Un fumetto per VAGA: Napoli nouvelle vague
di Valerio BindiAndrea Pazienza era affascinato dal primo film di Godard, Fino all’ultimo respiro e lo ha preso a riferimento tante volte nei suoi fumetti. Quando prendi in mano un graphic novel e sembra girato con la camera a spalla, quando i dialoghi dei personaggi scorrono veloci, in un parlato che è anche tagliato via dal reale, ti viene in mente proprio quel modo di narrare. È quello che capita leggendo Fujakkà, secondo libro di Valentina Galluccio, VAGA la sua firma d’artista, pubblicato da Edizioni Bd. Autrice di fumetti e animazioni con un passato nella danza contemporanea, VAGA conferma con questo libro la sua originale visione del racconto e apre una prospettiva interessante.
Andrea Pazienza era affascinato dal primo film di Godard, Fino all’ultimo respiro e lo ha preso a riferimento tante volte nei suoi fumetti. Quando prendi in mano un graphic novel e sembra girato con la camera a spalla, quando i dialoghi dei personaggi scorrono veloci, in un parlato che è anche tagliato via dal reale, ti viene in mente proprio quel modo di narrare. È quello che capita leggendo Fujakkà, secondo libro di Valentina Galluccio, VAGA la sua firma d’artista, pubblicato da Edizioni Bd. Autrice di fumetti e animazioni con un passato nella danza contemporanea, VAGA conferma con questo libro la sua originale visione del racconto e apre una prospettiva interessante.
Ci sono diversi riferimenti al cinema francese nel suo lavoro, non solo alla Nouvelle Vague ma anche a L’odio di Kassovitz, una narrazione fatta di dialoghi più che di storia: «L’odio è il mio film preferito», spiega, «anche nel mio altro libro, Dog, forse si percepiva. L’ho preso come riferimento anche per il modo che hanno i personaggi di recitare e per come si sviluppa la storia. Quando scrivo non mi va di dare un finale preciso al lettore, e poi non voglio impartire lezioni proprio io che non ho una risposta certa alle domande che mi pongo. Fujakkà è l’accumulo di tutte le domande che io mi sono fatta nella vita. Tutte queste cose messe su carta, una volta che io le vedo fuori da me, non sono più demoni che esistono solo nel mio cervello».
“Fujakkà” in napoletano sta per fuggi da qua, ma nessuno fugge in questa città che si sgretola da sola.
«È la zona flegrea, io vengo da là ed è praticamente la mia storia. Anche se io spesso me ne sono andata, devo dire che abbandonare un luogo in maniera fisica non vuol dire abbandonarlo con la testa. La mia città è un miscuglio di cose belle ma anche di cose che ho vissuto e ho voluto dimenticare. Me ne andavo e mi portavo dietro tutto questo malessere, ma viene un momento della vita in cui devi attraversare il dolore. È quello che fanno questi personaggi».
È uno degli aspetti del crescere.
«In una scena ci sono i due protagonisti adolescenti. Lui vuole andare via perché la sua città non gli offre nulla, non trova lavoro, non ha il diploma. E lei immagina di incontrarlo quando saranno due estranei e lui si lamenterà di quel che trova al suo ritorno. Lei vuole restare a combattere la sua guerra. Per me è stato così tutta la vita: sono stata molto arrabbiata con Napoli, però rinnegare tutto non l’ho mai fatto. Nella mia storia i ragazzi non dicono mai che si trovano a Napoli. Si tratta di luoghi con un’anima underground molto forte: la periferia è uno spazio liminale che io ho esagerato. Distruzione ovunque, posti abbandonati, gente che non si sa se c’è o se non c’è: le periferie sono così, almeno la mia. Io sono di Soccavo, un quartiere dove abbiamo provato a promuovere attività sociali. Ma la sensazione costante che riporti è del fallimento che provi quando nulla cambia. Far rivivere luoghi che sono degli spazi dove la gente va solo a dormire è una cosa complicatissima. Molti alla fine abbandonano la nave».
Una Napoli riassunta nel titolo, negli spazi, ma non nel linguaggio del tuo libro che non è in dialetto.
«I personaggi dicono delle cose in napoletano, sono espressioni di base, come parlo io, una cadenza napoletana diciamo. Il titolo è una vecchia canzone dei 99 Posse. Una cosa molto divertente è che non tutti riescono a leggere la j come una i, di solito la leggono gi. Così ho iniziato a immaginarlo come se fosse una sorta di manga, con la copertina anche sul retro. Nel mio disegno c’è anche tutta la mia ammirazione per un grande disegnatore giapponese, Taiyō Matsumoto».
C’è un aspetto coreografico nel tuo modo di disegnare, nella struttura dell’immagine, nei corpi, nelle silhouette: perché?
«Sono stata ballerina, anche a livello professionale, per quasi vent’anni. Ho iniziato a sette anni e mezzo. A causa della danza ho anche abbandonato il disegno perché, come il fumetto, chiede di dare tutto, tutta la tua vita. La danza mi ha insegnato due cose fondamentali e me le porto nella vita, anche quando lavoro con il fumetto. Una è la dedizione, il sacrificio più totale della tua vita mentre devi essere precisa nel lavoro, cosa che adoro. E poi la sensazione dei corpi. I personaggi si devono muovere come se stessero danzando. Io il fumetto lo vedo come un mix tra animazione e musica, un film e una danza. I corpi devono recitare».
Torniamo al tuo modo di fare cinema con le immagini.
«Sì, ma attenzione, pensa a girare un videoclip musicale, o anche un film: se io avessi voluto fare Fujakkà come cortometraggio sarebbe stato molto complicato. Invece con il fumetto io riesco a mettere la mia città distrutta, vuota. Io non lo so spiegare a parole quanto godo a far esplodere i posti che conosco. È un po’ una forma di onnipotenza».
IL GRAPHIC NOVEL
VAGA, Fujakkà, BD Edizioni, pagg. 216, euro 20