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Jovanotti e la raccolta di poesie on the road: “Quando leggevo Neruda in tenda nel deserto”

Foto Giacomo Triglia 

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Orazio, Whitman, Montale, Baudelaire: un’antologia dei più bei versi dedicati al viaggio selezionata insieme a Nicola Crocetti. E un invito a perdersi, incontrare gli sconosciuti, amare gli imprevisti. Confessioni di un “ragazzo fortunato”
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L’avviso ai naviganti è obbligatorio: come accade in ogni vero viaggio e come succede leggendo qualunque poesia, anche in questa intervista capiterà di smarrirsi e magari, ritrovando la strada (la stessa, un’altra?), di sorprendersi. Forse è proprio questo il senso di Poesie da viaggio, l’antologia poetica curata da Nicola Crocetti e Jovanotti che insieme avevano già portato in libreria Poesie da spiaggia. La nuova raccolta attraverso il tempo e lo spazio – da Orazio a Dante, da Kavafis a Mariangela Gualtieri – ridefinisce il senso del viaggio: allenare lo sguardo, dall’altra parte del mondo o dietro casa. Quello che serve, in un’epoca dove tutto è tracciabile, è la voglia di smarrirsi. E di tornare diversi. «Poesia e viaggio sono concetti difficili da definire, perché è difficile definire le cose importanti della vita. Però quando appaiono uno le riconosce». Lorenzo Cherubini, il ragazzo di quasi sessant’anni che ha vissuto e continua a vivere molte vite (dj, cantautore, icona pop, c…

L’avviso ai naviganti è obbligatorio: come accade in ogni vero viaggio e come succede leggendo qualunque poesia, anche in questa intervista capiterà di smarrirsi e magari, ritrovando la strada (la stessa, un’altra?), di sorprendersi. Forse è proprio questo il senso di Poesie da viaggio, l’antologia poetica curata da Nicola Crocetti e Jovanotti che insieme avevano già portato in libreria Poesie da spiaggia. La nuova raccolta attraverso il tempo e lo spazio – da Orazio a Dante, da Kavafis a Mariangela Gualtieri – ridefinisce il senso del viaggio: allenare lo sguardo, dall’altra parte del mondo o dietro casa. Quello che serve, in un’epoca dove tutto è tracciabile, è la voglia di smarrirsi. E di tornare diversi. «Poesia e viaggio sono concetti difficili da definire, perché è difficile definire le cose importanti della vita. Però quando appaiono uno le riconosce». Lorenzo Cherubini, il ragazzo di quasi sessant’anni che ha vissuto e continua a vivere molte vite (dj, cantautore, icona pop, ciclista, viaggiatore, disegnatore, commendatore della Repubblica, curatore di antologie poetiche) è collegato dalla sua casa rifugio di Cortona, luminosa e piena di cose, allegra come lui che, confesserà, ha fatto del buon umore una scelta di vita, una terapia contro l’ansia: lo aspetta lì, in agguato, dice, dietro a qualche angolo ma lui scappa via. Sullo schermo, durante la lunga chiacchierata compariranno le foto che Jova ha scattato nei suoi tanti viaggi ma anche i taccuini, veri diari di bordo, che durante quei viaggi ha riempito di schizzi e pensieri.

Da Milano è collegato Nicola Crocetti, grecista, traduttore, editore, che dalla poesia ha imparato l’asciuttezza. Poche parole, ma le più esatte possibili. Crocetti che ha dato una svolta pop alla poesia ingaggiando il cantante icona di una generazione: «Lorenzo – dice l’editore – ha letto più poesia di molti poeti italiani». Lorenzo – i soliti ricci ribelli, bretelle colorate su maglia bianca – lo adora. Non smette di ringraziarlo per averlo accompagnato, come un Virgilio, dentro a questo viaggio tra i versi. Crocetti lo accompagnerà, con pochissime parole, anche durante questa intervista. «Nicola è molto generoso con me, ma io sono davvero solo un appassionato, non un esperto. Nella poesia, come nella vita, sono più le cose che mi mancano di quelle che conosco. Ma per fortuna continuo a scoprire: è talmente immensa la quantità di bellezza che c’è in giro, quasi sempre nascosta».

Niger, deserto del Sahara (foto di Giacomo Triglia)

 

Jovanotti, poesia e viaggio come esperienze trasformative?

