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Scrivere bene di sesso si può

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Sono sempre di più le scrittrici a riuscirci con successo, come Miranda July e Sally Rooney
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Una mia amica sta leggendo un romanzo, è incappata in una scena di sesso, mi scrive, «Ma perché nei romanzi le mutande delle donne sono sempre mutandine?». Le rispondo, «E la vagina è sempre il ventre». Mi risponde «e le erezioni sono sempre vigorose». Le rispondo, «e le gambe si schiudono». Il gioco va avanti per un po’, perché la letteratura ci dà infiniti esempi di brutte scene di sesso. Ogni volta che due personaggi si baciano mi agito: verso dove andrà questa scena? Sceglierà la soluzione metaforica, si addentrerà nella descrizione anatomica oppure, pavida, la farà finita rapidamente con una bella dissolvenza? Il sesso in letteratura è un terreno accidentato: dal 1993 al 2019 la rivista britannica Literary Review ha assegnato annualmente il Bad Sex In Fiction Award, vinto tra gli altri da Stephen King, Philip Roth e Erri De Luca. Sbagliare è così facile che molti non ci provano neppure più. Per fortuna, ci sono le scrittrici.

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Una mia amica sta leggendo un romanzo, è incappata in una scena di sesso, mi scrive, «Ma perché nei romanzi le mutande delle donne sono sempre mutandine?». Le rispondo, «E la vagina è sempre il ventre». Mi risponde «e le erezioni sono sempre vigorose». Le rispondo, «e le gambe si schiudono». Il gioco va avanti per un po’, perché la letteratura ci dà infiniti esempi di brutte scene di sesso. Ogni volta che due personaggi si baciano mi agito: verso dove andrà questa scena? Sceglierà la soluzione metaforica, si addentrerà nella descrizione anatomica oppure, pavida, la farà finita rapidamente con una bella dissolvenza? Il sesso in letteratura è un terreno accidentato: dal 1993 al 2019 la rivista britannica Literary Review ha assegnato annualmente il Bad Sex In Fiction Award, vinto tra gli altri da Stephen King, Philip Roth e Erri De Luca. Sbagliare è così facile che molti non ci provano neppure più. Per fortuna, ci sono le scrittrici.

In un’intervista a The Paris Review Toni Morrison ha detto «È difficile scrivere di sesso perché il sesso non è abbastanza sexy». Secondo Morrison, il pericolo più grande per chi scrive è quello di sembrare un ginecologo: la soluzione allora sarebbe quella di evitare le parole sconce e descrivere meno, in modo da permettere a chi legge di portare il proprio erotismo dentro il testo. Ma le scrittrici che mi vengono in mente quando penso al sesso nella letteratura adottano delle soluzioni decisamente contrarie a quelle auspicate da Toni Morrison. Annie Ernaux disvela il corpo sulla pagina: lo mette in scena desiderante ed erotico quando spogliandosi per la prima volta di fronte a M. (che è Marc Marie, giornalista e amante, con cui ha scritto a quattro mani L’uso della foto) si mostra glabro a causa della chemioterapia, il corpo di una sirena, con un seno più gonfio dell’altro, quello più carino, quello canceroso. D’altronde è questa la cifra della scrittura di Ernaux, rendere visibile l’invisibile: «In Francia l’11 per cento delle donne ha avuto o ha un cancro al seno. Tre milioni di seni suturati, scannerizzati, marcati da disegni rossi e blu, irradiati, ricostruiti, nascosti sotto camicette e t-shirt, invisibili. Bisognerà pure osare mostrarli un giorno, in effetti».

Il corpo è presentissimo anche in Miranda July. A quattro zampe è la storia di un’ossessione erotica, quella della sua protagonista (terrorizzata dall’arrivo della menopausa e da come cambia il desiderio) per un giovane ragazzo incontrato in un autolavaggio. Entrambi sposati, i due personaggi decidono di restare sulla soglia del sesso: e così le pagine di July sono piene di sogni erotici, masturbazione, sesso lesbico, tradimenti, complicate evoluzioni sensuali (una scena incredibile in cui lui si occupa di estrarre un tampone dalla vagina di lei e di inserirne uno nuovo, cercando di limitare al minimo qualsiasi contatto esplicitamente sessuale). Sono piene di desiderio detto, raccontato, espresso ad alta voce.

Questa dicibilità mi pare sia propria anche del sesso in Sally Rooney. Tra le sue scene erotiche, quella che mi è rimasta più impressa è paradossalmente una scena senza corpi: quella in cui Eileen e Simon, personaggi di Dove sei, mondo bello, fanno sesso telefonico. È una scena bella perché è esplicitamente non sexy: è goffa ed è imbarazzante e oscenamente vanilla ed è, in definitiva, la quintessenza del sesso (eterosessuale) in Rooney, ripetitivo e idealizzato e cringe e quindi molto vero. Non è mai solo sesso, è un modo di esplorare le dinamiche di potere che informano il sesso, esplicitandole: un qualcosa che sembrerà probabilmente artificioso a lettori di altre generazioni ma che fa parte della dis-educazione sentimentale di molti trenta/quarantenni di oggi. I protagonisti dei romanzi di Rooney, ma anche la protagonista di Atti di sottomissione di Megan Nolan o quelli dei romanzi di Naoise Dolan o di Lillian Fishman sono accomunati da desideri complessi e contraddittori di sottomissione e accudimento: sognano di vivere il sesso e l’amore in modo libero e contemporaneamente nutrono una innata fedeltà verso la coppia monogama, la tradizionale insoddisfazione romantica. Stanno imparando come si fa mentre lo fanno: e con loro, anche le scrittrici che scrivono di tutto questo.

Il terreno su cui si muovono è accidentato, certo, ma non possono permettersi di non percorrerlo. Per le donne e per le soggettività queer appropriarsi dello spazio di scrittura del sesso significa continuare un’opera di trasformazione del proprio statuto di esistenza da oggetto desiderato a soggetto desiderante: interrogare i propri desideri, metterli in scena, costruire delle fantasie sessuali in cui potersi rispecchiare, riconoscere, o anche solo delle situazioni a cui poter credere. Farla finita, una volta per tutte, con le mutandine.

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