Nella mente di noi viaggiatori
Stefania Parmeggiani , di STEFANIA PARMEGGIANIPerché attraversavamo il mondo? Perché abbiamo voglia di farlo ancora oggi che la frontiera è diventata la porta di casa? La risposta nella nostra libreria e in un saggio. Bellissimo
E poi un giorno, rinchiusi nelle nostre case, ricordando il mondo come era prima quando potevamo uscire, incontrarci, prendere un caffè, parlare e magari discutere sfiorandoci con le mani il volto e poi baciarci che si era fatto tardi e ognuno doveva tornare alla propria vita, a casa, dai figli, al lavoro, quel giorno ecco all’improvviso la voglia di fuggire. Anzi no, niente parole drammatiche che in questi giorni servono ad altro. Con meno pathos: voglia di viaggiare. Nel mondo di prima era normale, così normale che finivamo col farlo anche quando ci lamentavamo di non avere abbastanza tempo o denaro. Da soli, con il fidanzato, con le amiche, con un bambino in braccio e l’altra per mano… Era normale e adesso che non lo è più forse dovremmo trovare un nuovo modo per farlo. I libri di viaggio sono decine. Citiamoli a caso, così come sono stati riposti sugli scaffali: Pellegrino in Asia (Fosco Maraini), In Patagonia (Bruce Chatwin), …
E poi un giorno, rinchiusi nelle nostre case, ricordando il mondo come era prima quando potevamo uscire, incontrarci, prendere un caffè, parlare e magari discutere sfiorandoci con le mani il volto e poi baciarci che si era fatto tardi e ognuno doveva tornare alla propria vita, a casa, dai figli, al lavoro, quel giorno ecco all’improvviso la voglia di fuggire. Anzi no, niente parole drammatiche che in questi giorni servono ad altro. Con meno pathos: voglia di viaggiare. Nel mondo di prima era normale, così normale che finivamo col farlo anche quando ci lamentavamo di non avere abbastanza tempo o denaro. Da soli, con il fidanzato, con le amiche, con un bambino in braccio e l’altra per mano… Era normale e adesso che non lo è più forse dovremmo trovare un nuovo modo per farlo. I libri di viaggio sono decine. Citiamoli a caso, così come sono stati riposti sugli scaffali: Pellegrino in Asia (Fosco Maraini), In Patagonia (Bruce Chatwin), Latinoamericana. I diari della motocicletta (Ernesto Che Guevara), Storie di vagabondaggio (Herman Hesse), Leggenda dei monti naviganti (Paolo Rumiz), Nelle terre estreme (Jon Krakauer), Gli anelli di saturno (W.G. Sebald), Ebano (Ryszard Kapuscinski), Strade Blu (William Least Heat-Moon)… Un’accozzaglia certo, ma nel viaggio non c’è coerenza. Cosa c’è allora? Perché viaggiavamo, perché abbiamo voglia di farlo ancora mentre le nazioni si blindano e la frontiera diventa la porta di casa? La risposta in un saggio, bellissimo: La mente del viaggiatore. Dall’Odissea al turismo globale (il Mulino). Eric J. Leed ci spiega quello che forse abbiamo sempre saputo. Che non viaggiavamo per necessità come facevano gli antichi e ancora oggi milioni di persone, né per migliorarci – anche se a volte ci illudiamo sia successo – e nemmeno per scoprire noi stessi – anche se ci sono stati istanti in mezzo ai ghiacci, là dove finisce il mondo, oppure su una zattera tra le correnti del fiume Usumacinta, al confine tra Chapas e Guatemala, in cui potremmo giurare che sia accaduto. No, viaggiavamo solo per riconoscerci: noi, diversi da chi incrociavamo sulla strada quando la diversità appariva una ricchezza e si trasformava in incontro, imponeva cura e attenzione. Noi, viaggiatori. Lo siamo stati e torneremo ad esserlo. O almeno è questo che oggi vogliamo, mentre rileggiamo i viaggi giganti fatti dai giganti che poi ne hanno scritto accendendo un desiderio che nessuna pandemia potrà mai cancellare.