Adrianaaa... anch’io ce l’ho fatta: come Rocky Balboa ci ha cambiati
di Francesco PiccoloRocky Balboa è ormai vedovo, gestisce un ristorante dedicato a sua moglie, dove passa il tempo a ricordare e raccontare i mitici incontri della sua carriera. E alla fine, per una serie di vicissitudini — e pur essendo passati sedici anni dall’ultimo film della saga e ben trenta dal libro — viene convinto a tornare sul ring. L’esito sarà lo stesso del primo combattimento (del primo film): perderà ai punti, ma tutti (anche noi in sala) inneggeranno a lui. Di seguito, poi, ci saranno due film in cui Rocky sarà l’allenatore di Adonis Creed, e in pratica lascerà ad altri il ruolo di protagonista.
Parto dalla fine per dire due cose: la vita, tutta, in fondo è una parabola inesorabile. E noi di solito pensiamo che questa parabola riguardi noi, i nostri familiari, i nostri amici, i vicini di casa…
Rocky Balboa è ormai vedovo, gestisce un ristorante dedicato a sua moglie, dove passa il tempo a ricordare e raccontare i mitici incontri della sua carriera. E alla fine, per una serie di vicissitudini — e pur essendo passati sedici anni dall’ultimo film della saga e ben trenta dal libro — viene convinto a tornare sul ring. L’esito sarà lo stesso del primo combattimento (del primo film): perderà ai punti, ma tutti (anche noi in sala) inneggeranno a lui. Di seguito, poi, ci saranno due film in cui Rocky sarà l’allenatore di Adonis Creed, e in pratica lascerà ad altri il ruolo di protagonista.
Parto dalla fine per dire due cose: la vita, tutta, in fondo è una parabola inesorabile. E noi di solito pensiamo che questa parabola riguardi noi, i nostri familiari, i nostri amici, i vicini di casa. Ma in realtà riguarda anche i personaggi che abbiamo amato andando al cinema. Che invecchiano insieme a noi, non foss’altro che per il fatto che, essendo interpretati da un attore, debbono per forza di cose invecchiare insieme a lui. Ed ecco perché — si potrebbe dire — si fanno le scelte di Rocky vedovo, proprietario di ristorante, e infine allenatore che se ne sta in disparte.
Rocky con Adriana, l’attrice Talia Shire (gentile concessione dell'autore del libro The Steps)
Ma la seconda questione è proprio questa: con tutto l’amore che abbiamo per Sylvester Stallone, e nonostante lo abbiamo visto in altri film — e lo abbiamo visto trasformarsi anche in un’altra saga, quella di Rambo — Rocky Balboa non è un personaggio inventato, ma è una persona vera. A prescindere dal fatto che sia stato inventato, costruito da sceneggiatori, filmato da registi (quattro film su sei hanno sempre Stallone come regista, mentre RockyI e V sono di John G. Avildsen), interpretato da un attore, Rocky è senza alcun dubbio una persona, un pugile italo americano che vive a Filadelfia, ed è lì che per allenarsi sale le scale e si sente potente e abbraccia il mondo con la sua voglia di farcela.
Ci sono alcuni personaggi che abbandonano il corpo dell’attore, abbandonano lo schermo come ha raccontato così bene Woody Allen ne La rosa purpurea del Cairo, e rivendicano la realtà. E Rocky Balboa è uno di questi. La sua capacità empatica deriva da questo attore semisconosciuto che decide di scrivere un film su un pugile, da girare con investimenti limitati. E quando il film esce, nel 1976, fa impazzire il mondo. Tutto sta nello spazio strettissimo del finale del film, in quel perdere contro il campione del mondo da parte di uno sfidante sconosciuto, perdere senza mai andare al tappeto, perdere con la faccia sfigurata, perdere ma urlare trionfante e commosso «Adrianaaaaaa» dal ring, per dire ce l’ho fatta, per dire ti amo (che poi è l’unica cosa che conta) e per sentirsi dire ti amo (che conta ancora di più di quell’unica cosa che conta). Da quel momento, Rocky si libera di Sylvester Stallone, esce dallo schermo ed entra nella vita, e Stallone dovrà corrergli dietro per tutta la vita, e — al contrario di quello che abbiamo detto e che sarebbe logico — è lui che si deve adattare al viale del tramonto di Rocky Balboa, e mostrarlo prima al ristorante, poi sul ring con il peso degli anni e gli addominali sfiniti, e poi addirittura allenatore che si ritira pian piano nell’ombra.
