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Vasco Rossi: “Voglio una vita disegnata”

Tavola dal fumetto di Vasco Rossi

 

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Intervista al rocker alla vigilia dell’uscita del graphic novel ispirato alla sua vita. Tra ricordi in montagna, l’amicizia con Bonvi e il suo minimalismo che dai fumetti deriva. E poi Bologna e la morte del padre: “Mi svegliò di colpo. Avevo smesso di giocare, ora facevo sul serio”
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A prendere vita con il disegno erano state prima le sue donne. Qualche anno fa, infatti, tre canzoni iconiche come Sally, Albachiara e Jenny si erano trasformate in altrettante storie speciali di Dylan Dog, celebrando un sodalizio tra Vasco e la Sergio Bonelli Editore. Era solo l’inizio. Questa volta, a diventare un “eroe di cartone” è lui in prima persona e racconta un vero viaggio in una storia incredibile.

Come è nata questa cosa?

«Da Michele Masiero, il direttore della Bonelli, e io ho detto “Cazzo! — si può ancora dire cazzo? (ride) — volete fare tre volumi a fumetti con la mia storia? Benissimo! Per me diventare un fumetto è entrare nel mito. Quando ero piccolo non avevamo la tv, in montagna, e i fumetti erano l’unico svago che c’er…

A prendere vita con il disegno erano state prima le sue donne. Qualche anno fa, infatti, tre canzoni iconiche come Sally, Albachiara e Jenny si erano trasformate in altrettante storie speciali di Dylan Dog, celebrando un sodalizio tra Vasco e la Sergio Bonelli Editore. Era solo l’inizio. Questa volta, a diventare un “eroe di cartone” è lui in prima persona e racconta un vero viaggio in una storia incredibile.

Come è nata questa cosa?

«Da Michele Masiero, il direttore della Bonelli, e io ho detto “Cazzo! — si può ancora dire cazzo? (ride) — volete fare tre volumi a fumetti con la mia storia? Benissimo! Per me diventare un fumetto è entrare nel mito. Quando ero piccolo non avevamo la tv, in montagna, e i fumetti erano l’unico svago che c’era. Li divoravo».

Cosa leggevi?

«Tex Willer, Zagor, poi Diabolik, Topolino, Paperino e — non scherziamo – adoravo Pippo! Ma quello che mi piaceva più di tutti era Paperoga, quello un po’ matto: rientrava di più nelle mie corde... Poi Satanik e Kriminal, che cominciavano a essere sessualmente un po’ più spinti rispetto al castissimo Diabolik, pensa te! Poi sono arrivati anche quelli un po’ più così, diciamo… espliciti! (ride)».

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Con quelli avevi fatto uno scherzo al collegio…

«Le edicole erano piene di quei fumetti lì, con i nomi assurdi: li usavamo per fare degli scherzi dai Salesiani. Una volta abbiamo attaccato le pagine qua e là, come manifesti sui muri, in alto, nei posti più visibili, con la scritta: “Kazzik colpisce ancora”. Ci hanno buttato fuori. Poi capitava di leggere Lancio Story, l’Intrepido, il Corriere dei Ragazzi... ma io mi sentivo già grande da piccolo, mi sembravano un po’ troppo per bambini. Poi è arrivato Alan Ford, che è stata una cosa straordinaria. E Linus. E finalmente, un bel po’ di anni dopo, è arrivato Dylan Dog, che ha ripreso la strada del genere che mi piaceva di più aggiungendo mistero e provocazione politico-sociale, un po’ come facevano le Sturmtruppen di Bonvi che faceva anche Cattivik. Con lui ci siamo frequentati parecchio...».

Cosa facevate?

«Con lui e Red Ronnie abbiamo fatto la rivista Be Bop a Lula, a cui collaboravo scrivendo varie cose. Veniva a casa mia, io gli davo delle idee e lui le metteva giù a fumetti. È stata un’esperienza bellissima. Partecipavo attivamente alla rivista perché Red Ronnie mi aveva promesso che, dopo due anni, mi avrebbe fatto avere la tessera da giornalista. A quel tempo avevo un rapporto, diciamo così, conflittuale con i giornalisti (ride). Così ho deciso che volevo diventare giornalista anch’io, non so bene nemmeno perché. Però vedevo che quando andavamo a Roma e ci fermava la polizia, Red Ronnie non tirava fuori la patente ma il tesserino e a quel punto si aprivano tutte le porte. Per me era un traguardo straordinario».

E alla fine l’hai preso il tesserino?

