✕

Sull’Île Seguin il museo Large scalda il motore

Ascolta l'audio

Alle porte di Parigi, apre un nuovo spazio espositivo. La prima mostra è dedicata al rapporto uomo-macchina
3 minuti di lettura

BOULOGNE-BILLANCOURT

Là dove Jean-Paul Sartre vendeva il giornale La Cause du peuple, sostenendo le lotte operaie, ora c’è un museo nuovo fiammante. «Il ne faut pas désespérer, Billancourt», non bisogna disperare, Billancourt, diceva lo scrittore ai lavoratori della Renault. La fabbrica ha chiuso nel 1992. Dopo decenni di abbandono, l’Île Seguin, in questo comune sulla Senna alle porte di Parigi, è diventata una cittadella culturale: con la Seine Musicale per i concerti e lo spazio Pathé destinato ai cinefili. Ma ad attraversare il Pont Daydé – quello storico dei lavoratori – adesso sono anche gli appassionati d’arte.

Ecco allora Large, lo spazio finanziato dal collezionista Laurent Dumas, presidente del gruppo Emerige: cinquemila metri quadrati (2500 solo per l’es…

BOULOGNE-BILLANCOURT

Là dove Jean-Paul Sartre vendeva il giornale La Cause du peuple, sostenendo le lotte operaie, ora c’è un museo nuovo fiammante. «Il ne faut pas désespérer, Billancourt», non bisogna disperare, Billancourt, diceva lo scrittore ai lavoratori della Renault. La fabbrica ha chiuso nel 1992. Dopo decenni di abbandono, l’Île Seguin, in questo comune sulla Senna alle porte di Parigi, è diventata una cittadella culturale: con la Seine Musicale per i concerti e lo spazio Pathé destinato ai cinefili. Ma ad attraversare il Pont Daydé – quello storico dei lavoratori – adesso sono anche gli appassionati d’arte.

Ecco allora Large, lo spazio finanziato dal collezionista Laurent Dumas, presidente del gruppo Emerige: cinquemila metri quadrati (2500 solo per l’esposizione) disegnati dallo studio catalano RCR Arquitectes, vincitore del Premio Pritzker nel 2017. Un’architettura di vetro che dall’esterno non si scopre, coperta com’è da un effetto pelle di serpente. Dentro, il grande atrio lascia filtrare la luce naturale e svela il suo rapporto con il contesto: il fiume che si riflette sul soffitto e il parco che fa capolino dalle finestre. «Large, il nome scelto, richiama l’idea di prendere il largo, di partire verso nuove scoperte – dice la direttrice Paula Aisemberg – è quello che vogliamo fare qui».

Sulla griglia di partenza c’è una mostra che omaggia la storia del luogo, guardando al futuro. Moteur Imaginaire (fino al 7 marzo 2027), curata da Cecilia Alemani, raduna 55 artisti da 23 Paesi che raccontano la relazione tra l’uomo e la macchina. «Il titolo mette in tensione due parole: una concreta, il motore, e l’altra che rimanda alla costruzione di un racconto, di uno spazio mentale – spiega Alemani – Mi interessava proprio questo cortocircuito. La fabbrica è sempre stata anche una macchina di immagini: non è un caso che uno dei primissimi film della storia, girato dai fratelli Lumière nel 1895, mostri operai che escono dai cancelli di uno stabilimento, e che quella soglia sia diventata presto un topos del cinema, come racconta Harun Farocki nell’installazione in mostra.

Moteur Imaginaire guarda alla fabbrica, alla sua storia, al suo mito, alla sua memoria, come a uno spazio di disciplina e di efficienza, dove sono nate nuove forme di solidarietà e alcune delle battaglie sociali più importanti della Francia del Novecento, ma la considera anche un luogo di immaginazione. Qui, sull’Île Seguin, gli artisti hanno creato opere, scoperto materiali e procedimenti nuovi e collaborato con ingegneri e meccanici. E qui un’intera società ha proiettato i suoi sogni di progresso, insieme alle illusioni e alle disillusioni che hanno accompagnato la fine del lavoro manuale».

