Le regine della ginnastica che vogliono dimenticare il passato
Enrico Sisti , di ENRICO SISTIMemorie Intime Non siamo isole, nessuno si salva da solo. Però possiamo cominciare a salvarci avendo cura di noi, aspettando gli altri. Una poesia che ci porta lontano, una canzone che ci riporta indietro: per scoprire che il passato aiuta il presente. Oppure un evento sportivo, piccolo, un lampo, una briciola, una scheggia, tanto più breve quanto più carico d’emozione, anzi di doppia emozione, quella che esso contiene di suo e quella che noi trasformiamo in brividi sulla pelle. Una memoria intima. Quanto può essere colorato un vecchio bianco e nero? Quanta modernità nascondono alcuni gesti di ieri? Dicono che il cuore sia un cacciatore solitario. E allora lasciamolo libero di andare in cerca dei suoi amori, del suo nutrimento. A casa abbiamo tutto. Incredibile, ma abbiamo tutto. Rivalutiamo la rete, dispensa d’amore. Piccole delizie da ogni sport. Ecco tre episodi del mondo della storia della ginnastica presi dall’archivio della bellezza
Tre ritratti di signore ragazzine, minute, angeliche, senza peso, con un lato oscuro, accomunate dalla sofferenza. 52 anni fa Vera Caslavska voltò lo sguardo per non voltare pagina. Fu la sua rivolta, che ebbe conseguenze. Per lei, non per il suo paese, la Cecoslovacchia. Accadde a Città del Messico il 25 ottobre del 1968. Una protesta dimenticata, quella di Vera, che arrivò nove giorni dopo la assai più celebrata e altrettanto significativa esternazione di Tommie Smith e John Carlos sul podio dei 200 metri, con il pugno alzato dentro un guanto nero.
Rifiutandosi di guardare la bandiera sovietica durante la premiazione, sul podio, Vera intese protestare, sola come un cane, contro l’invasione della Cecoslovacchia avvenuta due mesi prima da parte dei carri armati dell’Unione Sovietica, dopo la Primavera di Praga. Vera, che rimane ancora oggi l’atleta ceca più decorata di sempre, con i suoi sette ori olimpici, quattro mondiali e undic…
Rifiutandosi di guardare la bandiera sovietica durante la premiazione, sul podio, Vera intese protestare, sola come un cane, contro l’invasione della Cecoslovacchia avvenuta due mesi prima da parte dei carri armati dell’Unione Sovietica, dopo la Primavera di Praga. Vera, che rimane ancora oggi l’atleta ceca più decorata di sempre, con i suoi sette ori olimpici, quattro mondiali e undic…
Tre ritratti di signore ragazzine, minute, angeliche, senza peso, con un lato oscuro, accomunate dalla sofferenza. 52 anni fa Vera Caslavska voltò lo sguardo per non voltare pagina. Fu la sua rivolta, che ebbe conseguenze. Per lei, non per il suo paese, la Cecoslovacchia. Accadde a Città del Messico il 25 ottobre del 1968. Una protesta dimenticata, quella di Vera, che arrivò nove giorni dopo la assai più celebrata e altrettanto significativa esternazione di Tommie Smith e John Carlos sul podio dei 200 metri, con il pugno alzato dentro un guanto nero.
Rifiutandosi di guardare la bandiera sovietica durante la premiazione, sul podio, Vera intese protestare, sola come un cane, contro l’invasione della Cecoslovacchia avvenuta due mesi prima da parte dei carri armati dell’Unione Sovietica, dopo la Primavera di Praga. Vera, che rimane ancora oggi l’atleta ceca più decorata di sempre, con i suoi sette ori olimpici, quattro mondiali e undici europei, già non era più una bimba perché aveva 26 anni.
