Passaggio in India, Clemente e Desai con l’anima rivolta a Oriente
di Sara ScarafiaAmalfi – «Il pomeriggio indiano dura un’eternità», dice Kiran Desai. «Pare che in hindi per dire ieri e domani si usi una stessa parola», aggiunge Francesco Clemente. Siamo seduti in un’ampia cucina in penombra a parlare di tempo in una casa dove il tempo è sospeso. Arroccata sulla scogliera di Amalfi, 189 gradini da scalare per raggiungerla, la dimora che Clemente e la moglie Alba hanno trasformato in una delle più ammirate residenze della costiera è bellissima nella sua preziosa semplicità. Incastonati nelle cornici delle ampie finestre aperte, proprio come fossero quadri, il golfo e il duomo nel quale riposano le spoglie di sant’Andrea Apostolo, traslate da Costantinopoli. Il “primo chiamato” è un autentico ponte spirituale e storico tra Oriente e Occidente. E il perfetto spirito guida della conversazione. Che spazia dal filosofo Krishnamurti a Ortese, dal mondo in guerra al silenzio come spazio da abitare. Desai e Clemente non offrono nessuna risposta, ma continuano a porsi domand…
Amalfi – «Il pomeriggio indiano dura un’eternità», dice Kiran Desai. «Pare che in hindi per dire ieri e domani si usi una stessa parola», aggiunge Francesco Clemente. Siamo seduti in un’ampia cucina in penombra a parlare di tempo in una casa dove il tempo è sospeso. Arroccata sulla scogliera di Amalfi, 189 gradini da scalare per raggiungerla, la dimora che Clemente e la moglie Alba hanno trasformato in una delle più ammirate residenze della costiera è bellissima nella sua preziosa semplicità. Incastonati nelle cornici delle ampie finestre aperte, proprio come fossero quadri, il golfo e il duomo nel quale riposano le spoglie di sant’Andrea Apostolo, traslate da Costantinopoli. Il “primo chiamato” è un autentico ponte spirituale e storico tra Oriente e Occidente. E il perfetto spirito guida della conversazione. Che spazia dal filosofo Krishnamurti a Ortese, dal mondo in guerra al silenzio come spazio da abitare. Desai e Clemente non offrono nessuna risposta, ma continuano a porsi domande che rendono più ampio lo sguardo di chi li ascolta. Che cosa possiamo imparare oggi dall’Oriente? Non è in fondo verso Est che stiamo andando, forse da sempre, alla ricerca di un senso?
Come vi siete conosciuti?
Kiran Desai: «Il mio primo racconto breve, pubblicato sul New Yorker, era illustrato con uno dei dipinti di Clemente. Dovevo avere una ventina d’anni ma già conoscevo Francesco che aveva lavorato in India fin dagli anni Settanta. Poi ho partecipato all’inaugurazione della sua mostra al Rubin Museum, un museo dedicato all’arte himalayana a New York, e credo che quella sia stata la prima volta che l’ho incontrato. Ero così timida».
Clemente le carezza una spalla, sorridendo. La caffettiera è sul fuoco, l’aroma profuma la stanza. Clemente l’ha anche ritratta, la sua amica Kiran Desai: una figura altera e affascinante che ricorda Frida Kahlo.
Francesco Clemente: «E poi avevamo un amico comune: Salman Rushdie».
Rushdie, legato all’artista da una profonda amicizia, ha scritto per lui Nel Sud, un piccolo racconto: due anziani, Junior e Senior, sono in costante disaccordo su cosa sia l’India.
