Londra
Francisco era nato in un paese dell’Estremadura, Fuente de Cantos, mentre il Cinquecento volgeva al termine. Sua madre aveva un po’ di terra in quell’angolo remoto di Spagna, suo padre una bottega, e fu probabilmente nel negozio del padre che de Zurbarán iniziò a subire il fascino dei colori. Conosceva già il bianco degli abiti del clero e il nero dei vestiti dei laici, e il marrone, l’ocra, il giallo bruno della sua terra arida e brulla. Ma nei tessuti che il padre commerciava scoprì lo spessore della stoffa, la sua duttilità e morbidezza, il modo in cui assorbiva la luce e la faceva danzare. Quando si decise che sarebbe stato pittore, fu mandato a Siviglia a fare l’apprendista, negli stessi anni in cui Diego Velázquez, solo di due anni minore di lui, seguiva lo stesso destino. Qui scoprì il mondo, perché allora il mondo arrivava, lungo le acque del fiume Guadalquivir, proprio a Siviglia, unica città autorizzata a commerciare con il vasto impero che la Spagna aveva conquistato…
Londra
Francisco era nato in un paese dell’Estremadura, Fuente de Cantos, mentre il Cinquecento volgeva al termine. Sua madre aveva un po’ di terra in quell’angolo remoto di Spagna, suo padre una bottega, e fu probabilmente nel negozio del padre che de Zurbarán iniziò a subire il fascino dei colori. Conosceva già il bianco degli abiti del clero e il nero dei vestiti dei laici, e il marrone, l’ocra, il giallo bruno della sua terra arida e brulla. Ma nei tessuti che il padre commerciava scoprì lo spessore della stoffa, la sua duttilità e morbidezza, il modo in cui assorbiva la luce e la faceva danzare. Quando si decise che sarebbe stato pittore, fu mandato a Siviglia a fare l’apprendista, negli stessi anni in cui Diego Velázquez, solo di due anni minore di lui, seguiva lo stesso destino. Qui scoprì il mondo, perché allora il mondo arrivava, lungo le acque del fiume Guadalquivir, proprio a Siviglia, unica città autorizzata a commerciare con il vasto impero che la Spagna aveva conquistato nelle Americhe.
Qui divenne così bravo, anche studiando i dipinti e le stampe che i mercanti portavano dai Paesi Bassi, che presto gli ordini religiosi della città, grandi committenti di pitture che nei loro conventi ispirassero la fede e la contemplazione, si accorsero di lui. Nel 1627, a 29 anni, dipinse unaCrocifissione per il monastero domenicano di San Pablo el Real. Misero il dipinto – una semplice Crocifissione su sfondo nero – in una stanza poco illuminata. Chi entrava, raccontò un altro pittore, Antonio Palomino, credeva di trovarsi di fronte una scultura policroma, per quanto era vivo il drappeggio del panno bianco intorno al fianchi del Cristo.
Francisco de Zurbarán, Santa Casilda di Toledo (1635)
È proprio con quella Crocifissione, oggi conservata all’Art Institute di Chicago, che i curatori Francesca Whitlum-Cooper e Daniel Sobrino Ralston hanno scelto di iniziare il percorso di Zurbarán, la retrospettiva della National Gallery (fino al 23 agosto) che in oltre 50 opere accende i riflettori sul maestro per ribadire il suo posto, accanto a Velázquez e Murillo, nella triade della grande pittura seicentesca spagnola. Cinquanta opere per rileggere la storia del pittore delle stoffe che avrebbe ispirato, secoli dopo, il più famoso couturier spagnolo, Cristóbal Balenciaga, ma non solo. Francisco de Zurbarán fu anche l’autore di sublimi nature morte, capace di restituire agli oggetti mistero e dignità con la stessa intensità e la stessa caparbia attenzione del novecentesco Morandi. Fu lo straordinario interprete della rivelazione e della fede, come si aspettava da lui un Paese che veniva dai secoli dell’Inquisizione e che aveva sposato la Controriforma, ma lo fece a suo modo, e a suo modo raccontò, con un altro salto temporale che stupisce, gli animali: cardellini, colombe, lo straordinario Agnus Dei (1635) che non è più simbolo ma creatura morente e degna.
Nel grande secolo della luce, lo stesso di Vermeer e Caravaggio, Francisco scelse di magnificarla attraverso il colore. Non aveva viaggiato, non era stato in Italia. Le sue incertezze nella lezione della prospettiva furono forse ciò che lo spinse a prediligere una sorta di visiva paratassi. Tutto è in primo piano, tutto si squaderna davanti all’occhio dello spettatore. Ma poiché la natura umana, il mondo intero, è un mistero che solo Dio può rivelare, in questo gesto nulla di ciò che sceglie di dipingere si rivela banale. Francisco, di cui possediamo forse uno straordinario autoritratto nel Cristo crocifisso con un pittore(1650, al Prado di Madrid) guarda all’umanità senza severità e senza giudizio. Sono umani i suoi frati, sono meravigliose le sue sante e la Maria bambina che ha dipinto in tante versioni.
Francisco de Zurbarán, Santa Caterina d'Alessandria (1650)
Oltre alla Santa Margherita di Antiochia, già in collezione alla National, nel museo londinese sono arrivate dai musei spagnoli anche la celebre Santa Casilda di Toledo, la Santa Caterina d’Alessandriaela Santa Elisabetta di Turingia, dove l’artista, che pure gestiva uno studio fiorente, capace di lavorare su modelli (inviò oltre cento tele nelle capitali del Nuovo mondo, da Lima a Città del Messico, influenzando profondamente l’iconografia delle colonie) fu attento a non dipingere volti ideali ma donne del suo tempo, diverse una dall’altra. Le sue Maria bambina (in mostra la versione La Vergine bambina in estasi dal Metropolitan di New York) sono colte da una rivelazione ultraterrena mentre ricamano e leggono. Non c’è nessuna semplificazione e, verrebbe da dire con occhio contemporaneo, nessuna sottovalutazione della capacità femminile di accedere al divino; del resto la sua rigida Spagna seicentesca era tuttavia la Spagna di Teresa d’Avila, mistica così gigantesca da essere temuta da molte frange della Chiesa.
Infine, le nature morte. Quelle firmate da Francisco sono pochissime. A Natura morta con limoni, arance e una rosa (1633, dal Norton Simon Museum di Pasadena), alla piccola Una tazza d’acqua e una rosa (1630) ea Natura Morta con vasi (1650), entrambe dal Prado, i curatori hanno accostato alcune opere di Juan, il figlio di Francisco, che con talento si specializzò proprio nelle nature morte. Lo portò via la peste del 1649, quando non aveva ancora trent’anni. A Francisco, già vedovo di due mogli e che già aveva perso molti figli bambini, toccò di sopravvivergli. La vita è terribile e meravigliosa.