Settant’anni dopo torna l’“Urlo” di Ginsberg: “Quei versi sacri erano per Kerouac”
di Simona OrlandoAllen Ginsberg e Anne Waldman a Roma nel 1980
Urlo si prese le nostre menti e le portò in giro per i mondi. Al rientro, avemmo tutti voglia di reagire». Anne Waldman, 81 anni di energia fenomenale, ci racconta l’impatto che ebbe sulla sua generazione quella ballata incantatoria e accumulatrice, esistenzialmente, politicamente e sessualmente esplicita, che usava la prosodia del bebop per nominare la schiera perduta di sconfitti e inadeguati «che ciondolavano conversando d’America e d’Eternità». Urlo. Urto. La scossa iconoclasta. La nascita della Beat Generation. Waldman ne è testimone e erede. Poetessa, attivista, definita “moglie spirituale” di Allen Ginsberg (con lui nel 1974 fondò la scuola di poesia alla Naropa University, in Colorado), è lei a mantenere vivo quel testo sui palchi. «La poesia fu la prima religione, il primo rito orale» dice ondeggiando le mani «E Urlo fu anzitutto voce, reading. Il libro arrivò nel 1956, un anno dopo». Dopo la colletta per il vino rosso; dopo sei ignoti poeti ubriachi che il 7 ottobre 1955 sal…
Urlo si prese le nostre menti e le portò in giro per i mondi. Al rientro, avemmo tutti voglia di reagire». Anne Waldman, 81 anni di energia fenomenale, ci racconta l’impatto che ebbe sulla sua generazione quella ballata incantatoria e accumulatrice, esistenzialmente, politicamente e sessualmente esplicita, che usava la prosodia del bebop per nominare la schiera perduta di sconfitti e inadeguati «che ciondolavano conversando d’America e d’Eternità». Urlo. Urto. La scossa iconoclasta. La nascita della Beat Generation. Waldman ne è testimone e erede. Poetessa, attivista, definita “moglie spirituale” di Allen Ginsberg (con lui nel 1974 fondò la scuola di poesia alla Naropa University, in Colorado), è lei a mantenere vivo quel testo sui palchi. «La poesia fu la prima religione, il primo rito orale» dice ondeggiando le mani «E Urlo fu anzitutto voce, reading. Il libro arrivò nel 1956, un anno dopo». Dopo la colletta per il vino rosso; dopo sei ignoti poeti ubriachi che il 7 ottobre 1955 salirono sulla pedana di un garage di San Francisco, per ottimismo chiamato Six Gallery; dopo che Ginsberg pronunciò l’incipit «Ho visto le migliori menti della mia generazione distrutte dalla pazzia», mentre Kerouac dal fondo incitava «Go! Go! Go!». Nessuno li registrò. Il reading completo e definitivo Ginsberg lo fece a Chicago nel 1959 per finanziare la rivista letteraria Big Table. Fu immortalato sul disco Howl and Other Poems, che Craft Recordings ora ripubblica in vinile eco-friendly per celebrare i cento anni dalla nascita dell’autore e i settanta della sua opera più esplosiva.
Mrs Waldman, la sua prima reazione a “Urlo”?
«Ci riconobbi subito New York. Anche se fu scritto a San Francisco, conteneva la East Coast, il Greenwich Village. Gli outsider finivano lì. Da lì arrivavano Ginsberg, Kerouac, gli altri. E io. Urlo fu una bomba a orologeria, un grido di libertà. Vivevamo tutti in una dissonanza cognitiva, in un mondo diverso da quello che descrivevano. Ci parlavano di benessere, dell’America come terra delle opportunità, ma c’era alienazione, segregazione razziale, la guerra in Vietnam. Allen vocalizzò l’altra verità, si fece corpo poetico e provocò sia identificazione che innesco».
Che cosa intende?
«Che rispondemmo attivamente. Creando comunità, con proteste, viaggi in cerca di senso e nuove spiritualità. Portammo la poesia in ogni spazio pubblico. Fu una chiamata al risveglio».
Quando fu il vostro primo incontro?
«Ufficiale nel 1965, al raduno dei poeti a Berkley. Si parla di generazione beat, ma assicuro che era intergenerazionale. C’erano giovani, e i loro genitori. Molti di noi si trasferirono a Cherry Valley, la fattoria di Allen senza elettricità, zeppa di libri. Ebbi modo di vedere come viveva davvero, la sua consistenza».