«Certo che l’ho preso! Sono giornalista pubblicista, attenzione! Ho sempre messo tutti gli anni il bollino perché ci tengo moltissimo a quella tessera lì, anche se non l’ho mai usata né esibita. Ma sogno ancora di farlo come faceva Red Ronnie».

Siamo colleghi, allora!

«Eh, certo, siamo colleghi! Vedi che cambia subito il tono quando ci parliamo tra colleghi! Scherzi a parte, ho sempre considerato un onore far parte della categoria. Anche se è meglio non parlare di certi personaggi che non le fanno onore e andrebbero buttati fuori... Poi, oltre a quella, ho fatto anche un vero giornale: la fanzine Il Blasco. Ai miei fan non volevo dare dei bottoncini con scritto “Vasco Rossi” ma una fanzine giornalistica vera e propria, dove c’era di tutto. Ha fatto 50 numeri, poi è arrivato internet. A quel punto arrivavi in ritardo su tutto, senza contare i problemi della posta. Così ho dichiarato chiusa l’esperienza. Era durata oltre dieci anni però».

Ma da dove viene il nome “Blasco”?

«Nei primi anni ’80 avevo passato una serata sulla Riviera romagnola in compagnia di alcune amiche di Milano che erano tornate a casa un po’ tardi. Quando le vede arrivare, la nonna si arrabbia e dice: “Secondo me, fino adesso voi due siete proprio state con la combriccola di quello là, il Blasco Rossi”. Quello stravolgimento del nome mi era piaciuto molto: è da lì che nasce “la combriccola del Blasco” di cui si parla nel brano Blasco Rossi».

Tornando al fumetto: hai mai conosciuto Andrea Pazienza? C’è un video in cui canta “Albachiara”.

«No, però conoscevo Frigidaire e quel tipo di fumetto alternativo. Anch’io avevo vissuto la creatività di quella Bologna del ’77: ero uno degli Indiani metropolitani. Poi è arrivata l’eroina e ha distrutto una generazione intera. È la storia più triste di quegli anni. Creativi straordinari bruciati dall’eroina. Un grande amico di Pazienza era Vincenzo Mollica, che per i fumetti ha fatto tantissimo».

I fumetti ti hanno in qualche modo influenzato?

«Moltissimo. Il mio modo di dare profondità alla frase secca, il dialogo continuo, viene proprio da lì. Quando scrivo una canzone, faccio prima lo schizzo proprio come per un fumetto. Le mie frasi sono più un dialogo, con lei, con me, che un racconto. È un modo fumettistico di raccontare, più che romanzato. Dopo dieci anni ad ascoltare i cantautori che amavo, come Guccini e De André, cercavo un modo mio. Alla fine ho trovato il mio stile, che però era diverso dal loro: non consisteva nel raccontare la storia. Una frase come “lunga e diritta correva la strada” dice tutto nei particolari, è un racconto. Io invece al massimo dico che vado contro un muro. L’avevo definito “minimalista” questo stile».

Era un minimalismo ricercato quindi, consapevole?

«Sì, in letteratura c’era il “minimalismo” americano che mi aveva affascinato moltissimo: quando ho letto Meno di zero di Bret Easton Ellis ho avuto gli incubi, è un libro potentissimo, eppure sono meno di 200 pagine. Un pugno allo stomaco. E io volevo sperimentare quella cosa lì nella forma canzone: usare il minor numero di parole possibile per dare la sensazione di quello che raccontavo. Nessun critico ha mai analizzato questo mio stile, ai tempi preferivano insultarmi e dire che ero un drogato e un pericolo pubblico».

Una delle sintesi più estreme che hai raggiunto è “Ho bisogno di te”. Quattro parole. “Oh Toffee”: due parole.

«Quella era esattamente la mia risposta a Baglioni. Lui riempiva le canzoni di fiumi di parole, io rispondevo con due, quattro parole. Con meno parole, lasci più spazio all’immaginazione: ognuno ci vede quello che vuole».

“Bollicine” è un esempio perfetto di questo meccanismo: “Bevi la Coca-Cola che ti fa bene” in sé è una cosa banale, eppure comunica molto di più.

«Non è il significato che conta ma il significante. Io non la bevevo la Coca-Cola, non mi è mai piaciuta. Bevevo la birra. Però ho usato tutti gli stereotipi che sentivo, tipo “bevi la Coca-Cola che ti fa digerire”. Facendo la pausa tra “Coca” e “Cola”, facevo paura al benpensante che voleva prendermi in castagna, voleva che dicessi Coca-ina. E invece no! E alla fine ci restava anche male... In concerto io dicevo solo “Coca cosa?”. Poi ci pensava il pubblico. Era la fotografia perfetta dell’ipocrisia italiana: quelli che si sconvolgevano per quella pausa erano gli stessi della logica “casa e chiesa”, modellati da un’educazione che ti insegna il rispetto per le apparenze e per la religione ma non per lo Stato. Siamo così, ipocriti. Poi il benpensante magari tira la coca ma non lo dice, la canzone invece sì».

