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Alla ricerca dei libri perduti: Róheim, la crisi e la cultura

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"Essere soli è un grande pericolo", scrive Géza Róheim, quasi al termine del suo libro Origine e funzione della cultura. Per ovviare a questo rischio il genere umano avrebbe "inventato l'allucinazione psicotica di un mondo futuro dove il morto sarà in compagnia di altri spiriti di defunti, e la cerimonia nevrotico-ossessiva del lutto e il culto ancestrale tengono compagnia al morto". L'esempio più efficace è l'Egitto antico, patria delle mummie e delle piramidi, ma ve ne sono innumerevoli altri a dimostrare l'importanza civilizzatrice del culto dei morti.

Chissà cosa avrebbe scritto l'antropologo ungherese, allievo di Freud, se fosse ancora qui con noi in questi giorni davanti all'immagini dei camion dell'esercito che muovono da Bergamo e dalle altre città vicine per portare via le bare dei morti impedendo così ogni celebrazione delle donne e degli uomini defunti? Non &egrav…
"Essere soli è un grande pericolo", scrive Géza Róheim, quasi al termine del suo libro Origine e funzione della cultura. Per ovviare a questo rischio il genere umano avrebbe "inventato l'allucinazione psicotica di un mondo futuro dove il morto sarà in compagnia di altri spiriti di defunti, e la cerimonia nevrotico-ossessiva del lutto e il culto ancestrale tengono compagnia al morto". L'esempio più efficace è l'Egitto antico, patria delle mummie e delle piramidi, ma ve ne sono innumerevoli altri a dimostrare l'importanza civilizzatrice del culto dei morti.

Chissà cosa avrebbe scritto l'antropologo ungherese, allievo di Freud, se fosse ancora qui con noi in questi giorni davanti all'immagini dei camion dell'esercito che muovono da Bergamo e dalle altre città vicine per portare via le bare dei morti impedendo così ogni celebrazione delle donne e degli uomini defunti? Non è forse questo rito di congedo e di memoria uno dei fondamenti della stessa cultura umana?  Il libro di Róheim, è stato scritto negli anni Quaranta del XX secolo, quando l'antropologo s'era rifugiato in America, ed è stato tradotto in italiano nel 1972 da Feltrinelli, mai più ristampato. Eppure oggi sarebbe molto interessante rileggerlo per capire il ruolo che ha la cultura, o che potrebbe avere, nella crisi planetaria in corso.

Géza Róheim era nato nel 1891 a Budapest in una ricca famiglia borghese, aveva studiato antropologia in Germania, ed era stato il primo antropologo a interessarsi di psicoanalisi. Analizzato da Sandor Ferenczi, altro celebre psicoanalista, aveva aderito al movimento freudiano; così su iniziativa del fondatore della psicanalisi gli venne assegnata una borsa di studio finanziata da Marie Bonaparte. Perciò per alcuni anni si recò in Somalia, Australia, Melanesia e tra gli indiani yuma in Arizona per studiare i sogni e il materiale inconscio delle popolazioni primitive. Queste ricerche sul campo sono condensate in un libro straordinario pubblicato in due volumi, Le porte del sogno, da poco ristampato dalla editrice Piano B dopo quasi cinquant'anni di irreperibilità.

Cosa ci dice Géza Róheim nel suo studio sull'origine della cultura? Che il genere umano ha inventato la cultura a causa della propria infanzia protratta e dell'incapacità a tollerare gli stati di tensione. Detto altrimenti: "i sistemi di difesa contro l'angoscia sono la materia prima di cui è fatta la civiltà", e quindi anche la cultura. All'origine di tutto c'è secondo Róheim un bisogno di sicurezza. L'essere spaventato e timoroso per eccellenza non è il bambino. Da allievo di Freud, l'antropologo ritiene che l'immaturità permanga a lungo anche nell'uomo adulto. Si tratta di quel fenomeno che i biologi chiamano chiamato neotenia, per cui un organismo vivente quando raggiunge la maturità sessuale conserva i caratteri giovanili. Noi esseri umani nasciamo infatti incompleti. Abbiamo bisogno della cura e dell'accudimento materno per un lungo periodo: non sappiamo camminare, non sappiamo procurarci il cibo, non sappiamo difenderci da soli e ci sentiamo in continuo pericolo, un enorme bisogno di protezione che ci condizionerà per il resto della vita. La lunga latenza prima di diventare autosufficienti fa sì che nell'adulto si perpetuino paure e fantasmi dell'età infantile.

