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La poetessa Mariangela Gualtieri: “Ovidio inquieto amico nostro”

La poetessa Mariangela Gualtieri

 

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Ha dedicato un suo “rito sonoro” alle “Metamorfosi” e ai passaggi da una forma all’altra. Qui spiega il rapporto sognante coltivato con l’autore latino: “Mi racconta favole indimenticabili”
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Alle Metamorfosi ha dedicato uno dei suoi “riti sonori”, il poema in versi Da nome a nome. Mariangela Gualtieri, una delle più grandi poetesse italiane, con Ovidio ha coltivato un rapporto sognante: «Lucrezio mi fa tremare, Virgilio mi commuove e mi educa, Ovidio mi racconta favole indimenticabili», dice Gualtieri che rivela come ha reinterpretato il capolavoro. «Il metamorfico della mia poesia si è decantato passando dal carattere quasi illusionistico di Ovidio che umanizza tutto, alle metafisiche orientali che lo colmano di respiro cosmico. Ciò che io amo è proprio la quasi sospensione dall’umano per disperdersi nel grande respiro di tutto».

«L’estro mi spinge a narrare di forme mutate in corpi nuovi» recita l’incipit de “Le Metamorfosi”. Può essere questa una definizione di…

Alle Metamorfosi ha dedicato uno dei suoi “riti sonori”, il poema in versi Da nome a nome. Mariangela Gualtieri, una delle più grandi poetesse italiane, con Ovidio ha coltivato un rapporto sognante: «Lucrezio mi fa tremare, Virgilio mi commuove e mi educa, Ovidio mi racconta favole indimenticabili», dice Gualtieri che rivela come ha reinterpretato il capolavoro. «Il metamorfico della mia poesia si è decantato passando dal carattere quasi illusionistico di Ovidio che umanizza tutto, alle metafisiche orientali che lo colmano di respiro cosmico. Ciò che io amo è proprio la quasi sospensione dall’umano per disperdersi nel grande respiro di tutto».

«L’estro mi spinge a narrare di forme mutate in corpi nuovi» recita l’incipit de “Le Metamorfosi”. Può essere questa una definizione di poesia?

«Forse più che della poesia direi dell’arte figurativa e soprattutto del cinema. In Ovidio c’è una tale sovrabbondanza di immagini e di eventi straordinari che a volte sembra di essere dentro pellicole colossali».

Umani sono anche piante, animali, minerali: è il racconto di un mondo interconnesso?

«Le Metamorfosi ritrovano l’umano dentro il vegetale, dentro l’animale e anche nella pietra, come se tutto avesse potere di pensiero, di sentimento, di parola. È un mondo in cui si può passare da una forma a un’altra, dal regno animale a quello vegetale, come Dafne e Siringa a esempio; da quello minerale a quello umano, come nel caso di Deucalione e Pirra che si lanciano dietro la schiena sassi – le ossa della terra – e da quelli scaturiscono uomini e donne a ripopolare un deserto planetario causato dall’ira di Giove. In questi transiti però, l’umano è ben saldo al centro, sentito come creatura più nobile».

C’è una profezia in certe descrizioni dell’Ovidio catastrofico che narra la distruzione della Terra?

«Di certo i popoli antichi sapevano la forza dei vulcani e dei terremoti, la violenza del mare e delle tempeste e, nel caso di Ovidio amavano immaginare le cause di questi sconvolgimenti. La vicenda di Fetonte del libro secondo per esempio è profetica del passato e del futuro: pare anticipare la grande estinzione attuale, quella che ci vede responsabili di una lista sempre più lunga di animali e piante per sempre scomparsi dalla faccia della terra. La stoltezza di questo figlio del sole e il disastro che provoca al globo intero dice molto di noi, specie neonata e dotata di una tecnologia che potrebbe estinguerci».

L’amore che lui descrive è spesso rapace. Giovani ninfe costrette a scappare da uomini che vogliono possederle: stupri, rapimenti, figli nati da violenze.

