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"Novantatré" di Victor Hugo, l'infinito in tempi di guerra

Il romanzo che il grande scrittore dei "Miserabili" dedicò agli strascischi sanguinosi della Rivoluzione francese ci aiuta, in questi tempi difficili di isolamento, a ricordare che siamo tutti "bigger than life"
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Ci sono alcuni prodotti culturali - libri, brani musicali, film, poesie, dipinti - così vertiginosi, così vicini all'infinito, così bigger than life da provocarci un sentimento che va al di là del principio di piacere. Una vertigine improvvisa, un'emozione quasi insopportabile, un senso di smarrimento. Perché c'è dentro troppa consapevolezza. Troppa verità. Troppo senso cosmico. Troppa umanità. A volte, travolti dalle mille incombenze quotidiane, preferiamo sfuggire questi incontri impegnativi: dalle composizioni dell'ultimo Coltrane a Sentieri selvaggi di John Ford, da Las Meninas di Diego Velázquez al monologo di Enrico V nell'omonimo dramma di Shakespeare, ce ne teniamo - rispettosamente - alla larga.
 
Ma ora che la vita è questa, ridotta alle pareti di casa nostra e a contatti rigorosamente virtuali, adesso sì che abbiamo bisogno dell'infinito. Del grandioso, del sublime…
Ci sono alcuni prodotti culturali - libri, brani musicali, film, poesie, dipinti - così vertiginosi, così vicini all'infinito, così bigger than life da provocarci un sentimento che va al di là del principio di piacere. Una vertigine improvvisa, un'emozione quasi insopportabile, un senso di smarrimento. Perché c'è dentro troppa consapevolezza. Troppa verità. Troppo senso cosmico. Troppa umanità. A volte, travolti dalle mille incombenze quotidiane, preferiamo sfuggire questi incontri impegnativi: dalle composizioni dell'ultimo Coltrane a Sentieri selvaggi di John Ford, da Las Meninas di Diego Velázquez al monologo di Enrico V nell'omonimo dramma di Shakespeare, ce ne teniamo - rispettosamente - alla larga.
 
Ma ora che la vita è questa, ridotta alle pareti di casa nostra e a contatti rigorosamente virtuali, adesso sì che abbiamo bisogno dell'infinito. Del grandioso, del sublime. Per trovarli, basta leggere un romanzo dalla profondità insostenibile: si chiama Novantatré e lo ha scritto Victor Hugo, autore degli immortali I Miserabili, nel 1874. E' un affresco di guerra, ambientato nell'anno del Diciottesimo secolo citato nel titolo. Erano tempi eccezionali, come, in un senso assai differente, quelli che stiamo vivendo. C'era una guerra, in Francia. La peggiore delle guerre: una guerra civile, combattuta tra gli ultimi profeti, ipergiacobini, della rivoluzione, e aristocratici e religiosi pronti a tutto pur di restaurare l'Ancien Régime. Un conflitto che nelle pagine di Hugo si incarna nei due protagonisti. Figure incredibilmente forti, dense - individui cosmico-storici, come li avrebbe definiti, da filosofo, Hegel. Uno è un prete spretato diventato il più acceso fanatico della purghe rivoluzionarie; l'altro il suo ex allievo prediletto, quasi costretto, per nobile nascita, a difendere il revanchismo vandeano.
 
Due individui uno contro l'altro armati (e in mezzo a loro, come se non bastasse, il destino di tre bambini innocenti). Personaggi dalle ragioni inconciliabili. Entrambi lucidi, entrambi, in modo diversissimo, umani troppo umani. E poi c'è lo scrittore. Che non giudica, ma arriva fin nello strato più insondabile dell'animo di entrambi. Portando alla luce le contraddizioni di un anno, di un decennio, di un'epoca, dell'Uomo. Per questo, se non l'avete ancora fatto, leggete Novantatré, pubblicato in economica da diverse case editrici: l'infinito c'è, è la fuori.