✕
Una messa celebrata via Internet a Desio (Monza e Brianza) (fotogramma)

Coronavirus, la Chiesa non può chiudere

In questi giorni siamo testimoni dell'epidemia di Covid-19 ma siamo anche travolti dall'epidemia della paura. Mi viene spontaneo domandarmi: ma è veramente morto il prossimo?
2 minuti di lettura
In questi ultimi giorni siamo testimoni dell'epidemia di coronavirus ma siamo anche travolti dall'epidemia della paura. E in questa condizione faticosa e buia sembra essere travolta anche la Chiesa.

Nessuna polemica da parte mia, nessuna baldanzosa o rassicurante certezza, ma molte domande. L'ho scritto fin dall'inizio di questa emergenza: siamo sicuri che la Chiesa, adottando contro il possibile contagio misure che impediscono liturgie, preghiere e addirittura funerali partecipati dalla comunità, sia solidale con chi soffre, ha paura e cerca consolazione?

Rincresce constatare come la Chiesa non sia capace di una parola umile, senza pretese, ma chiara. Abbiamo ricevuto disposizioni ecclesiastiche sull'emergenza, equiparate semplicemente alla disciplina imposta dall'autorità politica, disposizioni nelle quali non s'intravede la presenza di autentiche preoccupazioni pastorali e cristiane dettate dal Vangelo: la compassione, l'urgenza della…
In questi ultimi giorni siamo testimoni dell'epidemia di coronavirus ma siamo anche travolti dall'epidemia della paura. E in questa condizione faticosa e buia sembra essere travolta anche la Chiesa.

Nessuna polemica da parte mia, nessuna baldanzosa o rassicurante certezza, ma molte domande. L'ho scritto fin dall'inizio di questa emergenza: siamo sicuri che la Chiesa, adottando contro il possibile contagio misure che impediscono liturgie, preghiere e addirittura funerali partecipati dalla comunità, sia solidale con chi soffre, ha paura e cerca consolazione?

Rincresce constatare come la Chiesa non sia capace di una parola umile, senza pretese, ma chiara. Abbiamo ricevuto disposizioni ecclesiastiche sull'emergenza, equiparate semplicemente alla disciplina imposta dall'autorità politica, disposizioni nelle quali non s'intravede la presenza di autentiche preoccupazioni pastorali e cristiane dettate dal Vangelo: la compassione, l'urgenza della cura e della vicinanza ai malati e alle persone in condizione di fragilità, il messaggio della speranza per quelli che risultano vittime di questa pestilenza. Ci si è limitati alla richiesta di sospendere le celebrazioni, di offrire un'eucaristia celebrata in privato, alla quale i fedeli possono accedere attraverso i media, di interrompere la celebrazione dei funerali. Ma la virtualizzazione della liturgia significa morte della liturgia cristiana, che è sempre incontro di corpi e di realtà materiali.

Mi è dunque venuto spontaneo domandarmi: ma è veramente morto il prossimo? Anche noi cristiani non sappiamo più cosa è necessario alla nostra vita e cosa è superfluo? Accettiamo dunque che l'ordinanza della regione Piemonte consideri "i servizi religiosi superflui e quindi non esenti da provvedimenti restrittivi"? Ho sperato che quella della chiesa fosse solo una sonnolenza e non una debolezza della fede... Poi finalmente papa Francesco ha detto alcune parole che sembrano aver risvegliato le coscienze: occorre tenere aperte le chiese, accompagnare i malati, andare a visitarli, far risplendere la speranza della vita dove la morte fa le sue incursioni, occorre che la Chiesa assuma la postura di Chiesa in preghiera.

E non ci si può certo consolare constatando che le preoccupazioni della società sono altre: la prosecuzione degli eventi sportivi, l'aperitivo serale, la movida... Un cristiano avrebbe molte obiezioni da fare di fronte ai vari atteggiamenti che si manifestano in questa emergenza, soprattutto riguardo alla liturgia eucaristica, che deve sempre essere azione di tutta la comunità, senza surrogati che smentiscono la realtà umana del corpo di Cristo che è la comunità e la realtà sacramentale del corpo di Cristo nel pane e nel vino.

È vero che si può pregare in casa, nel segreto - come chiede anche Gesù - , ma senza eucaristia domenicale per i cristiani non è possibile vivere. In particolare, chi si ammala e va verso la morte ha bisogno dei sacramenti, della consolazione cristiana, di poter vivere la speranza della resurrezione con i fratelli e le sorelle, senza sentirsi abbandonato. Se la chiesa non sa essere presente alla nascita e alla morte delle persone, come potrà mai essere presente nella loro vita? Pastori senza pecore e pecore senza pastori? Pastori salariati meno disposti alla cura dei fedeli e dei loro bisogni spirituali rispetto a medici e infermieri del corpo? Per grazia conosco preti che, più che mai in questi giorni, non abbandonano le pecore malate, anzi le vanno a cercare e a curare affinché vivano in pienezza.