Il focus prende il via dalla storia della Renault con lavori provenienti dalla collezione dell’azienda automobilistica, che negli anni Sessanta promosse una serie di collaborazioni con gli artisti. Lo testimonia Accumulation Renault en 4 panneaux (1974), la monumentale opera scultorea realizzata dall’artista visivo franco-statunitense Arman: un arazzo di testate di cilindri avvitate su pannelli di legno dipinto. Ma anche Peintures en frise (1971-1974), il fregio di Julio Le Parc, che decorava la caffetteria del personale della fabbrica e che ora accoglie i visitatori all’ingresso, o le serigrafie su alluminio per il ristorante firmate da Victor Vasarely. Il passato è testimoniato dagli scatti di Robert Doisneau. Ma, in questo caso, il romanticismo si fa da parte.

Il fotografo fu assunto dalla Renault a 22 anni, licenziato perché sempre in ritardo e poi rientrato per documentare la vita operaia, in particolare quella delle donne. Un mondo femminile omaggiato anche nella pittura volutamente vintage di Giulia Andreani. Il documentario di Leila Alaoui L’Île du Diable (2015) riporta sul posto gli ex operai e le memorie di una comunità disgregata.

«Ma non credo che la mostra sia nostalgica – puntualizza la curatrice – La trovo allegra, a tratti ironica, piena di energia. Del resto, la fabbrica non è mai davvero scomparsa: è diventata atmosferica. Ha lasciato le rive della Senna per insinuarsi nelle coreografie invisibili della nostra vita quotidiana, negli algoritmi che misurano i nostri gesti, nel lavoro che non vediamo più. In mostra la ritroviamo, trasformata in poesia, nell’opera di Madeline Hollander: novantasei fari di automobili recuperati che si accendono e si spengono seguendo il sorgere e il tramonto del sole nei fusi orari del pianeta, accompagnati dal tic-tac delle frecce. È una danza senza danzatori, che trasforma il ritmo della macchina nel respiro della Terra».

La macchina è un oggetto del desiderio e parte di un sogno omoerotico nel film Kustom Kar Kommandos (1965) di Kenneth – Mr Hollywood Babilonia – Anger. Le immagini di Baby Blue Benzo (2024) di Sara Cwynar mettono in scena la costruzione di un immaginario di piaceri, dove il corpo di Pamela Anderson si associa a quello dell’automobile. Siamo già pronti alla smaterializzazione e all’ibridazione con l’artificiale nelle videoinstallazioni di Valentin Ranger e Sara Sadik. «La questione dell’intelligenza artificiale è centrale, eppure artisti come Neïl Beloufa, Sara Sadik o Valentin Ranger la usano ancora soprattutto come uno strumento, più che come l’essenza del futuro – continua Alemani – Nel 1880 Paul Lafargue rivendicava il “diritto alla pigrizia” per i lavoratori, convinto che le macchine ci avrebbero liberati dalla fatica. Quasi centocinquant’anni dopo, aspettiamo ancora. In mostra, Daniel Otero Torres rovescia l’utopia con ironia: concede quel diritto alle macchine, e fa riposare su una panchina un vecchio braccio robotico, sfinito come un operaio, mentre si fuma una sigaretta. È un modo per ricordarci che ogni rivoluzione tecnologica porta con sé delle promesse, e che sta a noi chiederne conto».

Ma adesso che abbiamo l’IA saremo costretti a rimpiangere la fabbrica? «Stiamo vivendo una grande rivoluzione, e in ogni momento di transizione (dall’analogico al digitale, dall’industriale all’automatico) gli artisti sono i nostri sismografi – conclude la curatrice – Ci aiutano a immaginare le potenzialità del futuro senza imporre risposte definitive. Ci mostrano le possibilità di mezzi nuovi che forse un giorno prenderanno il sopravvento, ma che per ora ci aiutano soprattutto a guardare il presente con occhi diversi». Il Charlie Chaplin di Tempi moderni è ancora là a metterci in guardia.

Leggi i commenti