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Roger Ballen: “Io sono il fotografo del buio”

Roger Ballen, Cucciolo tra i piedi (1999) ©Roger Ballen

 
A Monopoli vanno in mostra i suoi scatti ispirati a Dante. E qui l’artista statunitense spiega perché è la mente la vera camera oscura
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Rassicura pensare che il diavolo se ne stia all’inferno. Invece corre, salta, si contorce, danza, strepita ovunque, come queste figure bianche sul nero di un nerissimo libro. Roger Ballen, però, ultimo erede dei grandi illustratori dell’Inferno di Dante Alighieri, non è una persona cupa. Dietro la sua scrivania di Johannesburg alcuni scaffali son pieni di pupazzi colorati. La sontuosa edizione del suo Inferno, col testo del poeta e le sue immagini, curato assieme a Marguerite Rossouw per l’editore italiano Postcart, è diventato anche mostra per la undicesima edizione di PhEST, festival internazionale di fotografia e arte in programma a Monopoli, in Puglia, dal 7 agosto al 1° novembre. Nato negli Usa ma portato decenni fa in Sudafrica dal lavoro di consulente minerario, Ballen è oggi, a 76 anni, uno dei maestri riconosciuti della fotografia internazionale, unico nel suo linguaggio che mescola da sempre l’apparenza documentaria alla visione simbolica e alla creazione fantastica.

Posso iniziare con una battuta? Era destino, per un geologo, scendere nelle viscere della terra…

«Qui in Sudafrica ci sono le miniere più profonde del pianeta. Non sto parlando di due o trecento metri, ma anche di duemila metri sottoterra. Le ho visitate diverse volte, e posso dire che quando hai due chilometri metri di roccia sopra la testa capisci cosa è l’Inferno».

Ma qui parliamo dell’Inferno immaginato da Dante Alighieri. Come ha incontrato Dante?

«Fu il primo libro che mi capitò fra le mani alla scuola di Scarborough, avevo quattordici anni e vivevo ancora a New York. In Italia Dante si studia a scuola, lì neanche l’insegnante sapeva chi fosse. Non riuscivo a capirlo ma mi ci misi di impegno. Fu una dura lotta».

Roger Ballen, Dreamboy (2001) ©Roger Ballen

 

In un suo lavoro, “Asylum of the Birds”, lei cercò di raggiungere il paradiso sulle ali degli uccelli. Perché ora sente il bisogno di scendere a casa del diavolo?

«Non poteva che accadere in Italia. Ero venuto per una mostra alla Biennale di Venezia, poi un giorno in vacanza a Senigallia…».

La città di un grande fotografo, Mario Giacomelli. Molti vi hanno accostato, per lo stesso senso tragico del vivere…

«Uno dei miei fotografi preferiti, uno dei più grandi del ventesimo secolo. L’ho amato perché non si lasciava distrarre dai problemi del presente e pensava alla condizione umana».

Dunque, a Senigallia…?

«Sulla spiaggia, annoiati perché non si poteva fare il bagno, un caro amico, Didi Bozzini, vide le mie fotografie e mi propose di illustrare l’Inferno di Dante, cominciò a insistere e insistere, e allora lo abbiamo fatto».

Cosa affascina nella Commedia?

«La mia prima laurea non è in geologia ma in psicologia, a Berkeley. Diciamo che ho sempre avuto un interesse ad andare sotto la superficie del suolo e della mente. Per quella mostra, Theatre of Apparitions, avevo lavorato su spiriti e fantasmi… Alcuni spiriti vanno verso il paradiso, come gli uccelli, altri verso l’inferno, come i topi. L’idea era di lavorare sugli opposti dell’anima. Dante era perfetto».

Lei è religioso?

«Non riesco neppure a rendermi conto di essere vivo. La vita è enigmatica. E noi uomini cerchiamo di evitare il problema. È un punto importante, questo. Non sappiamo nulla. Perché sono qui? Perché invecchio? Da dove vengono le stelle? Non sappiamo nulla».

Roger Ballen, Outland (1999) ©Roger Ballen

 

Crede nell’aldilà?

«Ad essere onesti, neppure capisco cosa sia l’aldiquà. Tutti speriamo che accada qualcosa di bello dopo che saremo morti. Non ci piace pensare che finirà male. La verità è che non abbiamo una risposta sull’aldilà. E questo crea un senso di angoscia. L’inferno è questo sentimento. Il mio lavoro non è solo sull’Inferno di Dante, è sull’inferno dentro di noi».