K.D.: «Alla fine a New York tutti gli italiani che hanno un legame con l’India e gli indiani che ci abitano finiscono per incontrarsi», ride Desai. Per entrare nella dimora di Clemente si è tolta le scarpe. Sono entrambi scalzi con le piante poggiate sul fresco pavimento in cotto maiolicato. La casa trasuda amore, forse anche perché due giorni prima di questo incontro Clemente e la sua compagna e musa, l’attrice Alba, che ad Amalfi ci è nata, hanno deciso di sposarsi, dopo quattro figli e una vita insieme. Desai, 55 anni, è una delle scrittrici contemporanee più ammirate. Indiana di Nuova Delhi, trapiantata nel Queens di New York, figlia della grande romanziera Anita Desai, alla quale è legatissima, allieva e amica di Peter Cameron, che è stato suo docente alla Columbia University, nel 2006 ha vinto il Booker Prize con Eredi della sconfitta. Ci ha messo vent’anni per completare il suo nuovo romanzo La solitudine di Sonia e Sunny, pubblicato in Italia da Adelphi e tradotto da Giuseppina Oneto: a proposito di tempo. Ne è valsa la pena: il risultato è un librone bellissimo e intenso. Attraverso la storia di due giovani indiani che cercano la propria strada in America e nel mondo, parla di radici, identità, legami. Un romanzo che indaga la solitudine del nostro presente, quel vuoto che può essere spaventoso mare aperto o vertiginosa possibilità. Clemente, napoletano, uno dei più acclamati artisti viventi, attualmente celebrato da una grande retrospettiva alla Triennale di Milano (fino al 6 settembre), quel vuoto lo abita e lo ha trasformato in arte. «Pittore pellegrino» (copyright Desai), colonna della Transavanguardia, una vita divisa tra l’Italia e New York, profondo conoscitore dell’India con la quale ha un legame lungo e antico, ne ha forse imparato il segreto: una certa profonda leggerezza. Sul tavolo tra loro c’è una copia de La solitudine di Sonia e Sunny: in copertina un dipinto di Clemente, After a lost painting (2022), l’ombra di due figure in volo che si tengono per mano. Ma è sfogliando le prime pagine che ci si imbatte nell’acquerello che ha cambiato il destino di questo libro, uno dei 108 della serie Emblems of Transformation, per la quale Desai ha scritto un testo: 108 dipinti come i grani del japa mala, il rosario buddista. Una creatura senza volto adornata di gioielli, un cuore al posto del bacino, una figura nera su uno sfondo rosso: un dio? Un demone? Chi può dirlo. Nel romanzo, che ha un tocco di realismo magico, diventa Badal Baba, amuleto e ispirazione, ricordo e memoria: uno dei protagonisti della storia.
Cosa rappresenta?
K.D: «Guardando la serie di Francesco si può meditare. Ognuno troverà il suo momento culminante: per me è stato l’incontro con questa figura. Non ho appeso il quadro alla parete, lo portavo con me dove stavo scrivendo, così lo avevo lì davanti agli occhi. Ed è fantastico, perché ti spaventa a morte eppure ti ispira. Non sai se è un dio, non sai se è un demone, non sai se è un essere umano, non sai cosa sia. Ma, ogni tanto, in India vedi una creatura o una persona che ti dà quella sensazione». F.C.: «Una volta Ettore Sottsass è andato in Cina e mi ha detto: “Francesco, lì ho incontrato persone che ti guardano negli occhi per capire se sei un uomo”. Da quel momento quando la gente mi chiede “perché vai così spesso in India?” rispondo: “Perché in India a volte incontri qualcuno che ti guarda negli occhi per vedere se sei un dio”».
Il grande architetto e arredatore scomparso nel 2007 partecipa al dialogo attraverso gli arredi che adornano la casa di Amalfi, come la credenza-scultura alle spalle di Clemente e Desai. Desai, ci ha messo vent’anni per completare il romanzo.
K.D.: «Il trucco è non vivere una vita. La verità è che avevo tutte queste pagine e non sapevo come metterle insieme. Poi ho scritto il testo per Francesco. Guardavo gli acquerelli, all’inizio in modo distratto. Poi ho capito che si muovono e ho iniziato a pensare a come lo fanno, perché è una cosa così importante per uno scrittore: come fai a dare movimento alla tua opera se scrivi di migrazione, di persone che si trasformano, che cambiano? Non è come nei romanzi con cui sono cresciuta, che erano ambientati in salotto, penso per esempio a Jane Austen».
F.C.: «Kiran: possiamo dire che l’artista tossico del romanzo non sono io? Vi prego scrivetelo». Ride Clemente. Ne La solitudine di Sonia e Sunny, la protagonista, si ritrova invischiata in una relazione distruttiva con un talentuoso pittore. Ma non è Clemente che pure viene citato come artista nel romanzo e sembra più aver ispirato l’intrigante figura del nonno di Sonia.
Desai, riservatissima, lontana dal gossip come strumento di promozione, è rimasta colpita dal fatto che alcuni media indiani abbiano accostato la figura dell’artista tossico a Orhan Pamuk con il quale ha avuto una relazione finita molti anni fa. Un romanzo è un romanzo.
The Four Corners, 1985 di Francesco Clemente, Francesco
C’è una diversa solitudine in Oriente e in Occidente?
F.C.: «È strano pensare che in inglese le parole solitude e loneliness, che noi traduciamo in tutti e due i casi “solitudine”, abbiano significati diversi. Ma è possibile che sia la famiglia la loneliness del romanzo, cioè quel senso di isolamento che si prova anche in mezzo agli altri? Le famiglie sono la nazione della solitudine. C’è un momento nel libro in cui Sonia chiama la madre e le dice che si sente sola e lei risponde che le sembra che in Occidente le persone siano molto sole».