Nel fumetto i disegni e la sceneggiatura sembrano aver catturato bene il clima di quegli anni.

«I disegni di Sergio Gerasi sono molto belli. E la sceneggiatura di Barbara Baraldi è romantica ma anche un po’ spigolosa, nel senso buono. E hanno colto la situazione: la Bologna del ’77, Punto Radio. E c’è anche la storia della nostra prima band, I Killer, che poi abbiamo ribattezzato Little Boys perché “Killer” era troppo aggressivo e avevamo paura che le famiglie non ci facessero suonare alle feste. Facevamo anche i tour…».

Davvero? Già allora?

«Verissimo. Alvaro Tebaldi aveva un negozio di scarpe vicino a casa mia ed era il nostro bassista. Una ragazza di Casalecchio, una villeggiante che veniva su dalla città d’estate, si era innamorata di lui e ci scritturò per una festa. Partimmo da Zocca in corriera con tutti gli strumenti e mio cugino con la cassa della batteria sulle spalle. Passiamo il ponte sul Reno — io vedevo Bologna per la prima volta, la basilica di San Luca lassù era magnifica — troviamo la casa, e c’era solo questa ragazza con la sua migliore amica. Solo loro due. Volevano vedere il bassista. Suonammo i nostri tre pezzi lo stesso, poi tornammo a casa. Quello era il nostro “world tour”».

E la chitarra la suonavi già?

«Quando uscivo ce l’avevo sempre con me. E i miei amici quando mi vedevano arrivare dicevano “scappa, scappa che c’è Vasco con la chitarra” ma scherzavano. Andavamo nei prati o nei boschi la domenica pomeriggio e suonavo Battisti, De André. Con la chitarra si acchiappava di più: inutile negarlo. Dai dodici anni in avanti è stata la mia compagna. Sempre».

Come hai imparato a suonarla?

«Esercitandomi appunto. Ed ero convinto di essere bravo. Un’estate a Zocca c’era una ragazza di Roma bellissima, si chiamava Mela C.: io ero il suo fidanzatino estivo. Un pomeriggio, dopo che le avevo fatto sentire qualcosa di mio, passo a lei la mia chitarra e questa mi sciorina giù Giochi proibiti di Andres Segovia — difficilissima — in modo perfetto: aveva studiato chitarra classica! Rimango di merda. Allibito, incantato. Da quel momento in poi non pensavo ad altro. Ho passato tutto l’inverno seguente chiuso in casa a Bologna a imparare quella tecnica».

A Zocca parlavi in dialetto?

«Capisco benissimo il dialetto ma faccio fatica a parlarlo perché in casa mia madre mi ha sempre parlato in italiano, ci teneva. Questo ci faceva sentire un po’ strani rispetto a chi lavorava nei campi, o al bar, dove si sentiva solo il dialetto. Per me, che abitavo sopra il bar Trieste, era impossibile scappare dalle loro battute. In paese mi sfottevano: se usavo una parola corretta, mi dicevano: “T’è mangià il vocabulari?”. Oppure, una volta che avevo dei pantaloni che andavano di moda allora, con i tasconi sulle gambe, mi fanno: “Ttzé vegnì giò col paracadut?”. Era una critica popolare diretta, sempre pronta. Quando vivi in un paese non scappi dalla critica, non puoi. Le raccontava anche Guccini, queste storie nei bar di montagna, con le stesse, esatte dinamiche: la presa in giro per qualsiasi cosa che sembrava andare un po’ fuori dall’ordinario. Così ho imparato a parlare con parole semplici, quelle che poi uso anche nelle canzoni, selezionate ma comprensibili a tutti».

Visto il poster che c’è nella tua cameretta nel fumetto, Beatles o Rolling Stones?

«Che domanda. Stones, tutta la vita. Quella canzone di Morandi, C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones, è una grandissima stronzata. C’era un gruppo comico bolognese piccolo negli anni Novanta, il Trioreno, che la smontava così: “C’era un ragazzo che amava i Beatles e i Rolling Stones... Allora: o amava i Beatles o i Rolling Stones!” Non puoi amarli entrambi, sono due mondi opposti. I Beatles sono pop, grandiosi, musicalmente più vari, i coretti perfetti. Gli Stones sono un modo di essere, la purezza del rock‘n’roll, l’attitudine, lo sberleffo. Dentro ogni canzone degli Stones, anche se non capisci il testo, capisci tutto: è provocazione, dissacrazione. Lo stesso spirito poi l’hanno raccolto i Sex Pistols, non a caso anche loro li ho messi in una canzone».