Il suo Virgilio fu un’immagine trovata in una prigione, non è così?

«Sì, una ex prigione femminile di Johannesburg, era come una galera medievale… Le prigioniere evidentemente si scaldavano col fuoco, il fumo aveva oscurato i vetri della finestra, e una di loro graffiò quella superficie scura per disegnare figure luminose, spettrali, distorte. Quell’immagine mi folgorò, prima la fotografai, poi volli ricalcare, espandere quell’estetica…».

Cosa abbiamo qui? Una finestra in una stanza buia, figure fantastiche proiettate da una luce esterna… Ma è la caverna di Platone…

«Certamente! Una camera oscurata è come il buio del subconscio. La mente primitiva, archetipa, è scura. Quando le persone vedono le mie immagini, anche se non le decifrano, riconoscono qualcosa di profondo, che le parole non possono descrivere. Non hanno un significato, non hanno neppure bisogno di spiegazioni, sono una specie di test di Rorschach».

Eppure, queste figure non sembrano personaggi infernali, sono spesso grottesche, la solennità di Gustave Doré è lontana… Da quale immaginario escono?

«C’è qualcosa non di terrificante, direi piuttosto assurdo che spaventoso. L’assurdità fa parte da sempre della mia estetica. Qualcosa di buffo, ma non divertente. Il senso dell’umorismo non è sempre divertente. Esiste il black humour».

Può almeno dirmi cosa rappresentano queste figure per lei?

«Un teatro della follia. Il ritratto del subconscio, e il subconscio non è né bello né brutto, è solo complesso, ha una sua propria realtà e anche una storia che oltrepassa il singolo, la specie, e conta milioni di anni. Forse anche un elefante o un cane sognano figure come queste».

Per il suo stile qualcuno ha coniato il termine Ballenesque, credo sia qualcosa a metà fra il burlesco e il fiabesco, è così?

«Lo humour è un’impronta molto, molto precoce nella mia vita. Mia madre lavorava per Magnum, l’agenzia dei grandi fotografi, Elliott Erwitt era un amico di famiglia, mio padre il suo avvocato… Io non credo che il suo umorismo sia come il mio, il suo è umanistico, il mio inquietante, le sue fotografie fanno dire oh, mi sento proprio così, le mie invece mettono in ansia… Ma Elliott mi fece capire l’importanza dell’ironia».

Il suo lavoro si è via via distaccato dallo stile documentario dei primi anni, quando lei entrava nelle case dei bianchi poveri sudafricani, antri desolati pieni di oggetti incongrui; poi in “Outland” li convinse a posare per lei, e adesso la sua creazione è assoluta e fantastica…

«Di nuovo, è come la geologia, si procede a strati. Aggiungendo elementi uno sull’altro. Dopo il 2000 ho cominciato ad inserire disegni nelle mie fotografie, oggi quasi tutte sono anche disegnate. Negli ultimi anni ho iniziato a fotografare a colori, dopo cinquanta anni di bianco e nero».

Lei rifiuta ogni interpretazione politica o anche sociologica del suo lavoro. Ma Dante aveva un forte interesse per la politica, l’Inferno è un catalogo di peccatori politici…

«All’università lessi Laing, Politica dell’esperienza. Le mie fotografie sono queste, politica della mente, la mente repressa che lotta con la mente conscia, il super-ego contro l’ego… Per me questa è politica. Riguarda il disorientamento della mente, che non lavora armonicamente e lotta con sé stessa. La mia è politica, continuerò a dirlo centomila volte».

Ma lei è sicuro che la gente voglia vedere che cosa abbiamo dentro?

«A nessuno piace scoprire che non c’è risposta. Per questo motivo la gente di questo mondo non vive in armonia. Vivono in uno stato ansioso e represso, accusando gli altri per i propri problemi, in perenne conflitto. Non ci sarà mai avanzamento umano se non ammetteremo questo, che non abbiamo risposte».

Il fotografo – Roger Ballen (1950) è un artista e fotografo statunitense naturalizzato sudafricano; ha lavorato come consulente minerario e nella lunga carriera ha fuso disegno, pittura e collage con la fotografia A PhEST Ballen presenta, per la prima volta in Italia, Inferno, progetto ideato con Marguerite Rossouw e ispirato alla “Divina Commedia”, al centro anche del volume (Postcart, 2025) a cura di Didi Bozzini. La mostra dialoga con “Outland”, che segna il passaggio dalla fotografia documentaria a un universo sempre più teatrale e perturbante

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