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Guccini, l'innocenza dell'eskimo

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Dall’archivio – Il ritratto per gli 80 anni. Chi lo detesta lo dipinge come una rappresentazione degli stereotipi di sinistra, di cui è invece la negazione vivente. Colto, sentimentale, malinconico. E sempre pronto a spiazzare tutti. Per questo resta moderno
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Va detto una volta per tutte: nel 1968, nessuno, proprio nessuno (studente e/o contestatore) indossava l'eskimo. Le foto delle assemblee delle manifestazioni di quell'anno ne sono inoppugnabile documentazione: la gran parte dei giovani indossa giacca camicia cravatta, i jeans sono rarissimi, piuttosto numerosi i golf di lana pesante, spesso di fattura domestica. L'eskimo come costume (quasi) di massa verrà solo dopo. Due testimonianze. La prima è strettamente personale. L'eskimo (allora chiamato K2) venne acquistato da mio padre, nell'ottobre del 1967, in un negozietto di via Prè, a Genova, per proteggere il corpo adolescente del figlio dal "freddo terribile" di Milano, dove avrebbe frequentato l'università. La seconda testimonianza è quella, autorevolissima, di Francesco Guccini che, parlando appunto di quell'indumento, così scriveva oltre dieci anni dopo: "Portavo allora un eskimo innocente dettato solo dalla povertà / non era la rivolta permanente diciamo che non c'era e tanto fa".…

Va detto una volta per tutte: nel 1968, nessuno, proprio nessuno (studente e/o contestatore) indossava l'eskimo. Le foto delle assemblee delle manifestazioni di quell'anno ne sono inoppugnabile documentazione: la gran parte dei giovani indossa giacca camicia cravatta, i jeans sono rarissimi, piuttosto numerosi i golf di lana pesante, spesso di fattura domestica. L'eskimo come costume (quasi) di massa verrà solo dopo. Due testimonianze. La prima è strettamente personale. L'eskimo (allora chiamato K2) venne acquistato da mio padre, nell'ottobre del 1967, in un negozietto di via Prè, a Genova, per proteggere il corpo adolescente del figlio dal "freddo terribile" di Milano, dove avrebbe frequentato l'università. La seconda testimonianza è quella, autorevolissima, di Francesco Guccini che, parlando appunto di quell'indumento, così scriveva oltre dieci anni dopo: "Portavo allora un eskimo innocente dettato solo dalla povertà / non era la rivolta permanente diciamo che non c'era e tanto fa".

Il senso di quei versi è limpido: siamo nei primissimi anni dei movimenti di protesta e il ricorso a quel giaccone si doveva al suo bassissimo costo e al suo utilizzo versatile, non certo a una pretesa simbolica. La scarsità dei mezzi, insomma, non l'ideologia.

In realtà, la semiologia della moda di Francesco Guccini è un'anti-semiologia. Con lui, l'eskimo sfugge ai luoghi comuni, così come si sottraggono ad altri cliché le calzature che indossa. Nei concerti, quando cantava "non piango, ma compro le Clark" (Via Paolo Fabbri 43, 1976), s'interrompeva mostrando le Desert Boot che portava ai piedi e commentava: "queste sono false". C'è, in simili episodi, una cruciale chiave di lettura per conoscere e interpretare Francesco Guccini come artista e come uomo. Lui che, da quanti non lo amano, viene rappresentato come un collage di stereotipi sinistrici è, a ben vedere, la loro negazione vivente. E il suo giocare con le frasi fatte e con i modelli dominanti corrisponde a un modo sapiente di eroderli e svuotarli.

Pigliamo la questione dell'età: Francesco Guccini è sempre stato considerato "un cantante dei giovani" (solo a scriverla, questa formula, fa rabbrividire) e tuttora il suo pubblico è in minima parte costituito da anziani e coetanei e, in larga prevalenza, da giovani e giovanissimi.

Ma il rapporto che lega gli appassionati al musicista non richiama in alcun modo la teoria del rispecchiamento di Gyorgy Lukacs (Guccini sa chi è): le sue canzoni non riproducono l'attualità, i suoi costumi e i suoi ambienti, ma riflettono lo sguardo ironico e assai spesso sarcastico dell'autore su di essi. E, d'altra parte, le nuove generazioni non possono rispecchiarsi in Guccini perché irreparabilmente così più anziano di loro. Oggi finalmente si scioglie quel paradosso: oggi Guccini compie ottant'anni e la sua età biografica coincide con la sua età sociale, con la sua immagine generazionale, con l'idea di sé che comunica.

Quando uscì il suo primo disco, nel 1967, una nota lo indicava come "docente di lingua italiana presso la Johns Hopkins University, sede di Bologna". Era e sembrava un professore, di quelli nemmeno troppo alla mano, già "vecchio". E, in lui nulla, davvero nulla, di giovanile, e Dio non voglia, di giovanilistico: tanto più se si pensa alla musica generazionale di quegli anni (da Gianni Morandi a Caterina Caselli). E si consideri ancora quanto due sue canzoni, come Dio è morto (1965) e Auschwitz (1967) fossero "datate" e anacronistiche, così austere nel linguaggio e nella struttura musicale, e tuttavia, incredibilmente contemporanee e capaci di coinvolgere idee e sentimenti dell'epoca.