Di ritorno dalle sue ricerche, tra le popolazioni primitive compiute tra il 1928 e 1931, Róheim era giunto alla conclusione che "cultura significa essere umano". Nei villaggi in cui aveva vissuto aveva sperimentato le condizioni elementari d'esistenza come ai primordi della civiltà: l'uso del fuoco, l'utilizzo degli utensili elementari, la costruzione delle abitazioni, il cibo scarso. Il libro, che fa tesoro di quelle esperienze, si apre con un riferimento ad un famoso saggio di Freud, Il disagio della civiltà e cerca di rispondere alla semplice domanda: perché è nata la civiltà? Per quanto siano trascorsi oltre settanta anni dalla sua stesura, e che sia passata molta acqua sotto i ponti della psicoanalisi, il breve libro conserva un suo peculiare valore. Forse proprio in America, dove l'ha scritto, Róheim aveva capito una verità molto semplice: noi esseri umani cresciamo per rimanere bambini. Sono proprio le angosce provate da bambini davanti alle situazioni di rischio a condizionare i nostri comportamenti da adulti. Il grande pericolo per cui avremmo sviluppato la cultura è definito dall'antropologo in termini freudiani come "perdita oggettuale", che nascerebbe dal timore sperimentato da tutti d'essere lasciati soli al buio.

Secondo Róheim ci sono tre modelli possibili per evitare l'infelicità che nasce da questa condizione: il modello erotico, per cui l'interesse principale è rivolto alla vita amorosa: "amare, e più precisamente essere amati", è la cosa più importante per questo tipo di personalità; il modello dominato dall'istanza del Super-Io, ovvero dalla coscienza, invece che dalla paura di perdere l'amore; il modello narcisistico per cui il principale interesse è l'auto-mantenimento. La cultura nascerebbe perciò da un processo di sublimazione, che si presenta come una via di mezzo tra la posizione narcisistica e quella erotica, un punto incerto, eppure possibile, d'equilibrio. Per l'antropologo ungherese, come per Freud, l'Eros e la libido guidano i comportamenti umani, e questo ha un valore positivo dal momento che la caratteristica di questo impulso è quello di "formare unità sempre più larghe".

Una sezione molto interessante del libro è quella che Róheim definisce "economica", dove esamina i diversi mestieri che si producono nelle civiltà umane dallo sciamano, all'agricoltore e al commerciante, tutte segnate da modalità diverse di rapportarsi con le nevrosi che si producono negli individui. Lo sciamano, personaggio a lui molto caro, sarebbe un nevrotico che è riuscito a convertire la sua nevrosi in una attività in armonia con i suoi interessi, per cui riesce a guidare piccole società tribali, ma non certo quelle più ampie e complesse che l'allievo di Freud aveva potuto osservare in Germania e negli Stati Uniti nel corso degli anni Trenta e Quaranta del Novecento. Peccato che non ci siano specificazioni ulteriori sul tipo di leadership che stanno alla testa di società più complesse. Eppure proprio nei primi tre decenni del XX secolo diversi stati europei si affidarono proprio a dei capi sciamani per rispondere alle paure ancestrali che le attraversavano dopo la fine della Prima guerra mondiale e la grande crisi economica del 1929.

Forse, seguendo Róheim avremo bisogno di molta cultura per affrontare quello che ci attende nei prossimi mesi e anni? Probabile, per questo vari suggerimenti possono venire anche da questo libro perduto.