«L’amore è spesso acceso dalla vista, ed è concupiscente, carnale, infiammato, incontenibile, passionale. Sono soprattutto gli déi maschi a braccare fanciulle che pare non ne vogliano sapere di accoppiarsi con loro. E si ripete talmente questa scena violenta di stupro da parte di déi spudorati e bramosi: basta un boschetto, un’ombra appartata, una polla d’acqua in cui i corpi vittimari femminili si ristorano e subito arriva qualcuno di loro, Giove per primo, che prova a fare di quei corpi ciò che vuole. Spesso la metamorfosi arriva come una salvezza, penso a Dafne che diventa alloro o a Siringa che si trasforma in una manciata di canne. Più spesso arriva come castigo – penso ad Aracne, trasformata da tessitrice superba in ragno».

“Le Metamorfosi” sarebbero impubblicabili al tempo del politicamente corretto?

«Ovidio è travolgente, sovrabbondante, immaginifico, smisurato nel suo recuperare e fondare miti che provengono da tradizioni molto più antiche della sua: ci sono Omero, Esiodo e tanto altro. Legge e reinterpreta. Il politicamente corretto è talmente legato al proprio tempo che questo raffronto non può avere una risposta».

Se l’amore maschile è sempre molto possessivo, quello femminile è più concettuale e anche più doloroso.

«L’amore maschile è spesso improvviso, irruento, violento e con stilemi ricorrenti come il riposo della futura vittima o la fuga nel bosco, e comunque si consuma in genere rapidamente. Mentre gli amori femminili hanno durata, maggiore complessità psichica e sono spesso tristi, è vero, dolorosi. Ricorre questa vicinanza fra vergini, sotto la protezione di dee anch’esse vergini, questa sorellanza dalla quale si viene però estromesse se si resta gravide, anche senza colpa – ma in realtà essere stuprata era considerata una colpa della vittima: certe convinzioni aberranti hanno radici lontanissime».

Cosa sono questi miti che Ovidio inanella uno sull’altro? Che cos’è il mito?

«Il mito si potrebbe pensare come primo venire alla parola di un racconto, e in questo essere all’origine: il mito tiene sempre una parte di sé nell’indicibile, nell’enigmatico. Pare essere quella prima volta in cui un accadimento si rivela in parole, per ripetersi poi innumerevoli altre volte fino a noi, conservando tuttavia il proprio mistero. Il fatto però è che Ovidio predilige miti che vanno sempre a finire in metamorfosi, a ribadire questo transito da forma a forma come una legge universale, come parentela fra tutto ciò che esiste».

L’opera di Ovidio ha ispirato e ispira l’arte, la poesia, la letteratura da sempre.

«È impressionante come Le Metamorfosi abbiano ispirato l’arte di tutti i secoli successivi, ovunque, come innumerevoli artisti abbiano assunto le figure ovidiane e ne abbiano restituito capolavori anche questi in una metamorfosi incessante da un autore all’altro, sempre ripetendosi e sempre rinnovandosi».

Ovidio è morto lontano da Roma, tristissimo riportano le cronache. La sua storia ci dice qualcosa del rapporto tra arte e potere? Il poeta è sempre in esilio?

«Sì, povero Ovidio. Motivi oscuri alla base dell’esilio, ma certo Ovidio non era né impegnato politicamente, né devoto al pantheon di divinità ufficiali come avrebbe voluto il potere del suo tempo. Credo che ogni poeta sia a casa solo nelle parole. Il potere, oggi così fuorilegge, volgare, protervo, inaudito, può fare molto male all’arte, a volte con violenza, a volte col rigoroso silenzio - che spesso è la condanna più feroce per un artista. Ma vi sono forze che non si domano, almeno io voglio crederlo, e con una fatica centuplicata restano tuttavia vivacissime e forti nella più alta espressione».

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