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Anish Kapoor a Londra, il Sacro e il Buio

Opera in mostra nella retrospettiva dedicata  ad Anish Kapoor  alla Hayward Gallery di Londra (Photo: Dave Morgan. Courtesy of the Hayward Gallery and the artist. © Anish Kapoor. All rights reserved, by siae, 2026)

 

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L’artista superstar è in mostra nella galleria dove espose agli esordi. Qui le sue opere monumentali e disturbanti si fanno indagine sul rito e la mortalità
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LONDRA – Un ipnotico e vertiginoso girone dantesco: è imperdibile la retrospettiva dedicata ad Anish Kapoor alla Hayward Gallery di Londra. All’esterno sarà pure un edificio apparentemente anonimo e brutalista ma dentro, fino al 18 ottobre, accoglie la nuova e omonima mostra del celebre artista indiano britannico: un canto epico e viscerale, mostruoso e affascinante, che esalta la fragilità umana.

Del resto, fu qui alla Hayward che Kapoor quasi trent’anni fa allestì la sua prima grande rassegna nel Regno Unito. Come spiega lo stesso artista, la religione nasce dal sacrificio, e sangue e spirito sono inseparabili. Dunque qui il 72enne Kapoor ne mescola prospettiva, grottesco e gravità. Questa eccezionale mostra, che fa parte delle celebrazioni per il 75esimo anniversario della Hayward Gallery, è curata da Ralph Rugoff, che così conclude il suo mandato ventennale come direttore della galleria.

La prima sala accoglie i visitatori con All of Nothing (2026), una colossale membrana in pvc…

LONDRA – Un ipnotico e vertiginoso girone dantesco: è imperdibile la retrospettiva dedicata ad Anish Kapoor alla Hayward Gallery di Londra. All’esterno sarà pure un edificio apparentemente anonimo e brutalista ma dentro, fino al 18 ottobre, accoglie la nuova e omonima mostra del celebre artista indiano britannico: un canto epico e viscerale, mostruoso e affascinante, che esalta la fragilità umana.

Del resto, fu qui alla Hayward che Kapoor quasi trent’anni fa allestì la sua prima grande rassegna nel Regno Unito. Come spiega lo stesso artista, la religione nasce dal sacrificio, e sangue e spirito sono inseparabili. Dunque qui il 72enne Kapoor ne mescola prospettiva, grottesco e gravità. Questa eccezionale mostra, che fa parte delle celebrazioni per il 75esimo anniversario della Hayward Gallery, è curata da Ralph Rugoff, che così conclude il suo mandato ventennale come direttore della galleria.

La prima sala accoglie i visitatori con All of Nothing (2026), una colossale membrana in pvc rosso gonfiata fino all’estremo che destabilizza e invade lo spazio, e che richiama la gigantesca installazione Marsyas, realizzata da Kapoor per la Tate Modern nel 2002. La pressione è tale che l’opera si incastra con forza negli angoli in cemento a vista della galleria, comprimendo lo spazio e costringendo i visitatori a muoversi lungo i lati della sala. Del resto, Kapoor è diventato celebre per opere ingegneristiche e abnormi ma anche filosofiche e ambiziose, come la spettacolareCloud Gate, conosciuta come The Bean, e la Orbit Tower realizzata per le Olimpiadi di Londra del 2012, la più grande opera d’arte pubblica della Gran Bretagna.

Opera in mostra nella retrospettiva dedicata  ad Anish Kapoor  alla Hayward Gallery di Londra (Opera Photo: Dave Morgan. Courtesy of the Hayward Gallery and the artist. © Anish Kapoor. All rights reserved, by siae, 2026)

 

Un’altra intera sala è dedicata alle sculture rivestite di Vantablack, un materiale nanotecnologico capace di assorbire il 99,9 per cento della luce e di cui Kapoor ha acquisito i diritti esclusivi. Il risultato è un’impressionante illusione ottica: oggetti tridimensionali appaiono completamente piatti, dando l’impressione di trovarsi di fronte a cavità infinite e prive di profondità. Anche se, suggerisce l’artista nel catalogo, «forse il nero più profondo è quello che ciascuno di noi porta dentro di sé». Poi c’è Descent into Limbo (1992), la celebre installazione che consiste in un vero e proprio foro nel pavimento, dipinto di nero assoluto. L’illusione ottica è così perfetta che nel 2018 un visitatore vi cadde dentro - oggi c’è una barriera di sicurezza.

Photo: Dave Morgan. Courtesy of the Hayward Gallery and the artist. © Anish Kapoor. All rights reserved, by siae, 2026.

 

Un’altra opera monumentale esposta alla Hayward è Mount Moriah at the Gate of the Ghetto (2022), una massa gonfia, di vernice cremisi e nera, che prende il nome dal monte Moria sul quale Abramo avrebbe dovuto sacrificare Isacco. Una montagna che sembra colare fuoco, lava e sangue fresco. Fino alla cangiante e altrettanto ciclopica Ha Makom (in ebraico significa luogo, ed è anche un appellativo di Dio), all’ultimo piano: un paesaggio roccioso, rugoso e ondulato, ispirato a Uluru, il gigantesco monolite di arenaria australiano considerato sacro da millenni. L’opera cambia continuamente aspetto mentre le si gira attorno, e la sua enorme scala permette al rosso di diventare, come desiderava Kapoor, «una condizione del colore, non una superficie dipinta... un rosso tale da occupare l’intero campo della visione».

Photo: Dave Morgan. Courtesy of the Hayward Gallery and the artist. © Anish Kapoor. All rights reserved, by siae, 2026.

 

Accanto, una serie di sculture murali avvolte nel pvc, comePlastic Sacrifices (2026), una tesa membrana in cui si accumulano forme in silicone viola e cremisi che evocano viscere, sangue e tessuti organici, come macabri trofei di un serial killer, affrontando in modo diretto e perturbante il tema della mortalità umana. «Il rosso del sangue è violento», spiega Kapoor, «ma è anche la materia stessa della vita». È palpabile però anche la paura del giudizio finale, del nostro annichilimento. «Credo profondamente», scrive ancora nel catalogo, «che siamo esseri religiosi, che portiamo dentro di noi il mistero, quella paura nascosta che si cela dietro ogni rituale: la paura della morte».

Infine, si arriva nella sezione dedicata ai suoi lavori più recenti e forse meno amati dalla critica, come gli enormi specchi immersivi e ondulati Cloak (2026) e Tsunami (2025), che capovolgono l’immagine dei visitatori, la galleria e lo skyline di Londra. Subito dopo la serie Ritual Expiation(2025), ripugnanti vassoi di silicone che alludono a una carneficina di corpi mutilati, organi e orifizi sanguinosi. Un altare metafisico di un banchetto sacrificale, un bagno di sangue divino. Secondo il quotidiano britannico Guardian, le opere finali della mostra incarnano il «traumatico epilogo di questo viaggio, attraverso i monumentali paesaggi rossi della retrospettiva. Appartengono tragicamente al nostro tempo, segnato da guerre di religione e conflitti identitari». «Questa mostra», nota poi anche il Times, «allestita con grande eleganza, nella sua quasi totalità è straordinariamente riuscita. Attraverso forme monumentali e ultraterrene, Kapoor riesuma l’antico concetto romantico del sublime, inscrivendo il proprio nome in modo indelebile nella storia dell’arte britannica».

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