Quando nel calcio c'erano le first lady e mancava il liedholmismo
Gianni Mura , di GIANNI MURASette giorni di cattivi pensieri. L'addio a Maria Sensi, l'ultima figura della moglie-tifosa del presidente, e il dibattito sul lemma sarrismo entrato nella Treccani
Una donna del popolo, una donna battagliera Maria Sensi, sempre in prima fila quando c’erano da difendere la famiglia e la Roma, che in un certo senso della famiglia faceva parte. Ma quale first lady? Per i tifosi era la sora Maria, e le andava benissimo così. La sua morte è stata annunciata dalla figlia Rosella. Un addio discreto, d’altra parte la Roma e il calcio per Maria Sensi erano solo ricordi, belli e brutti. Nessun rapporto con i nuovi padroni a stelle e strisce. Ma una scelta fondamentale quando si trattò di comprare. Cesare Geronzi premeva su Franco Sensi perché si decidesse al grande passo. E Sensi si affidò alla volontà della famiglia. Una domenica a pranzo i due genitori e le tre figlie ancora giovani votarono per alzata di mano. Votazione favorevole all’acquisto per 3-2, determinante il sì della sora Maria. A pensarci bene, la figura della first lady, cioè della moglie tifosa del presidente, &egrav…
Una donna del popolo, una donna battagliera Maria Sensi, sempre in prima fila quando c’erano da difendere la famiglia e la Roma, che in un certo senso della famiglia faceva parte. Ma quale first lady? Per i tifosi era la sora Maria, e le andava benissimo così. La sua morte è stata annunciata dalla figlia Rosella. Un addio discreto, d’altra parte la Roma e il calcio per Maria Sensi erano solo ricordi, belli e brutti. Nessun rapporto con i nuovi padroni a stelle e strisce. Ma una scelta fondamentale quando si trattò di comprare. Cesare Geronzi premeva su Franco Sensi perché si decidesse al grande passo. E Sensi si affidò alla volontà della famiglia. Una domenica a pranzo i due genitori e le tre figlie ancora giovani votarono per alzata di mano. Votazione favorevole all’acquisto per 3-2, determinante il sì della sora Maria. A pensarci bene, la figura della first lady, cioè della moglie tifosa del presidente, è progressivamente sparita. Renata Fraizzoli, Milly Moratti, le mogli di Pozzo, di Scibilia. Il calcio è sempre più cosa per uomini.
E sempre meno per bambini e ragazzi, come documentato su queste pagine dall’inchiesta di Intorcia e Pinci. Negli ultimi dieci anni l’85% dei ragazzi che aveva scelto il calcio lo ha abbandonato. Non sarà solo la scarsa fantasia, come dice Mario Beretta, che allena le giovanili del Milan, né il prevalere della fisicità sulla tecnica. È anche il poco divertimento, l’essere inclusi a 13/14 anni in un sistema rigido che privilegia il risultato, che spinge molti tecnici delle giovanili a preoccuparsi più del risultato che di crescere buoni calciatori. Ci sono poi evidenti storture, che non tutti conoscono. Fino ai 14 anni il tesseramento di un ragazzo è su base annuale. Compiuti i 14 anni, una società può tener legato a sé un giovane calciatore fino a quando avrà 25 anni. Non tutte sante subito, le società calcistiche. Per quelle che si muovono correttamente, altre taglieggiano le famiglie: sborsare tot se si vuole cambiare aria. Il vincolo è previsto dall’art.99 delle Norme organizzative interne della Figc come premio di formazione, una forma d’indennizzo per i piccoli club che forniscono a squadre professionistiche ragazzi cresciuti da loro. Va da 16mila a 93mila euro. La stortura non sta tanto nell’indennizzo quanto nella durata: 11 anni, quando 4 o 5 basterebbero. Aggiungiamo che questa forma di vincolo esiste solo in due Paesi europei: Italia e Grecia. E non è particolare secondario.
Nemmeno la fascia da capitano lo è, forse. Ma c’era qualcosa di buffo nella discussione, durata giorni, e partita da quella della Fiorentina per Davide Astori, sulla regolarità di detta fascia. Per me, la Fiorentina ha tutti i diritti di ricordare come meglio crede un suo capitano morto. Discorso che vale per tutte le squadre: il Torino per Superga, la Juve per Scirea, la Roma per Di Bartolomei, il Genoa per Scoglio, il Cagliari per Scopigno. Al cuor non si comanda, giusto? Bene hanno fatto i giocatori della Fiorentina a dire: Ci multeranno? Pagheremo la multa. Continueranno a multarci? Continueremo a pagare la multa. Si prega di non confondere il gioco sulle fasce con l’importanza delle fasce. Basta che non offendano nessuno e non siano vendute alla pubblicità, fasce libere. Ma poi basta guardare come si presentano in campo molti calciatori per capire che la fascia è l’ultimo dei problemi. Un po’ prima viene la faccia. Chissà che faccia ha fatto Sarri quando ha saputo della Treccani e del sarrismo. Soddisfatta, presumo. Non sono tanti nella storia gli allenatori privilegiati da un neologismo per il loro modo di intendere il calcio, che da qualche tempo si chiama filosofia. Bisogna avere un cognome corto: sacchismo, sarrismo, cholismo (simeonismo era troppo lungo). Fa eccezione il guardiolismo, ma al Pep era dovuto, e Pepismo fa ridere. Mai esistito un herrerismo, un rocchismo, un bearzotismo, un liedholmismo. Né potrà esistere a Napoli un ancelottismo, un delaurentiissismo, un demagistrisismo. Segnalo alla Treccani varianti parafoniche: il serrismo, per lo stile di Michele nostro, il farrismo, molto seguito dai mangiatori di farro e il nocivo sorrysmo, per cui basta dire sorry e si è assolti da tutto, da Hiroshima a un rigore fallito.