«Sono sempre un’avventura. Non si può fare turismo poetico. Nella poesia si può solo viaggiare, perdersi, andare avanti senza mappe precise ma seguendo i segni. Gli americani usano questa parola, serendipity: cerchi una cosa e ne trovi un’altra. E spesso è quello che accade».

Cos’è viaggio per lei?

«Può essere il Grand Tour di Goethe o la passeggiata a pochi isolati da casa. Poesie da viaggio non è un’antologia di poesie sul viaggio, ma di poesie buone per viaggiare. Io mi immagino che uno se le porti dietro in treno, nello zainetto. È un volume agile. Mi piacerebbe entrasse anche in case dove non ci sono libri, come è accaduto con Poesie da spiaggia: ho incontrato un sacco di ragazzi e ragazze ai miei concerti che me lo facevano firmare e mi ha fatto piacere perché ho avuto la sensazione di aver fatto loro un dono. Sono convinto che quando scopri la poesia ricevi un regalo che sarà per sempre».

Cos’è dunque poesia?

«Come scrivo nella prefazione, poesia è fiducia: è affidarsi alla pagina bianca per vedere cosa può contenere. Scoprire che parole ci sono dentro a un luogo, dentro a un’emozione, a una sensazione. Ci vuole molta fiducia per credere di poter fissare su una pagina qualcosa che meriti di stare lì».

Cos’altro?

«Poesia è l’umano, è una scoperta che nella vita ti trasforma, è un regalo pazzesco. La poesia c’era prima del libro con la tradizione orale: gli umani raccontano storie da sempre e quando non c’era la scrittura le recitavano e si facevano aiutare dalla metrica, dalla rima, per renderle più memorizzabili. La poesia c’era da prima e ci sarà dopo: non c’è dubbio che per dire l’Iliade, l’Odissea, sopravviveranno».

Tao Yuanming, in una poesia della raccolta dice: “Parto senza sapere dove”. Così bisogna viaggiare?

«Non c’è un modo solo. Non vorrei dare indicazioni su cosa è giusto, perché ognuno secondo me deve seguire le proprie inclinazioni. Quello però è sicuramente il mio modo di viaggiare. Una cosa che mi risulta incomprensibile è il viaggio organizzato: penso agli americani che vengono in Italia e fanno Roma il primo giorno, poi Firenze, poi Venezia. Ma cosa vedono in una settimana? Tornano a casa con cinque selfie e nient’altro. Questa è una modalità che mi è veramente estranea».

Nicola Crocetti e Jovanotti 

 

“Un imprevisto è la sola speranza”, come recita un verso di Montale che ospitate nell’antologia?

«Viaggiare è una rinuncia al controllo o meglio è una scuola di rinuncia al controllo anche se a mollare non si impara mai del tutto perché siamo persone. Se smetti di controllare possono arrivare grandi regali: ma per riceverli c’è bisogno di un tempo morto, di capacità di attesa, semplicemente di stare. Il viaggio non è necessariamente fare un sacco di cose. Magari a volte è perdere una coincidenza, un contrattempo che ti regala una mezz’ora pazzesca che non era prevista. Le cose più belle sono sempre quelle non previste».

L’imprevisto come possibilità?

«L’imprevisto è sapersela cavare nelle situazioni, anzi imparare a cavarsela; è imparare a relazionarsi con le persone: non sai mai chi hai davanti e non si dovrebbero considerare gli altri in base al ruolo che ricoprono nella tua vita. Pensiamo all’epica greca, magari quel controllore è Atena o Apollo. Come fai a saperlo?».

Il viaggio è un allenamento all’altro?

«Penso soprattutto ai viaggi che ho fatto in bici, quelli dove devi essere veramente molto attento e concentrato. Devi imparare a saper chiedere aiuto. In quei viaggi lì si imparano un sacco di cose: a usare i sensi e soprattutto a non essere arroganti con le persone. Tutti quelli che incontri possono diventare un’occasione per passare una bella serata, per scoprire una cosa nuova. Io sono sempre straviziato per il lavoro che faccio, mi trattano come una donna incinta quando vado in giro per l’Italia: “sta attento”, “siedi”, “hai mangiato?”. Invece quando sono in giro per il mondo torno a essere un signore ormai barbuto con una bicicletta piena di bagagli e tutto infangato. Quella è una situazione che a volte vado a cercare con piacere».

Ricordi particolari di viaggio legati ai libri?

