Cara Grecia non perdere la tua anima, il romanzo di Sophia Mavroudis
di Giancarlo De CataldoUn gruppo di uomini ritratti gioca a tavli, versione greca del backgammon, al porto del Pireo, Atene
Figlia di padre francese e madre greca, esperta di geopolitica internazionale, Sophia Mavroudis dice di sé stessa: penso in greco, scrivo in francese.Stavros contro Goliaè il secondo episodio di un’annunciata pentalogia incentrata sulla figura di Stavros Nikopolidis, commissario cinquantenne della polizia criminale greca.
Se dal versante francese delle sue origini vengono le modalità narrative delpolar, il genere criminale tipico dei Manchette, dei Pagan e dei Marchal, violenza e insospettabili squarci di poesia, con un’attenzione spasmodica ai sentimenti profondi e la dichiarata prevalenza dell’emozione sulla logica (siamo ben lontani dal thriller geometrico all’inglese, per intenderci), tutto il resto è Grecia. Perché questo romanzo, come il precedente Stavros, sempre edito da e/…
Figlia di padre francese e madre greca, esperta di geopolitica internazionale, Sophia Mavroudis dice di sé stessa: penso in greco, scrivo in francese.Stavros contro Goliaè il secondo episodio di un’annunciata pentalogia incentrata sulla figura di Stavros Nikopolidis, commissario cinquantenne della polizia criminale greca.
Se dal versante francese delle sue origini vengono le modalità narrative delpolar, il genere criminale tipico dei Manchette, dei Pagan e dei Marchal, violenza e insospettabili squarci di poesia, con un’attenzione spasmodica ai sentimenti profondi e la dichiarata prevalenza dell’emozione sulla logica (siamo ben lontani dal thriller geometrico all’inglese, per intenderci), tutto il resto è Grecia. Perché questo romanzo, come il precedente Stavros, sempre edito da e/o, è un continuo, struggente e tutt’altro che edulcorato atto d’amore per la Grecia, la sua cultura, la sua civiltà, la sua storia travagliata, il presente problematico.
Siamo nel 2019, e ancora non si parla di pandemia. Un pericoloso terrorista e i suoi complici sbarcano in Grecia per commettere attentati. Sfuggono a un primo agguato grazie a un misto di disorganizzazione e fortuna, ma soprattutto perché un’invisibile “manina” li protegge, e si rifugiano in un campo profughi. Toccherà a Stavros e alla sua squadra stanarli. E toccherà farlo collaborando con gli odiati turchi.
Vista da vicino, la squadra di Stavros è decisamente particolare. Stavros è (parola dell’autrice) «profondamente mediterraneo, intuitivo, impulsivo, affascinante, gaudente, gran giocatore di tavli». E a volte perde la pazienza. Con lui ci sono la tostissima Dora, ex punta di diamante delle forze speciali, divorata da un irredimibile desiderio di vendetta ma capace di una generosità senza limiti, l’hacker pentito Eugenios, il dirigente Livanos, perennemente costretto a barcamenarsi fra istinto sbirresco e convenienza politica, e l’odioso (e odiato) Glykas, picchiatore con il cuore fra i fascisti di Alba Dorata.
Il ritmo è teso, il plot ben congegnato, ma ciò che più brilla nella scrittura di Mavroudis è l’anima greca. Qui non solo Stavros è costretto a collaborare con i turchi; non solo si deve sorbire le ramanzine e l’ipocrisia della Comunità europea — vi abbiamo aiutato, dicono i funzionari di Bruxelles, ci avete strozzato, ribattono i greci; occupatevi dei migranti, insistono da Bruxelles; da soli non ce la facciamo, protestano i greci, con le loro migliaia di chilometri di frontiere, isole e isolotti; non ci riguarda, tagliano corto a Bruxelles. Ma, come se tutto questo non bastasse, deve anche usare la mano di ferro contro i migranti asserragliati in un campo profughi dove si vivono violenze degne di un girone dantesco. E Stavros è lui stesso figlio di migranti, un greco che discende da avi cacciati da Ataturk.
La tragedia delle migrazioni, il terrorismo internazionale e la crisi economica delineano un perimetro nel quale la Grecia stessa appare a Stavros (e a noi, che interpretiamo con il suo sguardo fiero la realtà) come la vittima di una tempesta perfetta. Un gioco di dadi di dèi ubriachi: «Devono essersi bevuto tutto il vino dell’Olimpo, quello buono e quello cattivo, quando hanno stabilito l’aleatorietà dell’esistenza umana: che senso ha giocare se i dadi sono truccati?». I greci stanno perdendo il loro filotimo, un termine che indica calore, accoglienza, rispetto dello straniero, del quale un tempo andavano orgogliosi. Stanno diventando «ansiosi, cupi, sospettosi».
Atene, la capitale, è l’emblema di un’aspra mutazione genetica: «Lungo la cresta del monte Imetto, le antenne televisive formano un anello intorno alla città simile a una corona di spine. È come se Atene (…) subisse un martirio, eternamente presa d’assalto, di continuo sballottata tra grandezza e sofferenza: dagli sbalzi d’umore degli dèi dell’Olimpo nell’antichità all’ira dei turchi sotto l’Impero ottomano, fino all’odierna espiazione delle proprie colpe».
Stavros, e in qualche misura anche Dora, non intendono arrendersi. Davanti agli orrori del campo profughi, Stavros è persino tentato di rivolgersi agli dèi, «a quelli vecchi e a quelli nuovi, a tutti quanti, ai suoi e a quelli degli altri, a chiunque voglia ascoltare. Perché Dio a volte può essere totalmente sordo alle miserie umane». Ma per quanto sia difficile, non è ancora impossibile «restare umani», e dimostrare che «i greci sono belli quando sono liberi e non rinchiusi in una visione angusta». Basta fare la giusta mossa nel tavli della vita.
Un bel romanzo che fa riflettere (con un divertito omaggio, pensate, al Catarella di Camilleri).
Il libro
Stavros contro Golia di Sophia Mavroudis (e/o, traduzione Giovanni Zucca, pagg. 240, euro 18,50)ì