Infine, una questione di peso. Su molti quotidiani la notizia che il Nizza ha multato Balotelli (non si sa di quanto) perché si era presentato al raduno con 103 kg addosso (peso forma 88). A Coverciano era sceso a 99,7. Come ha fatto a ingrassare di 15 kg durante le vacanze estive? E come ha fatto Mancini a dargli una maglia da titolare? Sia candidato al titolo di buonista. Ultime righe per ricordare ai lettori che hanno tempo fino a sabato prossimo per segnalare le tre canzoni più brutte, o meno belle, di Francesco De Gregori. Anche una o due, se non si arriva a tre. Inoltrare, firmando a g.mura@repubblica.i
E sempre meno per bambini e ragazzi, come documentato su queste pagine dall’inchiesta di Intorcia e Pinci. Negli ultimi dieci anni l’85% dei ragazzi che aveva scelto il calcio lo ha abbandonato. Non sarà solo la scarsa fantasia, come dice Mario Beretta, che allena le giovanili del Milan, né il prevalere della fisicità sulla tecnica. È anche il poco divertimento, l’essere inclusi a 13/14 anni in un sistema rigido che privilegia il risultato, che spinge molti tecnici delle giovanili a preoccuparsi più del risultato che di crescere buoni calciatori. Ci sono poi evidenti storture, che non tutti conoscono. Fino ai 14 anni il tesseramento di un ragazzo è su base annuale. Compiuti i 14 anni, una società può tener legato a sé un giovane calciatore fino a quando avrà 25 anni. Non tutte sante subito, le società calcistiche. Per quelle che si muovono correttamente, altre taglieggiano le famiglie: sborsare tot se si vuole cambiare aria. Il vincolo è previsto dall’art.99 delle Norme organizzative interne della Figc come premio di formazione, una forma d’indennizzo per i piccoli club che forniscono a squadre professionistiche ragazzi cresciuti da loro. Va da 16mila a 93mila euro. La stortura non sta tanto nell’indennizzo quanto nella durata: 11 anni, quando 4 o 5 basterebbero. Aggiungiamo che questa forma di vincolo esiste solo in due Paesi europei: Italia e Grecia. E non è particolare secondario.
Nemmeno la fascia da capitano lo è, forse. Ma c’era qualcosa di buffo nella discussione, durata giorni, e partita da quella della Fiorentina per Davide Astori, sulla regolarità di detta fascia. Per me, la Fiorentina ha tutti i diritti di ricordare come meglio crede un suo capitano morto. Discorso che vale per tutte le squadre: il Torino per Superga, la Juve per Scirea, la Roma per Di Bartolomei, il Genoa per Scoglio, il Cagliari per Scopigno. Al cuor non si comanda, giusto? Bene hanno fatto i giocatori della Fiorentina a dire: Ci multeranno? Pagheremo la multa. Continueranno a multarci? Continueremo a pagare la multa. Si prega di non confondere il gioco sulle fasce con l’importanza delle fasce. Basta che non offendano nessuno e non siano vendute alla pubblicità, fasce libere. Ma poi basta guardare come si presentano in campo molti calciatori per capire che la fascia è l’ultimo dei problemi. Un po’ prima viene la faccia. Chissà che faccia ha fatto Sarri quando ha saputo della Treccani e del sarrismo. Soddisfatta, presumo. Non sono tanti nella storia gli allenatori privilegiati da un neologismo per il loro modo di intendere il calcio, che da qualche tempo si chiama filosofia. Bisogna avere un cognome corto: sacchismo, sarrismo, cholismo (simeonismo era troppo lungo). Fa eccezione il guardiolismo, ma al Pep era dovuto, e Pepismo fa ridere. Mai esistito un herrerismo, un rocchismo, un bearzotismo, un liedholmismo. Né potrà esistere a Napoli un ancelottismo, un delaurentiissismo, un demagistrisismo. Segnalo alla Treccani varianti parafoniche: il serrismo, per lo stile di Michele nostro, il farrismo, molto seguito dai mangiatori di farro e il nocivo sorrysmo, per cui basta dire sorry e si è assolti da tutto, da Hiroshima a un rigore fallito.
Infine, una questione di peso. Su molti quotidiani la notizia che il Nizza ha multato Balotelli (non si sa di quanto) perché si era presentato al raduno con 103 kg addosso (peso forma 88). A Coverciano era sceso a 99,7. Come ha fatto a ingrassare di 15 kg durante le vacanze estive? E come ha fatto Mancini a dargli una maglia da titolare? Sia candidato al titolo di buonista. Ultime righe per ricordare ai lettori che hanno tempo fino a sabato prossimo per segnalare le tre canzoni più brutte, o meno belle, di Francesco De Gregori. Anche una o due, se non si arriva a tre. Inoltrare, firmando a g.mura@repubblica.i