K.D.: «Una cosa è certa: in India non puoi scrivere un libro senza la famiglia, perché in India non si è mai soli. Il verso di Wordsworth “Vagavo solitario come una nuvola” è impensabile nel contesto indiano».
F.C.: «Io credo che le esperienze siano le stesse ovunque. Cambiano il vocabolario e le convenzioni. Per esempio in India un grande insegnante di una particolare disciplina non dirà: “L’ho inventata io”. Dirà: “Questo me l’ha insegnato il mio maestro”. Nel frattempo, in realtà, sta facendo qualcosa a cui il suo insegnante non aveva mai nemmeno pensato. E nella nostra parte del mondo è l’opposto. Non importa cosa tu faccia è sempre un “oh, l’ho inventato io. Oh, è una mia idea”. Ma nessuna delle due convenzioni è particolarmente radicata. E ciò che sta accadendo è esattamente lo stesso».
K.D.: «Per me è stato molto importante sentire Francesco dire che i suoi pomeriggi da bambino a Napoli erano così lunghi che imparavi ad aspettare. In India nei pomeriggi interminabili stai semplicemente sdraiato. Fa troppo caldo per stare a letto: o ti stendi direttamente sul pavimento oppure hai una stuoia. Molte delle immagini dei dipinti di Francesco sono ciò che ti scorreva nella mente in quel momento. Non stai dormendo, ma non puoi fare niente e chiudi gli occhi».
Bisogna abitare il vuoto per creare?
F.C.: «Ti serve un espediente. Questa idea del senso del vuoto è molto indiana».
K.D.: «Torno sulla figura senza volto: se ripercorri quell’assenza attraverso il mondo orientale e quello occidentale potrebbe essere definita allo stesso tempo nichilista o generativa. Io credo che il personaggio continui a dire: il vuoto dell’Oriente non è il vuoto dell’Occidente, ma in realtà lo è. Per me è interessante venire qui ad Amalfi, guardare questo paesaggio dalle finestre e immaginare come fosse per un monaco, seduto lassù tra le montagne, guardare il mare. A New York non si guarda molto fuori dalla finestra».
Entrambi siete legati al filosofo Jiddu Krishnamurti: “La verità è una terra senza sentieri” come diceva?
F.C.: «Ho trascorso i miei cosiddetti anni formativi nel complesso delle società teosofiche, leggendo testi tratti dai Libri Sacri dell’Oriente, pubblicati alla fine del XIX secolo. E ogni Natale andavo a trovare Krishnamurti per ascoltarlo da vicino. Ma ho scoperto che Kiran è cresciuta frequentando Krishnamurti. Quindi vorrei saperne di più».
K.D.: «Sì, perché mia madre lo conosceva. Veniva con noi e il nostro cane a fare lunghe passeggiate nei Lodhi Gardens di Delhi. Un giorno chiese a mia madre cosa fosse per lei l’arte, di cosa trattassero i suoi scritti. Non sono del tutto sicura di cosa lei abbia risposto. Disse qualcosa del tipo che era un modo per comprendere il mondo. E lui disse: “No, no, tu non sai che cosa sia l’arte. La prossima volta che ci vedremo, te lo dirò”. E poi morì. Avrei tanto voluto sentire la risposta».
F.C.: «Penso che se Krishnamurti ti sentisse dire che hai costruito il tuo libro attorno a questo centro vuoto, a questo momento di silenzio al centro della storia, ne sarebbe moderatamente soddisfatto perché in qualche modo si adatta al suo insegnamento. Solo che lui voleva solo sedersi in quel centro vuoto, in quel silenzio. Ma non l’ha fatto. Ha fallito completamente perché si parlava di lui in continuazione».
Krishnamurti ripeteva di non essere un guru, perché non ci sono maestri. Oggi i potenti del mondo sembrano saper affermare solo il contrario. Come si fa a essere artisti in un mondo in fiamme?
K.D.: «Francesco, tu dici sempre che stai creando una narrazione alternativa. Come artista metti tutto da parte: perché del resto quando la politica è terribile come oggi cos’altro si può fare? Per un romanziere è molto più difficile: se non parli affatto di politica è assurdo, perché le nostre vite sono completamente influenzate da ciò che sta accadendo. Eppure, allo stesso tempo, cerchi anche di non parlarne perché appesantisce tutto. Penso a scrittori come Čechov: non ne ha mai scritto e la sua opera vivrà per sempre».
F.C.: «Per darmi coraggio, penso a Matisse durante la Seconda guerra mondiale che dipingeva il mare attraverso le persiane quasi chiuse. Anzi, dipingeva solo uno scorcio del mare, quello scorcio. Quanto del mondo voleva vedere in quel preciso momento».Questo è il tempo della paura?