Un esempio?
«Peter Orlovsky, il suo compagno, cantava tutta la notte per le piante e poi raccoglieva gli ortaggi che Allen regalava in strada a chi non aveva da mangiare. Era disponibile e generoso. A stare con lui e William Burroughs si notava la differenza».
Quale?
«Se eri in un taxi, Burroughs osservava silenzioso dal finestrino, era l’uomo invisibile, mentre Allen martellava il tassista con domande su tutto. Credeva nell’interconnesione, era voracemente curioso. Al punto che forse non era nemmeno gay, solo un esploratore senza frontiere. Non sapeva scrivere al computer, ma credo che avrebbe amato lo smartphone».
Le confidò come visse il processo per oscenità nel 1957?
«Era in Marocco. Il processo non era a lui né al suo editore Lawrence Ferlinghetti, ma alle idee rivoluzionarie del libro. Alla sbarra c’era l’anticonformismo, la critica al sistema, il Primo Emendamento della Costituzione americana. La sentenza di assoluzione cambiò tutto. La poesia fu più libera. Libera anche da punteggiatura e regole accademiche».
Grazie al clamore del processo, uscirono i libri censurati di Lawrence, Genet, Miller.
«Come notò Ferlinghetti, l’esattore doganale che sequestrò le copie “sconce” di Urlo fece in un giorno ciò che i critici letterari non avrebbero fatto in anni».
Quei versi di Ginsberg risuonano ancora?
«Sono accessibili a tutti e tristemente profetici: discriminazione, salute mentale, il Moloch, cioè la mente meccanica, il capitalismo sfrenato che lascia indietro i meno spregiudicati. Denunciava gli stessi pericoli di oggi: paura atomica, paranoia, ingiustizie. Ma oggi è molto peggio».
Dice?
«Dico. Perché tutto è già accaduto e non ne abbiamo fatto tesoro. Le conquiste sui diritti civili, le forme democratiche, vengono cancellate. Noi non subivamo questa sorveglianza terrificante, che comunque Burroughs aveva preconizzato. La disumanizzazione all’epoca non c’era. Le persone sono intorpidite, impermeabili. Niente più le colpisce. Noi sognavamo. Percorrevamo i corridoi dell’immaginazione, e con quella agivamo sulla realtà. I risultati erano concreti».
Come la Rolling Thunder Revue? Andaste in tour con Bob Dylan nel 1975-76.
«Un circo di visionari, carovana di disparata umanità. Allen, fanatico di rock ‘n’ roll, ne era entusiasta. Per tutto il tour aspettò il suo momento di declamare Urlo, ma Dylan non lo chiamò mai. Poi all’Hard Rain Concert di Fort Collins venne giù il diluvio, staccarono la corrente, e io andai a dire a Bob: “Ora lascia che il poeta legga sotto la pioggia”».
E Ginsberg andò finalmente sul palco.
«Sì, ma al posto di Urlo, che tanti autostoppisti e girovaghi desideravano ascoltare, declamò l’elegia On Neal’s Ashes. Eravamo nella zona di Neal Cassady, il Dean Moriarty di On the Road, l’eroe segreto di Urlo, morto da qualche anno. Fu commovente e tenero. Allen mostrò tutta la sua modestia».
Non era l’egomaniaco che descrivono?
«Era una calamita, accentratore, ma dava spazio a chiunque. Quando nel 1979 venimmo al folle Festival dei Poeti di Castelporziano, tutti volevano cacciare la ragazza nuda e probabilmente sotto acido che invadeva il palco. Fu Allen a insistere per darle il microfono».
Pazzi e pezzenti come serafini. La santità degli esclusi è una parte centrale del poema.
«Oggi invece le minoranze sono il bersaglio politico. Urlo finisce con la compassione e la solidarietà: tutti sono angeli. Più sono ai margini, più sono santi. Io ne ho fatto una mia versione nel 2011».
Waldman a questo punto recita la sua Holy 21st Century come una sciamana. Che cosa prova nel “ pasteggiare” le parole di Ginsberg nei reading?
«Le parole sono sacre, particelle di luce. Le vedo, prima di dirle. Quelle di Urlo suonano vivide come un assolo ininterrotto di jazz, è la prosa spontanea ispirata a Kerouac».
Lo scrisse proprio per Kerouac, anche se la dedica è a Carl Salomon. Che rapporto avevano?