«Leggere Neruda in America Latina: ti guardi in giro ed è come se lui facesse brillare le cose intorno. L’America leggendo Whitman è un altro continente: è un Paese più bello, più umano, più ricco, meno ossessionato dalla performance. Un Paese di grandi epifanie naturali, di grandi paesaggi. E poi Baudelaire ovunque in giro per il mondo: è uno dei più grandi di sempre e vedo che Crocetti annuisce quindi è d’accordo. Me lo sono portato in Nuova Zelanda, che ho girato in bicicletta per un mese. Un viaggio pazzesco: da solo con la tenda. La sera leggevo Baudelaire».

Come ha scoperto la poesia?

«Il primo incontro è stato con i futuristi, Marinetti, Palazzeschi. C’era questo corso che facevano a scuola il giovedì pomeriggio. Ero un adolescente romano che si stava innamorando del rap e quella musica lì era soprattutto un battito. Avevo proprio voglia di una musica che rompesse i codici narrativi e quella poesia mi dava questa sensazione. E poi a Cortona è nato Gino Severini, vicino a casa del mio babbo che ne faceva un vanto. La mia relazione con la poesia da quel momento in poi è stata sempre molto avventurosa: un libro in libreria che mi colpiva dando una sfogliata, la rivista di Crocetti. Non era pop ma la prendevo sempre. Mi piaceva che mettesse in copertina le facce dei poeti. E poi ha vissuto molto di consigli e di rimandi: ci credo molto».

Per esempio?

«Una volta avevo letto che Guevara si portava Il canto generale di Neruda nello zainetto e da infervorato della figura del Che sono andato a comprarlo. Alvaro Mutis, che è un mio amore, l’ho scoperto perché avevo letto che De André aveva messo una canzone nel suo ultimo disco, Smisurata preghiera, rubando dei versi a Mutis e poi chiedendogli il permesso. Mi piacciono i rimandi e anche i consigli: se uno che mi piace mi dà una dritta io lo seguo subito».

Anche lei ha dato consigli: per esempio leggendo “Bello mondo” di Mariangela Gualtieri sul palco di Sanremo.

«Che senso avrebbe avuto portare un mio pezzo? Avevo prima chiesto a Mariangela il permesso, perché non sapevo se potesse darle fastidio. Lei mi ha dato il via libera. A quel punto le ho anche chiesto un consiglio su come leggerla perché non è facile interpretare la poesia: e lei mi ha detto “pensa semplicemente alle parole che dici” e così ho fatto».

Nella sua poesia che includete nella raccolta, Gualtieri chiede pazienza al mondo: “Miglioreremo, siamo qui da poco”. Per rinnamorarsi del pianeta bisogna saperlo guardare con occhi da poeta?

«La poesia non è necessariamente nei luoghi idilliaci. Anzi, come diceva Achmatova è nella spazzatura. La poesia non è pittoresca, è tellurica, ha a che fare con i terremoti, con il dolore, con l’innamoramento e con l’amore. Non è cartolina».

Sullo schermo intanto scorrono le foto di Jovanotti in viaggio. Molte sono nel deserto.

Dov’era?

«Mi avevano invitato a un festival nel cuore del Sahara, l’unico modo per arrivare era con un volo militare di tre ore. Nel cuore del Niger, un Paese straordinario, poverissimo e bellissimo. Adoro il deserto. Una volta sono stato in tenda in Marocco, ospite di una famiglia nomade che non ha voluto niente in cambio. Nell’Atacama in Cile ho aperto la tenda di notte e ho visto questo cielo stellato impressionante. Perché poi magari andiamo sulla Luna, ma un cielo stellato così è una cosa pazzesca sempre».

Ma lei ci andrebbe sulla Luna?

«Subito».

Nei suoi taccuini disegna tantissimo.

«Mi è sempre piaciuto disegnare. La mia famiglia pensava ne avrei fatto un mestiere. Mio padre lavorava in Vaticano: aveva fatto carte false per trovarmi un posto nella scuola di restauro. Quando gli ho detto che era l’ultima cosa che volevo fare nella vita ci è rimasto malissimo. Però recentemente i miei disegni di viaggio sono stati esposti alla Biblioteca Apostolica che papa Francesco ha aperto a tutti e non solo agli studiosi: mi hanno chiesto di partecipare a una mostra che partiva da un ritrovamento fatto dalla biblioteca, di allestire una specie di ingresso. Disegnare mi diverte, è un’attività per me meditativa. Un po’ come strimpellare. Ho contagiato mia figlia che è diventata una professionista: lei fa l’illustratrice, la fumettista, è diventato il suo lavoro. Sono felice che lei ne abbia fatto una professione».