F.C.:«Il compianto David Hockney era una persona molto compassionevole e intelligente. Una volta mi disse: “Una società può vivere solo nella gioia o nella paura. Le due cose si escludono a vicenda. Se prevale la paura, c’è paura. Se prevale la gioia, c’è gioia. Non si possono avere entrambe”. E in questo momento, ovviamente, siamo in preda a una gigantesca epidemia di paura».
K.D.: «Mi sentivo come se la comunità artistica e letteraria mi dicesse di scrivere libri realistici in un’epoca realistica. Vita reale, vita reale, vita reale. E poi guardando l’intera serie dei 108 dipinti di Clemente ho capito che dovevo seguire la mia strada. L’angelo sulla nuvola è uguale a un cane che dorme da qualche parte, è uguale a un dio, è uguale a un essere umano, è come un sogno, è come un incubo, è come la vita vera. Noi siamo così. Abbiamo incubi che hanno influenzato profondamente il nostro quotidiano. E non so come questo si colleghi all’Italia, ma qualcuno mi ha dato un libro da leggere sul treno, era di Anna Maria Ortese. Nell’introduzione diceva di avere un problema con la realtà. E ho pensato: “Oh, ecco una scrittrice di Napoli che prova quello che provo io oggi”. Ma ci vogliono esperienze straordinarie per strapparti dalla realtà».
F.C.: «Ma cosa è in fondo la realtà?».
E il tempo? Cosa è il tempo?
K.D.: «Credo di essere uscita dal tempo. Mi sono immersa in questo libro e poi, quando ho finito, ero più vecchia di vent’anni. È stato un grande sollievo ma è anche un po’ spaventoso a pensarci. Ora ho 55 anni e ne ho viste di tutti i colori. E credo che quando hai vissuto un bel po’ inizi a vedere gli schemi, le cose ripetersi. Vedi la storia scomparire, poi riapparire, scomparire e riapparire. Vedi il mondo che cambia, la foresta che svanisce».
F.C.: «Questo ci riporta a Krishnamurti, alle sue ultime parole: “Ora devo andare. Devo camminare nella foresta”».
Clemente, lei ha detto che nella sua vita segue l’instabilità, il disorientamento e il viaggio. Perdersi è una possibilità?
F.C.: «Sì, ma perdersi fino a un certo punto. In fin dei conti, quello che realizzo è una cosa molto tangibile e richiede che tu sia sobrio come una pietra, lucido come una pietra, premeditato come una pietra e crudele come una pietra».
Crudele?
F.C.: «C’è crudeltà in ciò che faccio. E questo richiede piena presenza. Non puoi essere con la mente altrove. Devi essere dove ti trovi in quel momento».
Desai, anche scrivere è in qualche modo crudele?
K.D.: «Se hai le idee chiare lo sei. Finire un libro poi è sempre un gesto molto violento».
Nel romanzo Sonia è un po’ preoccupata di come il lettore occidentale possa interpretare i racconti ai quali sta lavorando. Qual è il prezzo da pagare per questa assimilazione nella parte occidentale del mondo, per integrarsi?
K.D.: «Quando si parla di un senso di sé che è sradicato, ci dimentichiamo che è anche una cosa gioiosa: il lessico è un intreccio tra traduzione, immigrazione e scrittura. E quando lo capisci, è incredibilmente prezioso per uno scrittore. La parte dolorosa sta nel fatto che il mondo politico è diviso. Il potere è diviso. Ed è questo a provocare il senso di vergogna e la perdita della dignità».
F.C.: «Per un artista, in un certo senso, l’esilio è un privilegio perché crea distanza. E senza distanza, non si riesce a portare a termine nulla».
Clemente la retrospettiva a Milano si intitola “In Between”. Cosa significa, per un artista, trovarsi “nel mezzo”?
F.C.: «Nel mio caso è un riferimento sia al mio modo di lavorare, che consiste nel trovarmi a cavallo tra culture diverse, sia alla mia vita. Essere in India, essere in Italia, essere a New York. Ma è anche un riferimento al bardo. Nella tradizione tibetana, il bardo indica lo stato tra una vita e l’altra. Ma il bardo è anche la fase che attraversiamo nella nostra esperienza quotidiana. Se la coscienza è continuità della discontinuità, c’è discontinuità nella coscienza. Non sai chi sei per tutto il tempo in cui pensi di sapere chi sei. C’è un intervallo, poi ti dici di nuovo: “io sono”; un intervallo e riaffermi: “io sono”. In mezzo, in between, c’è forse quel centro che genera ogni cosa: ma non siamo mai del tutto sicuri di cosa stia accadendo in quel centro».
Forse la strada è saper abitare la terra di mezzo. Che fortuna che a Napoli come a Nuova Delhi i pomeriggi fossero così lunghi.