Era alla fine di “Fegato, fegato spappolato”, con sputo finale.

«Noi eravamo cantautori libertari, venivamo da un’altra scuola. Non eravamo certo quelli del “fatti mandare dalla mamma”. Quella dei Sex Pistols era “la grande truffa del rock‘n’roll”: il titolo del loro film era tutto un programma. Ti dicono in faccia che è una truffa e intanto ti cambiano la vita. Poi, sul palco, erano pericolosi davvero, nel senso fisico della parola: ci sono state serate in cui volavano oggetti di ogni tipo. Anche a me è capitato di litigare con il pubblico, agli inizi. Ma quella violenza era una risposta a qualcosa, non era gratuita. Era la risposta di una generazione a cui era stato tolto tutto».

Nel fumetto si racconta anche la tua storia d’amore difficile con una ragazza dai capelli biondi. Nel volume compare come Grimilde, la strega.

«Sì, hanno fuso la ragazza di Colpa d’Alfredo con la strega delle favole. Quando l’ho letto, con lei che si presenta da sola dicendo “sono Grimilde, la strega”, ho trovato l’idea geniale. È la sintesi di tutti i miei traumi giovanili con l’altro sesso. Le mie storie d’amore sono sempre finite male. Sempre. Ma quelle esperienze erano fondamentali, perché ogni storia finita male è diventata una canzone».

Nel secondo volume si entrerà anche nella stagione di Punto Radio. Quanto è stato importante per te?

«La radio era la libertà assoluta, un laboratorio permanente. Mi piaceva molto quell’anarchia, è stata la mia scuola vera, prima ancora delle canzoni».

E il terzo volume di cosa parlerà?

«Arriva la parte più difficile in cui le cose cominciano ad andare bene. Ma tu non sai ancora come gestirle. Il successo è un’altra prova, forse più dura del fallimento, perché non sei preparato».

Una scena mi ha commosso: quella del rapporto tra te e tuo papà Carlino e il suo ultimo viaggio.

«Quando mio papà è morto sono rimasto allibito: era una cosa che non avrei mai lontanamente pensato, non mi era mai entrata nella testa. Una volta gli avevo chiesto: “Ma se morisse la mamma, come faremmo io e te?”. E lui mi aveva risposto in dialetto: “Sarem dū disgraziê”, “Saremmo due disgraziati”. Avevo capito perfettamente il messaggio. Quando se n’è andato, è andato via di botto, inaspettatamente. È stato come se mi avesse detto: “Guarda, adesso vado, così tu ti svegli”. Fino ad allora ero uno che scriveva canzoni ma suonavo quasi per gioco, vivevo ancora a casa con loro. Da quel momento non ho più scherzato. È venuta fuori tutta la mia determinazione e una rabbia che non avevo mai avuto: quella rabbia era la voce che usavo per salire sul palco. Un carattere forte che non sapevo di avere. È stata la sua eredità. Perché ho pensato che adesso lui c’era e mi vedeva. E allora basta».

È una cosa molto bella questa di tuo papà.

«Poi una notte, tre o quattro mesi dopo la sua morte, ho fatto un sogno lunghissimo nel quale lui non era morto ma era tornato a casa. Abbiamo vissuto per un periodo di tempo in questo sogno che non finiva mai e lì, in quel sogno, ho elaborato la sua morte e l’ho definitivamente accettata. Questo non l’avevo mai detto prima, ma è venuto fuori e te lo racconto perché mi sembra giusto».

Un fumetto è anche un modo per fissare la memoria.

«Sì, ma non è riproduzione della realtà, la interpreta. E per me l’interpretazione è più vera dell’originale. Anche le mie canzoni sono più vere di quello che ho vissuto. Sono la versione definitiva. Io sono le mie canzoni».

La trilogia

Il 19 maggio è in uscita il primo volume di Vasco Rossi Una favola lunga una vita - La rabbia giovane, Sergio Bonelli editore, pagg. 112, euro 23. La sceneggiatura è di Barbara Baraldi e i disegni di Sergio Gerasi e Flavia Biondi. Il numero 2, Sulle ali del successo, è previsto per l’1 settembre sempre con gli stessi formati e autori. Si racconterà il dietro le quinte del travolgente successo fino agli anni della maturità artistica e della consacrazione a icona del rock

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