Essere è tessere si intitola la grande retrospettiva che le dedica il Madre di Napoli. E certo l’affermazione – quasi un mantra – sembra racchiudere perfettamente la poetica di Maria Lai (1919-2013) che ha fatto del cucire un’arte. O, meglio, che ha fatto arte con il linguaggio dell’ago e del filo, del cotone, dello spago e di ogni tessuto possibile. Essere è tessere ripeteva spesso lei stessa, che ha speso metà della sua vita cucendo e ricucendo mondi.
Ha cucito – per esempio - bellissimi libri scrivendo le parole con una trama di fili che si dipanano dalle pagine di cotone in grovigli tanto inestricabili da sembrare infiniti: come se potessero contenere tutte le storie possibili. Sono versi silenti ma non muti: non sappiamo cosa dicono, ma percepiamo il ritmo, lo spessore, il mistero di vita vissuta che racchiudono. Ha fatto lo stesso con le note, intessendo con fili d’argento pentagrammi, unendo pittura e musica; ha scritto su fodere e lenzuola lettere immaginarie; ha ricamato gra…
Essere è tessere si intitola la grande retrospettiva che le dedica il Madre di Napoli. E certo l’affermazione – quasi un mantra – sembra racchiudere perfettamente la poetica di Maria Lai (1919-2013) che ha fatto del cucire un’arte. O, meglio, che ha fatto arte con il linguaggio dell’ago e del filo, del cotone, dello spago e di ogni tessuto possibile. Essere è tessere ripeteva spesso lei stessa, che ha speso metà della sua vita cucendo e ricucendo mondi.
Ha cucito – per esempio - bellissimi libri scrivendo le parole con una trama di fili che si dipanano dalle pagine di cotone in grovigli tanto inestricabili da sembrare infiniti: come se potessero contenere tutte le storie possibili. Sono versi silenti ma non muti: non sappiamo cosa dicono, ma percepiamo il ritmo, lo spessore, il mistero di vita vissuta che racchiudono. Ha fatto lo stesso con le note, intessendo con fili d’argento pentagrammi, unendo pittura e musica; ha scritto su fodere e lenzuola lettere immaginarie; ha ricamato grandi mappe celesti per i suoi voli siderali. «Cerco cieli lontanissimi, però tattili», diceva. Consegnando così un corpo al vuoto cosmico.
Cucire è mettere insieme, creare rapporti, relazioni: fare di mondi diversi e separati un solo mondo. E Maria Lai lo ha fatto in tutti modi possibili, fino a legare insieme un intero paese – il suo paese natale, Ulassai, – alla montagna che lo domina. Ci sono voluti chilometri di stoffa azzurra per congiungere uno a uno tutti i suoi abitanti superando le diffidenze, i rancori, le rivalità che spesso animano i piccoli centri. E pensare che il sindaco l’aveva chiamata tre anni prima per commissionarle un monumento ai caduti. Ma Maria Lai disse no. «Scultura lingua morta» aveva decretato il suo maestro all’Accademia Arturo Martini, e lei lo ha preso alla lettera. Così dopo essere tornata molte volte a Ulassai, parlando con tutti, ascoltando le mille versioni di un’antica leggenda locale – una bambina salvata da una frana grazie a un foulard azzurro trascinato dal vento – ha partorito Legarsi alla montagna (1981) la più importante opera di land art e arte sociale che sia stata concepita in Italia.
Ma per ricucire bisogna prima che qualcosa sia strappato, disunito, solo: fuori dal mondo. Così si è sentita Maria fin da bambina: «Percepiva – scrive Chandra Candiani in catalogo – un bisogno di distanza che la faceva sentire un po’ colpevole e un po’ diversa. Diceva che c’è chi nasce con una particolare esigenza di essere fuori dal mondo, di non rispondere alle leggi che lo governano…». E a lungo il percorso di questa artista è stata una ricerca caparbia, ostinata ed erratica, solitaria ma non isolata dal mondo dell’arte. Un’odissea che si è dipanata tra la Sardegna, Roma, Venezia, Cagliari, e poi di nuovo Roma.
Uno dei pregi dell’esposizione napoletana (a cura di Mónica Amor e Carlos Basualdo con la collaborazione della Fondazione Maria Lai, fino al 12 ottobre) è di presentare anche la produzione iniziale dell’artista, una lunga fase di ricerca che raramente viene mostrata al pubblico: dai primi disegni in cui dimostra subito una mano sicura, una linea morbida e certa – uno di essi rappresenta le mani di una donna con un fuso in mano, quasi una premonizione dell’arte che verrà – ai lavori più sperimentali degli anni ’60, in cui oggetti naturali come sassi e cortecce diventano pittura, e le tele si estroflettono, come nei Gobbi di Burri: opere che evidenziano il corpo a corpo che l’artista intraprende con la pittura, nel tentativo di trasformare i quadri in oggetti, in cose. Non più rappresentazioni, ma presenze.
È un viaggio lungo: ci mette 50 anni a diventare la Maria Lai che tutti conoscono. Una personale alla galleria Schneider di Roma nel 1971 segna la svolta che distrugge definitivamente l’idea di quadro: l’artista mostra solo dei telai scomposti e ricomposti, assemblaggi di legni, chiodi e spaghi ormai inutilizzabili, ma ricostruiti in magnifici intrecci, in sorprendenti incastri. Macchine celibi cariche però di memoria, dense di significato. Tant’è vero che quei telai – metaforicamente – riprenderanno presto a funzionare e segneranno tutta l’opera futura dell’artista sarda.
Dal ’71 in poi Essere è tessere diventa per lei quasi un comandamento. Maria scopre come cucire, per esempio, il mondo dell’infanzia a quello dell’arte, con i tenerissimi libri delle fiabe dall’impronta kleeiana. Impara a tenere insieme il suo linguaggio con quello delle artigiane locali, donando loro il disegno di una capretta che diventerà il simbolo dei loro arazzi. Si ricongiunge alle sue radici, dando forma alle antiche mitologie dell’isola: come accade nelle Case delle Janas, figure magiche dei boschi. Ricuce insomma il passato al futuro, riplasmandolo nelle forme di una poetica contemporanea.
Alla fine, consegna la sua stessa vita alla trama e all’ordito dell’isola: torna a vivere in Sardegna e trasforma Ulassai in un museo diffuso costellandolo delle sue opere e di quelle degli amici artisti che invita a partecipare al progetto. Il sociologo Vito Teti ha scritto un bel saggio sulla “Restanza”: l’azione di chi resta o torna nei propri luoghi d’origine per averne cura e dare loro nuova vita. Ecco, questo è stato il destino di Maria Lai, dolcissima Penelope dal sorriso di bambina, infaticabile tessitrice di ogni mondo possibile, che ha fatto della restanza un’arte.