Jovanotti: "Qui per festeggiare Repubblica, un grande servizio al Paese"

In una pagina c’è un pinguino imperatore.

«Mentre viaggiavo in bici per la Terra del Fuoco, ho scollinato e ai miei piedi c’era una spiaggia piena di pinguini. Sono sceso in mezzo a loro sorpreso dal fatto che non si spostassero. Non avevano nessuna paura».

C’è un ritratto di Cristoforo Colombo.

«Sì. Un grande navigatore e un grande marinaio. Ogni viaggio per me è un pellegrinaggio, l’ho scritto anche nell’introduzione».

Una donna e una bici.

«Annie Londonderry, la prima a fare il giro del mondo da ciclista».

Che ci fanno sul taccuino i profili di Dalla e De Gregori?

«Due con i quali farei subito un viaggio. Sono cresciuto con Banana Republic».

E poi il volto di Whitman.

«Whitman mi fa impazzire, contiene moltitudini. Io ci torno costantemente, mi fa bene al cuore, all’anima e al corpo. Lo sento, mi fa effetto sui muscoli: è un gigante, un gigante della poesia».

Ci sono Darwin, Goethe, Pigafetta, Corto Maltese, Vespucci…

«Darwin mi piace proprio come scrittore. Goethe: che librone il suo Viaggio in Italia. Pigafetta è un personaggio incredibile. Mi piace disegnare i poeti: hanno lo sguardo di chi sa qualcosa che tu non sai. A volte sembrano guerrieri altre volte personaggi severi. Dino Campana, per dire, ha una faccia pazzesca e anche Pascoli, sto leggendo una sua biografia».

Libro, taccuino, penna. Una ribellione all’era dell’ipertecnologico?

«Macché, io uso la tecnologia. Con il Kindle ho risolto il problema di quale libro portarmi in viaggio: è una biblioteca infinita. Leggo quasi tutto in digitale: è comodo per tante ragioni. Quando dicono l’odore del libro, sì lo so ma è come l’odore del vinile: l’importante è la musica, no? Nei libri l’importante sono le parole. Io con il tablet ci disegno anche, col pennino o con il dito che è un pennino splendido. Per scrivere ormai uso il cellulare. Ci compongo pure le canzoni perché registra: se la tecnologia mi facilita la uso. Non la temo».

Foto Giacomo Triglia 

“Quest’ansia fuggila”, dice Orazio in una poesia della raccolta. Una frase che le appartiene? Sembrerebbe.

«Sì. Io l’ansia la fuggo perché mi fa paura: per questo sembro ossessionato dal buon umore. L’ansia l’ho vista — nel mio albero genealogico c’è una linea scura — e a volte penso che sia lì che mi attende da qualche parte».

Il verso precedente dice: “Come sarà il domani?”. Come sarà, Lorenzo?

«Penso che questa sia un’epoca pazzesca. Ai ragazzi dico sgombrate la vostra mente: questa non è un’epoca oscura, senza possibilità, come vi dicono. È una bugia. Ci sono invece possibilità infinite di raccogliere informazioni, di guardare il mondo, di scegliere. La scelta implica sempre una responsabilità in più, però al tempo della Rete abbiamo l’occasione di essere al centro pur abitando in periferia. Viviamo in un momento nel quale è il nostro punto di vista che disegna il mondo. Il viaggio è fatto di sguardo. Certo è un’epoca di tante insicurezze, tanti problemi... però di problemi si parla continuamente, quindi cerchiamo di vedere le cose positive. Nicola, ma tu non hai detto niente». Crocetti sorride. «Che cos’è la poesia, Nicola?», chiede Jovanotti. Crocetti resta per qualche istante in silenzio: «Poesia è parlare dell’ignoto, parlare all’ignoto». «Visto? Nicola ha sempre la parola giusta. La poesia è dappertutto».

Ciao mamma guarda quanto mi diverto. Ancora.

Il libro e gli appuntamenti

Poesie da viaggio, a cura di Nicola Crocetti e Jovanotti (Crocetti, pagg.256, euro 18). Il libro sarà in libreria dal 5 maggio. I curatori lo presenteranno: il 9 maggio alle 18.30 al Foqus di Napoli (in collaborazione con Librerie Feltrinelli); il 16 maggio alle 17.45 al Salone del Libro di Torino (Sala 500) con Marco Missiroli

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