Abebe Bikila sul tramonto di Roma, il record di Kostadinova e quelle "molle" di El Guerrouj
Enrico Sisti , di ENRICO SISTIMemorie Intime Non siamo isole, nessuno si salva da solo. Però possiamo cominciare a salvarci avendo cura di noi, aspettando gli altri. Una poesia che ci porta lontano, una canzone che ci riporta indietro: per scoprire che il passato aiuta il presente. Oppure un evento sportivo, piccolo, un lampo, una briciola, una scheggia, tanto più breve quanto più carico d’emozione, anzi di doppia emozione, quella che esso contiene di suo e quella che noi trasformiamo in brividi sulla pelle. Una memoria intima. Quanto può essere colorato un vecchio bianco e nero? Quanta modernità nascondono alcuni gesti di ieri? Dicono che il cuore sia un cacciatore solitario. E allora lasciamolo libero di andare in cerca dei suoi amori, del suo nutrimento. A casa abbiamo tutto. Incredibile, ma abbiamo tutto. Rivalutiamo la rete, dispensa d’amore. Piccole delizie da ogni sport. Ecco tre episodi del mondo della storia dell'atletica presi dall’archivio della bellezza
Tre racconti romani della grande atletica, fatta di piccoli movimenti, a volte di impercettibili differenze. Piccoli passi, storie gigantesche. Centimetri e millesimi di secondo sono spesso ciò che separa la delusione dalla gloria. Quando partì la maratona olimpica di Roma, il 10 settembre di 60 anni fa, più che autorevoli partecipanti gli atleti sembravano, gioiosamente, degli sfollati in fuga dal pollaio dove avevano appena cercato, tutti insieme, di rubare qualche gallina.
A riguardare le immagini a colori di History Channel (su youtube), è chiaro che andavano quasi zigzagando, forse emozionati per l’avvio della manifestazione per la quale, si può dire, avevano vissuto, sulla quale tutto avevano costruito. O forse prudenti per il mano stradale irregolare e minaccioso. Un sudcoreano ha la fascia in testa, ma più che per il sudore, in quel mite pomeriggio romano, pareva messa lì a bloccare il sangue da chissà quale ferita…
A riguardare le immagini a colori di History Channel (su youtube), è chiaro che andavano quasi zigzagando, forse emozionati per l’avvio della manifestazione per la quale, si può dire, avevano vissuto, sulla quale tutto avevano costruito. O forse prudenti per il mano stradale irregolare e minaccioso. Un sudcoreano ha la fascia in testa, ma più che per il sudore, in quel mite pomeriggio romano, pareva messa lì a bloccare il sangue da chissà quale ferita…
Tre racconti romani della grande atletica, fatta di piccoli movimenti, a volte di impercettibili differenze. Piccoli passi, storie gigantesche. Centimetri e millesimi di secondo sono spesso ciò che separa la delusione dalla gloria. Quando partì la maratona olimpica di Roma, il 10 settembre di 60 anni fa, più che autorevoli partecipanti gli atleti sembravano, gioiosamente, degli sfollati in fuga dal pollaio dove avevano appena cercato, tutti insieme, di rubare qualche gallina.
A riguardare le immagini a colori di History Channel (su youtube), è chiaro che andavano quasi zigzagando, forse emozionati per l’avvio della manifestazione per la quale, si può dire, avevano vissuto, sulla quale tutto avevano costruito. O forse prudenti per il mano stradale irregolare e minaccioso. Un sudcoreano ha la fascia in testa, ma più che per il sudore, in quel mite pomeriggio romano, pareva messa lì a bloccare il sangue da chissà quale ferita. Tutto molto alla mano: indumenti scollacciati, alcuni dei quali inutili, scarpe non proprio tecnologiche, gestualità non sempre corretta. Rigorosi ma anche loro non troppo eleganti, i sovietici seguivano la tabella di Zatopek, che però non sarebbe bastata nemmeno al favorito Popov. Dopo il Palasport guidano un belga, un irlandese e due marocchini. Tutti schedati come possibili protagonisti.
Accanto a loro c’è un intruso, uno sconosciuto, un etiope, si chiama Abebe Bikila, ha 28 anni, è figlio di in pastore, è sposato, ha due figli ma non ha le scarpe (e senza scarpe entrò nelle nostre case). I tempi di iscrizione lo dicevano forte, aveva un personali persino migliore di quello di Zatopek. Ma nessuno dava credito ai risultati di un africano. Il cameramen che segue la testa del gruppo si rende conto che qualcosa non va: ma certo, quel tipo non ha le scarpe! Comincia a riprendere i suoi piedi che solo a guardarli, forti ma fragili, faceva venir male: bruciarsi sull’asfalto, rispondere alle asperità dei sampietrini per evitare che i contraccolpi arrivassero alle ginocchia e dalle ginocchia al bacino. Una sofferenza celeste. Nel mondo che racconta la favola degli stivali delle sette leghe, improvvisamente appariva un uomo che andava oltre ogni immaginazione e lo faceva cancellando il concetto stesso di calzatura, di protezione, tornando indietro nel tempo, allo sport dei “nudi”: forse anche per cancellare la pesantezza dell’essere (ma anche perché le scarpe ricevute dall’organizzazione e dall’Adidas gli stavano strette e gli avevano procurato una vescica).