D'altra parte, se riascoltate oggi, Dio è morto e Auschwitz sembrano scritte giusto l'altro ieri. Dunque, l'attualità di Guccini sta nel suo essere costantemente fuori tempo. Almeno un po'. Mai obsoleto, ma mai "di tendenza", sempre laterale e sempre in ritardo di una battuta rispetto al ritmo dominante. Questo scarto temporale, che è anche una forma di distacco morale gli ha consentito di osservare le cose con lo sguardo della prossimità, ma anche con la giusta distanza dell'intelligenza e della precoce saggezza di chi, appunto, era già vecchio alla fine degli anni 60. Un guardare di sottecchi e di sguincio, un po' sghembo, e una vocazione per la "mossa del cavallo".

E il rifiuto di stare in prima fila perché da lì, notoriamente, il film si vede male ed è opportuno arretrare di qualche passo. Insomma, arrivare appena un po' prima o appena un po' dopo perché l'eccessiva puntualità ti impedisce di osservare ciò che più conta: l'allestimento della scena e la sua smobilitazione. Per questo fa sorridere lo sconcerto provocato dalla dichiarazione: "non sono mai stato comunista" (Corriere della Sera del 7 giugno 2020): basta riandare ad una canzone come L'avvelenata (1976) per comprendere bene la poetica e, come dire, l'ideologia gucciniana: "io poeta, io buffone, io anarchico, io fascista/ Io ricco, io senza soldi, io radicale/ io diverso ed io uguale, negro, ebreo, comunista/ Io frocio, io perché canto so imbarcare/ io falso, io vero, io genio, io cretino".

È chiarissimo: Guccini è uomo della contraddizione e dell'eresia, non certo dell'omologazione e dell' ortodossia.Poi c'è il Guccini che ha letto molto libri (e un buon numero ne ha scritti) e che cita figure della storia del pensiero e della letteratura, senza mai un tratto di tedio o di seriosità: Descartes, Borges, Ophelia, Odisseo, Hemingway fino a Roland Barthes, e molti altri. Si pensi a quel Cyrano dove l'interpretazione dell'eroe di Edmond Rostand risente della lettura della migliore critica europea, ma ciò che emerge, in questa e in altre composizioni, è una sorta di Teoria dello Sberleffo che interviene puntualmente e provvidenzialmente laddove il tono sembra farsi più grave. Questa canzone, come Don Chisciotte e altre ancora, richiama la dimensione più colta, riflessiva e malinconica del Guccini che sembra frequentare la depressione. Ma la fisionomia prevalente di questo musicista è un'altra e rivela due timbri particolarmente intensi. Il primo, e forse il principale, è quello dell'identità provinciale.

Guccini è un magnifico autore periferico come i migliori scrittori della provincia italiana: i Mastronardi, i Bianciardi, i D'Arzo, i Chiara, i Guerra e, oggi, i Maggiani. Come loro, è capace di rovesciare il punto di vista, facendo della provincia il più perspicace e acuminato osservatorio per guardare il mondo. Dalla "piccola città" è possibile scorgere l'infinito paesaggio che corre "tra la via Emilia e il West". L'altro timbro che ha fatto del musicista di Pavana una delle voci del nostro tempo è quella del sentimentalismo. Questo termine sembra già (a causa del suffisso -ismo) esprimere un giudizio critico, ma così non è. In ciascuno di noi - credo- c'è un lato debole, una dimensione emotiva fragile, tenera e violenta, e giustamente è toccato al "kitsch poetico" di Jacques Prévert "immortalarla" proprio con quei tre aggettivi in Cet amour.

È un lato debole, puerile e sottoculturale, che si esprime nella passione - a volte negata, a volte compiaciuta - per oggetti, linguaggi e vicende che, in genere, sono lontane dalla nostra sensibilità riconosciuta e dai nostri gusti dichiarati di adulti. È uno strascico dell'adolescenza da cui è difficile separarsi e che si esprime nel momento dell'abbandono (per amore, passione politica o sportiva, euforia da gioco o da battaglia). Un trasporto che periodicamente ritorna e può coglierci alla sprovvista, in presenza di fatti, persone o emozioni capaci di solleticare la nostra sfera psicologica più immatura, le nostre fantasie non elaborate, il nostro fondo di romanticismo giovanile (eppure rassicurante proprio in quanto ordinario e familiare).

È un lato debole che racconta la fase immatura dello sviluppo della persona: immatura e, proprio per questo, così cara e così nostra. Tutto ciò ha un linguaggio che si ritrova negli epistolari amorosi, nella letteratura rosa e in quella avventurosa e nelle parole della musica leggera. Chi indovina quelle parole e ce le rimanda in forma letteraria o sub letteraria, entra nel nostro immaginario, lo accoglie e, a sua volta, lo forma. Guccini ha saputo fare questo.

Consideriamo una delle sue canzoni più belle, Incontro. Vi si trova tutto il piacere, mite e confortevole, della malinconia, in una situazione-tipo quale quella dell'incontro con un trascorso amore. Il sentimentalismo di quell'atmosfera tende irresistibilmente a riproporsi nella memoria, nel corso delle età successive, con la stessa dolcezza e lo stesso linguaggio di quando venne vissuta. E, allora, non solo non stupisce, ma sembra la più adeguata, l'espressione che, descrivendo l'ambiente della casa di lei, racconta di "stoviglie color nostalgia". Qui, si raggiunge il sublime del sentimentalismo kitsch. Quelle "stoviglie color nostalgia" ci imbarazzeremmo a pronunciarle davanti a chiunque, ma è possibile che ci si compiaccia nel pensarle nella nostra mente, intenerita a tradimento.

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