Quando il personaggio diventa persona, poi può concedersi tutto, pure vincere nel secondo Rocky; ma per farlo, per essere umano e non cinematografico, ha bisogno del suo vecchio allenatore; solo con lui può affrontare il più grande pugile del mondo.
A questo punto Rocky, e Stallone per lui, è pronto a sfidare il senso della realtà, della credibilità. È pronto a sfidare Ivan Drago, il campione che proviene dall’Unione Sovietica, e quindi insieme agli americani, sfidare i russi, sostituendosi a una guerra vera, o rendendola simbolica, che è quello che le opere d’arte dovrebbero fare, sperando che basti a neutralizzare i fatti del mondo. E addirittura, Rocky IV, invece di andare a sbattere sul muro dell’insensatezza, diventa il film più iconico della saga, con «ti spiezzo in due», il discorso finale di Rocky che dice: «Ma quello che sto cercando di dirvi è che se io posso cambiare, e voi potete cambiare, allora tutto il mondo può cambiare!», e tutto il resto. È l’ultimo film, forse, non solo della saga di Rocky, ma della storia del cinema, in cui gli spettatori tiferanno come se fossero intorno al ring, esulteranno quando Ivan Drago all’ultimo round crollerà.
Dopo, in Rocky V torna il regista del primo film e Rocky è già diventato allenatore, perché a causa dei colpi presi in testa non può più combattere (e questo dimostra che è una persona reale, altrimenti gli sceneggiatori non gli avrebbero fatto venire commozioni cerebrali). E poi c’è il recupero molti anni dopo, disperato e non troppo fortunato, come accade a chiunque sia sul viale del tramonto. E per confondere ancora di più la realtà e l’invenzione, il figlio di Rocky nel film è Sage Stallone, il vero figlio di Stallone. E a quel punto non si sa più bene chi sia il personaggio reale e quello inventato, tra Rocky Balboa e Sylvester Stallone.
Nell’ultimo film del ciclo, Rocky dice una frase che forse fa capire da dove arriva la sua fortuna: «L’importante non è come colpisci, l’importante è come sai resistere ai colpi, come incassi e se finisci al tappeto hai la forza di rialzarti... così sei un vincente!».
Ora, noi tutti conosciamo l’ossessione per l’essere vincenti degli americani, ossessione che è dilagata in ogni angolo del mondo, e questa differenza tra vincenti e perdenti ha ossessionato l’umanità e continua a ossessionarla. La grandezza di Rocky, però, sta nel dare un significato diverso alla parola vincente, e cioè come percepire come vincente il tuo comportamento, anche se hai perso (anzi, soprattutto). È in questo che c’è stata l’identificazione. Rocky perde nella metà dei film che ha fatto, e nelle occasioni in cui perde, la prima davanti a tutte, mostra la sua grandezza e la sua umanità. Questa combinazione commuove, identifica e soprattutto fa rilassare.
Le volte in cui perde sono le volte in cui i film ci sono piaciuti di più; e le volte in cui vince sa mettere da parte la vittoria in favore di qualche sentimento più grande, e addirittura di un discorso sulla pace nel mondo. In più, ha sempre presente la combinazione tra la grande impresa — persa o vinta non importa — e la propria vita quotidiana: nel discorso finale di Rocky IVpoi urla al figlio: «Scusatemi, io voglio solo dire una cosa a mio figlio che forse a quest’ora dorme: buon Natale, figliolo. Ti voglio bene».
Se qualcuno è andato al cinema, cinquant’anni fa e via via negli anni, per capire se ci stavano prendendo in giro, se erano furbi, se erano ricattatori, se in Rocky si annidava una supremazia — tutte queste cose le ha trovate, di sicuro; perché ci sono. Ma se qualcuno è andato al cinema o rivede i film sulle piattaforme, in questi cinquant’anni, pensando che Rocky non sia un personaggio di film ma una persona in carne e ossa, e allora ha tifato, si è divertito, si è commosso, si è alzato in piedi durante i combattimenti, ha disturbato gli altri nelle altre file, è uscito per strada a dare uppercut al vento; e quando ha fatto di corsa delle scale, in cima si è girato verso la sua città, che non importa che non fosse Filadelfia, e si è sentito padrone del mondo.