serve più a rappresentare il reale, ma produce un mondo necessariamente ingannevole. L’offesa che gli è stata rivolta dà origine a un vortice che risucchia tutta la mente di Bernardo: «la parola satiro uscì da una porta e lo colse di sorpresa; lui la afferrò al volo e la strappò in mille pezzi, come avrebbe potuto fare con una lettera compromettente». Cancellare l’insulto è però impossibile e la lingua del romanzo, spezzettandosi e allentando i legami logici, riflette il cammino del protagonista verso la follia. Lo spazio sempre più claustrofobico dell’appartamento viene abbandonato solo per passeggiate senza meta. E anche gli incontri appassionati con le donne che popolano la sua mente (Laura, Susana e Ina), bruciano con l’intensità e la velocità di fuochi d’artificio.

Il romanzo è costruito come un “viavai continuo dei sentimenti”, che si sovrappongono e alternano portando a un senso di morte incombente perfino all’apice del piacere. Tutti i riflettori sono puntati sull’inquietudine interiore, il mondo esteriore resta un pallido riflesso, come nelle considerazioni sulla propria inadeguatezza sociale rispetto a Pedro Almora, rappresentante della lotta attiva nel mondo reale. In questo romanzo ambiguo, e per certi versi disturbante, non sappiamo nemmeno se il mostruoso crimine sia veramente avvenuto.

Il satiro riflette così la difficile situazione dell’artista moderno, ironico e irresponsabile costruttori di mondi che nascondono al loro interno numerosi segreti. Bernardo, accompagnato dai tormenti dell’uomo superiore, perde ogni capacità creativa, come dimostra l’abbandono della scrittura a favore della traduzione di testi legati al potere oscuro della parola (Hölderlin, Brontë…). Al termine del percorso incombe comunque su di lui la “terribile cosa”, la scoperta che, pur avendo voluto credere di essere un personaggio romanzesco, il mostro è dentro di lui: «Sono io il mio nemico più grande, io e soltanto io».

Il romanzo di Huidobro invita, infine, a un’interessante riflessione sulla traduzione, per una volta non legata a scelte opinabili, ma a differenze strutturali tra le lingue. In spagnolo sátiro possiede infatti una carica espressiva e morale diversa rispetto all’italiano, dove l’aspetto della stigmatizzazione sociale viene deviato verso una dimensione mitologica e letteraria.

Il paradosso è dunque che l’efficacia di un romanzo costruito sul potere performativo delle parole risulti attenuata proprio dalla traduzione, l’arte chiamata a riprodurne la forza linguistica.

IL LIBRO Vicente Huidobro, Satiro o il potere delle parole, Arcoiris.Traduzione Loris Tassi, pagg. 308, euro 15. Voto 8/10

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