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Arte: Van Dyck geniale, così torna a sorprenderci

Anton van Dyck, Autoritratto (1616-1617)

 

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Sessanta opere, di cui più della metà ritratti, raccontano al Palazzo Ducale di Genova un protagonista straordinario del Seicento europeo
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GENOVA

Sorprendente Van Dyck. Il suo è un ritorno a Genova in grande stile, con la mostra Van Dyck l’Europeo (a quasi vent’anni dall’ultima a lui dedicata in città, nel 1997) che fino al 19 luglio porta a Palazzo Ducale sessanta opere, con prestiti da prestigiosi musei di tutto il mondo: tra questi basta citare il Louvre di Parigi, il Prado e il Museo Thyssen-Bornemisza di Madrid e la National Gallery di Londra, a cui si aggiungono gli arrivi da numerose collezioni private.

A distanza di quattro secoli, la sua arte continua a stupire, sfidando il peso del tempo. Nato ad Anversa nel 1599, morì a 42 anni a Londra nel 1641, dopo essere diventato il ritrattista più noto d’Europa. Scrupoloso osservatore di ogni sfumatura del carattere umano, la sua fama è legata soprattutto a…

GENOVA

Sorprendente Van Dyck. Il suo è un ritorno a Genova in grande stile, con la mostra Van Dyck l’Europeo (a quasi vent’anni dall’ultima a lui dedicata in città, nel 1997) che fino al 19 luglio porta a Palazzo Ducale sessanta opere, con prestiti da prestigiosi musei di tutto il mondo: tra questi basta citare il Louvre di Parigi, il Prado e il Museo Thyssen-Bornemisza di Madrid e la National Gallery di Londra, a cui si aggiungono gli arrivi da numerose collezioni private.

A distanza di quattro secoli, la sua arte continua a stupire, sfidando il peso del tempo. Nato ad Anversa nel 1599, morì a 42 anni a Londra nel 1641, dopo essere diventato il ritrattista più noto d’Europa. Scrupoloso osservatore di ogni sfumatura del carattere umano, la sua fama è legata soprattutto ai suoi spettacolari ritratti: persone che si trasformano in personaggi, mostrando il loro lato ideale insieme a quello reale, sempre con naturalezza, perché il pittore fiammingo sapeva rivelare abilmente quello che c’era dietro l’apparenza, mostrando spesso un leggero velo di inquietudine che rendeva i suoi protagonisti più umani e più vicini.

Anton van Dyck, Sansone e Dalila,1618-1620 ca., olio su tela

 

Tanti sono quindi i ritratti esposti nelle sale dell’Appartamento del Doge di Palazzo Ducale, ben 37 su 60 opere, nel percorso curato da Anna Orlando e Katlijne Van der Stighelen, per scoprire il Van Dyck geniale e l’artista internazionale, come suggerisce il titolo; è un ampio sguardo sulla sua intensa produzione con nuovi dettagli. Si parte da un autoritratto di lui quindicenne. Un quadro di piccole dimensioni, il primo che assorbe subito lo spettatore per l’intensità dello sguardo, per poi scoprire la posa e l’attenta costruzione dell’immagine che regala una nuova leggerezza al barocco. Si notano subito le pennellate veloci, senza disegno preparatorio, rese con grande immediatezza, mostrando una tecnica personale e il coraggio di sperimentare. Un vero ragazzo prodigio che aveva iniziato l’apprendistato a soli dieci anni nella bottega di Hendrick van Balen, conosciuto come autore di piccoli dipinti decorativi.

Come si considerava il Van Dyck ragazzino? La sua presentazione ha il sapore di un’autocelebrazione del suo precoce talento; era figlio di un mercante di tessuti, un mestiere fuori dalle élite dell’epoca, e proprio le élite l’artista volle conquistare con il suo fare. Probabilmente lavorava già come maestro autonomo quando decise di eseguire il secondo autoritratto presente in mostra, databile tra il 1615 e il 1617: stessa posizione della testa, ma con una pennellata più fluida. Il dipinto in passato fu attribuito a Rubens, il maestro che volle superare seguendo il suo registro espressivo. Rimane da stabilire con certezza la durata della sua collaborazione con Rubens, che lo definiva il suo allievo prediletto. Nei ritratti Van Dyck appare più libero e sperimentatore, pur cercando di seguire lo stile rubensiano. La sua voce emerge presto, più sussurrata, meno potente e teatrale.

In mostra vengono ricostruiti i viaggi e il periodo passato in Italia, tracciando una mappa dei suoi continui spostamenti tra Palermo, Napoli, Venezia, Padova, Milano, Torino, città toccate solo per pochi mesi. Genova rimane il soggiorno più lungo, con diverse tappe per oltre una trentina di mesi dal 1623 a fine 1625, forse inizio 1626, secondo le ultime ricerche delle curatrici. Ci sono anche i periodi trascorsi in Europa, con spostamenti frenetici tra Anversa, Bruxelles, Londra, Parigi e L’Aia. Tanti i ritratti realizzati a Genova, dove viveva un’aristocrazia mercantile alla ricerca di uno status sociale che andasse oltre il prestigio finanziario. Basta osservare i volti di Marcello Durazzo, Elena Grimaldi Cattaneo della Volta, Ambrogio Spinola, che trasmettono un’autorità mista a eleganza e raffinatezza. Non mancano le scoperte sulla vita di alcuni personaggi. Ai bambini della famiglia Giustiniani Longo, un quadro in arrivo dalla National Gallery, finalmente si può dare un nome: sono Alessandro, Vincenzo e Francesco Maria. I dettagli – i corvi, il cardo, il colore bianco – fa notare la curatrice Anna Orlando, servono esaltare la memoria di un fratellino scomparso, in una composizione che appare lontana e nello stesso tempo di grande intimità.

'Van Dyck l'europeo.Il viaggio di un genio da Anversa a Genova e Londra" in mostra a Palazzo Ducale a Genova

Il grande Van Dyck riusciva abilmente a adeguare il suo stile alle aspettative di una committenza che non era mai la stessa e ad attraversare mondi diversi con estrema naturalezza e proprio per questa sua capacità di viaggiare da una corte all’altra è definito l’Europeo. L’ultima fu Londra, dove raggiunse il culmine della sua fama. Per raccontare il suo intenso fare, le curatrici hanno scelto un percorso tematico, più adatto ad analizzare in profondità ogni aspetto della sua spettacolare produzione. Ci sono i valori, la difesa della patria in un’Europa dilaniata dalla guerra; poi la famiglia, le donne, e anche lady Van Dyck, che diede alla luce la figlia Giustina una settimana prima della morte dell’artista: è ritratta con foglie di quercia tra i capelli, simbolo di forza. Infine ci sono i soggetti sacri. L’ultima opera è nella cappella del Doge: si tratta della Pala della chiesa di San Michele di Pagana,Cristo Crocefisso, l’unica con una destinazione pubblica eseguita dall’artista nel periodo genovese: una scena notturna dalla potenza visionaria. Che tecnica e che sentimento, per un dolore così intenso e silenzioso.

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