«Allen cercò un linguaggio sincero che ammaliasse Jack. Bramava la sua approvazione. Erano profondamente connessi. Non parlavano per sentito dire. Avevano un rapporto complicato con la figura materna, sperimentato la follia e la magia dei sensi, frequentato il sottomondo. Vagabondi del Dharma, tra i fellaheen, quelli fuori dalla decadenza del consumismo, i due pensavano “gli stessi pensieri dell’anima”, per citare il Sutra del Girasole che sta nel disco».
Erano infastiditi dall’etichetta Beat Generation, eppure Ginsberg se ne fece portavoce.
«Kerouac amava la solitudine, Ginsberg la condivisione. Fu lui a promuovere i lavori dell’intera cerchia. Abbracciò quel ruolo mettendo a frutto il suo ex lavoro di ricercatore di marketing. Quando decidemmo di fondare la scuola alla Naropa University, proposi di intitolarla a Gertrude Stein. Una poetessa lesbica? Non attraeva granché. Allen propose di intitolarla a Jack, un faro per lui e per la nostra generazione. Nacque la Jack Kerouac School of Disembodied Poetics».
Su quali presupposti?
«Allen detestava i voti e il sistema educativo tradizionale, ma voleva che fosse riconosciuta come una vera università. Era un personaggio controverso, e all’idea non tremò solo la Chiesa cattolica. La tenemmo aperta d’estate per chi non poteva seguire i corsi. Invitammo musicisti jazz, blues, poeti d’oriente e d’occidente, gli amici “beatniks”. La scuola funziona. Non è competitiva, onoriamo la poesia, soprattutto facciamo pratica, pratica, pratica. Ho grande fiducia nei giovani. Ce l’aveva anche Ginsberg. Piangeva leggendo William Blake agli studenti. Lui stesso era uno studente impegnatissimo».
Anche questo dista dalla sua immagine dissipata.
«La disciplina invece era la sua caratteristica. Le racconto un episodio: dovevamo scalare una montagna e lui era molto affaticato, portava un armonium in spalla e aveva grossi problemi a respirare. Insistetti per tornare indietro e rispose: “Starò bene solo in cima”. Dalle cose che aveva a cuore era totalmente rapito».
“Urlo” è in parte un elenco di giovani consumati da alcol e droga. Uno stile di vita che molti hanno emulato. Se ne sentì mai responsabile?
«All’inizio fu la società del dopoguerra, non la poesia beat, a ridurli così. La poesia li aiutò a esprimersi. Allen e gli altri erano in cerca di una visione di chiarezza totale, le droghe servivano a espandere la coscienza, ma poi, vedendo chi era andato fuori di testa, in overdose, riabilitazione o manicomio, capì che si poteva arrivare alla chiarezza in modo meno letale, insegnando a tutti la meditazione, l’impermanenza, un altro modo di concepire la morte. Quel continuum lo aveva imparato in India».
L’ultima volta che lo vide?
«Alla cerimonia funebre con i monaci buddisti e il suo maestro spirituale. Accanto al letto di morte, Allen teneva una foto del poeta Walt Whitman. Prima di andarsene, chiamò gli amici. Chi aveva bisogno di soldi? Sostenne tutti economicamente. L’amicizia era un valore assoluto per lui. Creava legami forti. Non a caso Burroughs morì subito dopo. Era molto innamorato di Ginsberg».
Le ha mai fatto visita in sogno?
«In varie forme. Ho il sogno ricorrente di dover mettere al riparo i libri, forse perché l’ultima cosa che Allen mi ha chiesto è di proteggere il nostro archivio. Diceva che la poesia è un sentiero spirituale. Mi manca la sua voce. Ma tornerà, in qualche modo».
La poesia ha ancora forza vitale?
«Certo. Il suo fine non è l’immortalità, è più complesso di così. È scoprire la vita al limite della morte. Di continuo. Siamo qui per sparire, ma intanto ci godiamo il viaggio e con la poesia lavoriamo, come dice Allen, per lenire il dolore di vivere».
Il poema
Howl and Other Poems è il vinile che Craft Recordings ripubblica in versione eco-friendly per celebrare i cento anni dalla nascita di Allen Ginsberg e i settanta della sua opera più nota. Il Saggiatore ha ripubblicato Urlo in edizione speciale con le riproduzioni delle diverse bozze annotate durante la composizione e le lettere (a cura di Barry Miles, pagg. 250, euro 26)