Al 20° chilometro, mentre il sole è appena tramontato, restano in due: il campione e l’intruso scalzo, il marocchino Abdessalam e Bikila, che entrerà a piedi nudi nel parco dei grandi. “Gli eroi vivono accanto agli dèi ma dovrebbero stare attenti a non eccitarne l’invidia”, scrisse per “Repubblica” Oreste del Buono. Qualcosa del genere deve essere accaduto a Bikila, prima medaglia olimpica nera africana: volle troppo e troppo ottenne (vinse anche a Tokyo), nella logica spietata degli dèi. In Messico nel ’68 era infortunato. Corse lo stesso. Lo videro seduto ai margini della strada, ritirato, ad aspettare un’anima buona. Nel ’69 la vendetta del fato. Bikila fu vittima di un incidente automobilistico, rimase per 12 ore tra le lamiere prima che arrivassero gli aiuti: colonna vertebrale spezzata. A Monaco di Baviera nel ’72 girava come un ossesso fra i campi di gara: ma in carrozzina, spinto da un’hostess.
A riguardare le immagini a colori di History Channel (su youtube), è chiaro che andavano quasi zigzagando, forse emozionati per l’avvio della manifestazione per la quale, si può dire, avevano vissuto, sulla quale tutto avevano costruito. O forse prudenti per il mano stradale irregolare e minaccioso. Un sudcoreano ha la fascia in testa, ma più che per il sudore, in quel mite pomeriggio romano, pareva messa lì a bloccare il sangue da chissà quale ferita. Tutto molto alla mano: indumenti scollacciati, alcuni dei quali inutili, scarpe non proprio tecnologiche, gestualità non sempre corretta. Rigorosi ma anche loro non troppo eleganti, i sovietici seguivano la tabella di Zatopek, che però non sarebbe bastata nemmeno al favorito Popov. Dopo il Palasport guidano un belga, un irlandese e due marocchini. Tutti schedati come possibili protagonisti.
Accanto a loro c’è un intruso, uno sconosciuto, un etiope, si chiama Abebe Bikila, ha 28 anni, è figlio di in pastore, è sposato, ha due figli ma non ha le scarpe (e senza scarpe entrò nelle nostre case). I tempi di iscrizione lo dicevano forte, aveva un personali persino migliore di quello di Zatopek. Ma nessuno dava credito ai risultati di un africano. Il cameramen che segue la testa del gruppo si rende conto che qualcosa non va: ma certo, quel tipo non ha le scarpe! Comincia a riprendere i suoi piedi che solo a guardarli, forti ma fragili, faceva venir male: bruciarsi sull’asfalto, rispondere alle asperità dei sampietrini per evitare che i contraccolpi arrivassero alle ginocchia e dalle ginocchia al bacino. Una sofferenza celeste. Nel mondo che racconta la favola degli stivali delle sette leghe, improvvisamente appariva un uomo che andava oltre ogni immaginazione e lo faceva cancellando il concetto stesso di calzatura, di protezione, tornando indietro nel tempo, allo sport dei “nudi”: forse anche per cancellare la pesantezza dell’essere (ma anche perché le scarpe ricevute dall’organizzazione e dall’Adidas gli stavano strette e gli avevano procurato una vescica).
Al 20° chilometro, mentre il sole è appena tramontato, restano in due: il campione e l’intruso scalzo, il marocchino Abdessalam e Bikila, che entrerà a piedi nudi nel parco dei grandi. “Gli eroi vivono accanto agli dèi ma dovrebbero stare attenti a non eccitarne l’invidia”, scrisse per “Repubblica” Oreste del Buono. Qualcosa del genere deve essere accaduto a Bikila, prima medaglia olimpica nera africana: volle troppo e troppo ottenne (vinse anche a Tokyo), nella logica spietata degli dèi. In Messico nel ’68 era infortunato. Corse lo stesso. Lo videro seduto ai margini della strada, ritirato, ad aspettare un’anima buona. Nel ’69 la vendetta del fato. Bikila fu vittima di un incidente automobilistico, rimase per 12 ore tra le lamiere prima che arrivassero gli aiuti: colonna vertebrale spezzata. A Monaco di Baviera nel ’72 girava come un ossesso fra i campi di gara: ma in carrozzina, spinto da un’hostess.