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Melania Mazzucco: leggere Proust quando hai 30 anni

2B1A776 Felix Vallotton, 1909 - Le Provincial. 

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Forse è questa l’età giusta per affrontare davvero, per la prima volta, la “Recherche”. Perché l’infanzia è ormai un paese straniero
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Ho letto Proust a trent’anni. Intendo: tutto Alla ricerca del tempo perduto. Fino ad allora, mi ero limitata a La strada di Swann, affrontato, coi grandi classici dell’800 e del ’900, negli anni del liceo: spesso rappresenta l’iniziazione alla prosa dello scrittore francese, ma ne è anche l’epilogo. Molti, sia che ne abbiano apprezzato il ritmo lento, la sintassi sinuosa, la lingua sontuosa, la fenomenologia analitica dei sentimenti, delle percezioni e della natura umana, sia che li abbiano invece trovati ostici, ritengono di averne abbastanza: come se quel primo volume fosse, per metonimia, il libro intero. Non è così. Ma pure io non mi sentivo pronta a proseguire. I volumi successivi, rilegati in tela rossa nell’edizione Mondadori degli anni Cinquanta (con la traduzione di Natalia Ginzburg), sono rimasti ad attendermi, pazienti, nella biblioteca di famiglia. Poi sono diventata a mia volta una scrittrice – o almeno, pubblicai il mio primo romanzo, Il bacio della Medusa. Nel quale, fo…

Ho letto Proust a trent’anni. Intendo: tutto Alla ricerca del tempo perduto. Fino ad allora, mi ero limitata a La strada di Swann, affrontato, coi grandi classici dell’800 e del ’900, negli anni del liceo: spesso rappresenta l’iniziazione alla prosa dello scrittore francese, ma ne è anche l’epilogo. Molti, sia che ne abbiano apprezzato il ritmo lento, la sintassi sinuosa, la lingua sontuosa, la fenomenologia analitica dei sentimenti, delle percezioni e della natura umana, sia che li abbiano invece trovati ostici, ritengono di averne abbastanza: come se quel primo volume fosse, per metonimia, il libro intero. Non è così. Ma pure io non mi sentivo pronta a proseguire. I volumi successivi, rilegati in tela rossa nell’edizione Mondadori degli anni Cinquanta (con la traduzione di Natalia Ginzburg), sono rimasti ad attendermi, pazienti, nella biblioteca di famiglia. Poi sono diventata a mia volta una scrittrice – o almeno, pubblicai il mio primo romanzo, Il bacio della Medusa. Nel quale, forse per l’ambientazione ai primi del ’900, svariati critici e lettori annusarono “un’atmosfera proustiana”.

Mi vergognavo di confessare la mia scandalosa ignoranza, ho tirato giù dallo scaffale i volumi (squinternati e ingialliti) e ho dedicato alla Recherchel’estate dei miei trent’anni.

Adesso ritengo che fosse il momento giusto. Solo a trent’anni il sentimento della perdita si insinua in noi. Fino a quel momento ci siamo illusi di avere la vita, e il tempo, davanti – mentre non abbiamo (se non raramente) perduto per sempre qualcosa di davvero prezioso ed essenziale. Ma a trent’anni già ci siamo accorti che l’infanzia è ormai un paese straniero, alcuni adulti che hanno plasmato il nostro paesaggio interiore, per malattia o vecchiaia, ci hanno lasciato, di amici carissimi abbiamo perduto le tracce, amori sbagliati hanno lasciato le loro cicatrici, dobbiamo capire chi siamo e scegliere il nostro posto nel mondo (trovare un lavoro? l’anima gemella? riprodurci? emigrare? inseguire altre libertà?), e la corsa della giovinezza rallenta. Il nostro mondo non potrebbe essere più diverso da quello dell’aristocrazia e dell’alta borghesia parigina in cui si aggira il Narratore ma, a trent’anni, pure noi abbiamo già incontrato i nostri Verdurin, i duchi di Guermantes, e via dicendo. E, soprattutto, abbiamo l’età che istintivamente attribuiamo a Marcel – adolescente, poi giovane uomo: perché centinaia di pagine dovranno passare prima di capire che il racconto che veniamo leggendo è in realtà il ricordo di quelle stagioni della vita. Quel mondo è svanito, e potrà essere ritrovato solo nelle parole che lo evocano e – letteralmente – lo risuscitano. Insomma, sentiamo vicino quel narratore sfuggente, che sogna di scrivere, ma teme di non riuscire a farlo.

A differenza di quanto mi aspettassi, prevenuta dalla fama del libro – il più citato, forse, e il meno letto della storia della letteratura – la lettura si rivelò irresistibile. Sormontata la risacca della prima parte (con le pagine famigerate sul bacio della buona notte della mamma, la zia Léonie e le descrizioni del villaggio), sono entrata nell’oceano del romanzo e ci sono rimasta – resistendo alle zone opache, alle divagazioni per me sorde, alla stasi narrativa in cui spesso mi pareva s’impantanasse il racconto (la necessità di certe scene o di certi episodi si comprende soltanto alla fine). L’impresa è paragonabile all’attraversamento de La montagna magica di Thomas Mann, La morte di Virgilio di Hermann Broch, eL’uomo senza qualità di Musil: monumenti di carta che condividono con Proust l’estensione e la densità linguistica e concettuale: l’immensità. Come ho avuto occasione di scrivere in queste pagine, solo i libri lunghi, nei quali abiti settimane, e perfino mesi, costituiscono un’esperienza esistenziale – si saldano inestricabilmente alla nostra vita e ci trasformano.

Nei trent’anni trascorsi dalla prima lettura, mi è capitato di rileggere alcuni passaggi, per mio piacere o per ragionarci in pubblico. I brani sull’arte e sulla musica, sull’attrice Berma, sul barone Charlus – selezionati per ragioni tematiche o letterarie. Non ho mai riletto però l’opera intera. Dunque posso chiedermi, quasi con candore, cosa di quelle millecinquecento pagine ha trattenuto il setaccio del tempo e cosa mi rimane.

Con mia sorpresa, rispondo: gli ultimi volumi. La prigioniera, La fuggitiva e Il tempo ritrovato, che Proust non riuscì a vedere stampati (neanche in bozza), e che uscirono postumi fra il 1923 e il 1927. Li scrisse febbrilmente quando era già insidiato dalla malattia, temendo di non arrivare a vederli pubblicati – come in effetti fu. Non ebbe il tempo di rifinirli e mantengono qualcosa di incompiuto e provvisorio. Ne deriva un mutamento stilistico radicale – un’asciuttezza che stride con la ridondanza dei primi quattro – ma che non ritengo sia dovuto solo alle contingenze esterne. Aveva iniziato a scrivere la Ricerca nel 1906, sedici anni prima: il romanzo è cambiato con lui. Ma forse la mia adesione era, prima ancora che letteraria, tematica. La prigioniera e La fuggitiva sono dedicati all’amore di Marcel (che per i lettori è ancora solo l’anonimo Io narrante) per Albertine. La fanciulla in fiore aveva fatto il suo epifanico ingresso nel romanzo centinaia di pagine prima, ma solo a questo punto i due provano a diventare una coppia: Albertine accetta di trasferirsi in casa dell’amante. Il romanzo, che fin lì ci aveva sballottato fra la campagna di Combray, le spiagge della Normandia e i salotti di Parigi, si rinchiude nelle stanze di un appartamento qualunque. La folla mondana si ritrae dietro le quinte e sulla scena restano lui, lei, e la domestica – che li osserva (e la giudica). La sinfonia diventa una sonata da camera (non per caso La prigioniera contiene le migliori pagine sulla musica della Ricerca), un dramma claustrofobico. La convivenza è infatti un errore. Lui perde la pace, lei se stessa. Oggi diremmo che la loro è una relazione tossica. La gelosia lo ossessiona, la sua smania di controllo (e di dominio) spinge la giovane donna alla menzogna e al sotterfugio. Albertine soffoca, ma sopporta, finché, senza annunciargli nulla, una mattina se ne va.

Il sesto volume si apre appunto con Albertine disparue (titolo alternativo pure usato da Proust nel manoscritto). Ma la fuga non guarisce il narratore, che tenta ogni strategia pur di convincerla a tornare – perfino, miseramente, di comprarla, allettandola con regali costosi –, e l’ostinato rifiuto di lei alimenta la sua sofferenza, poiché scopre che i suoi sospetti erano fondati, che lo ha tradito, che non la conosceva davvero, che non si possiede mai l’oggetto del nostro amore. E l’addio è definitivo. Albertine muore fuori scena, in un incidente di cavallo. E a lui non resta che dimenticarla – iniziando, nella seconda parte, un mesto pellegrinaggio fra le occasioni perdute. Mentre il ricordo di Albertine si offusca, ritrova l’amica d’infanzia Gilberte, figlia di Odette, amore mancato della sua vita e specchio dello scempio che gli anni hanno compiuto su di loro. Finché tutti i fili delle vicende dipanate in precedenza si intrecciano nell’ultima visionaria scena del settimo volume: la matinée dal principe di Guermantes, nella quale vivi e morti ritornano sul palcoscenico della memoria dell’autore.

Sul personaggio di Albertine grava un fardello di riserve extra-letterario. La critica lo ha spesso ritenuto un personaggio-schermo, in un certo senso fasullo. Albertine non sarebbe una donna, bensì una maschera di Alfred Agostinelli, il giovane autista incontrato nel 1907, poi suo dattilografo, con cui Proust sperimentò una tormentata convivenza nel 1913, conclusa dalla fuga del giovane (che non tornò neanche attirato dalla promessa dello scrittore di regalargli un aeroplano) e poi dalla morte (in un incidente aereo). Tutti i dubbi, i sospetti e i tormenti del Narratore sugli amori saffici di Albertine sarebbero una traslazione di quelli che l’autore nutriva per il vero modello (che aveva una compagna, e gliela portò in casa), e in sostanza Albertine sarebbe un personaggio inconsistente. Invece, abbia o meno fondamento la rozza teoria derivativa, nonostante la sua indeterminatezza, o proprio per questo, Albertine è una potentissima incarnazione del desiderio. Nella sua ambiguità, nelle bugie, nella sua ingenua rivolta (lui le compra abiti d’alta sartoria e le promette uno yacht, e lei dà un appuntamento segreto a una piccola lavandaia della Touraine), nella sua fame di libertà, ognuno può riconoscere insieme se stesso e l’amato/a, poiché l’amore ci trasforma tutti, prima o poi, in prigionieri e carcerieri, fuggitivi e abbandonati. E a differenza del barone di Charlus, di Swann, e di tanti altri pur memorabili personaggi della Ricerca – che esistono solo nell’universo del romanzo, in un tempo remoto, e in una società poi travolta dalla guerra e abolita dalla storia – Marcel e Albertine, rinchiusi in un appartamento, incapaci di amarsi come di lasciarsi, alla loro epoca sono davvero sfuggiti, e sono ancora fra noi.

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