Era riuscita tra mille difficoltà logistiche e culturali a costruirsi una forte personalità, curiosa, attenta, accogliente. Aveva una sua idea del comunismo reale: non tutto sbagliato, secondo lei, ma troppo sovraccarico, come un macigno inevitabile il cui peso finiva per ricadere senza controllo sulla popolazione, “garantendo, certo, ma anche schiacciando”. Aveva sostenuto Dubcek, si era esposta. E quel 20 agosto, l’ultimo giorno di “primavera” nonché il primo della stagione della repressione e della normalizzazione, fu per lei un colpo: “Quelle prime ore minarono per sempre la mia gioventù”. Fu come sentirsi portare via gli anni dalla carta d’identità e dal cuore. Fu come la celebrazione ufficiale della fine dell’insostenibile leggerezza dell’essere.
Tra i turbamenti, insomma, Vera arrivò in Messico. Era già una star. A Tokyo, quattro anni prima, aveva vinto quasi tutto il possibile. Ma le condizioni in cui la costrinsero a prepararsi non sembravano ideali per ripetersi. A causa delle sue note posizioni politiche e della sua personale partecipazione in favore di Dubcek, per paura di essere arrestata, Vera rinunciò ad allenarsi in palestra. Si rifugiò in un bosco della sua Moravia dove immaginò che la trave fosse un tronco e sacchi di carbone i pesi per potenziare i muscoli e esercitarsi nell’equilibrio.
Il pubblico olimpico la ripagò. Mentre le ginnaste russe convogliavano su di sé il dissenso di gran parte degli spettatori, che non si negavano dei clamorosi buu, Vera veniva puntualmente accompagnata da ogni forma di entusiasmo possibile e di tifo (forse anche perché nel corpo libero si muoveva al ritmo del “Jarabe tapatio”, la danza nazionale messicana, nota da noi come la danza del cappello).
Vera era uno spettacolo e, in più, aveva operato una scelta strategica molto indovinata. Ma sulle prime non bastò e fu polemica. L’oro al corpo libero venne assegnato alla russa Petrik. Vera non protestò, anche se ci fu molta maretta. Si mosse il suo team che chiese ai giudici di rivedere il giudizio. Le due atlete finirono appaiate dopo il ricalcolo. E sul podio, con le due bandiere appaiate, Vera distolse lo sguardo. Come se avesse dato un pugno, quello di Tommie Smith, alla bandiera degli “invasori”. Mentre Smith fu bandito da ogni competizione internazionale, per il suo gesto, Vera si ritirò.
In realtà fu bandita anche lei: per vent’anni le fu impedito di condurre un’esistenza normale, non poté insegnare, fu costretta a fare la donna delle pulizie. Per uno sguardo mancato. La caduta del Muro le restituì uno straccio di vita sociale, ebbe un ruolo nel Comitato olimpico della Repubblica Ceca, ma nel ’93 la luce si spense di nuovo. Suo marito Josef Odlozil, che aveva sposato nel ’68 e dal quale aveva divorziato 19 anni dopo, morì durante una lite con il loro figlio adolescente Martin, in un bar. Vera entrò in depressione. È morta quattro anni fa. Nel suo mondo lontano da tutti.
Olga e il passato negato
Olga Korbut ebbe anche un altro merito: fece innamorare di nuovo la gente. I sovietici erano malvisti un po’ dappertutto. Sembravano degli alieni, con le loro abitudini, la loro innata chiusura caratteriale, quella lingua sconosciuta, incomprensibile. Oltretutto molti di loro vincevano e questo li rendeva ancora più antipatici.
Olga fu la regina di Monaco ’72. Aveva un sorriso che tradiva sofferenze neanche tanto lontane: sapeva di vite difficili vissute secondo regole lontane dai modelli occidentali. Era nata, Olga Valentinova Korbut, a Grodno, in Bielorussia, il 16 maggio del 1955. La sua famiglia viveva in una casa piccolissima: sei in un salone con una sola stanza. Il bagno fuori, dentro un baracchino. Non che i suoi genitori non lavorassero. Al contrario. Papà era ingegnere, mamma faceva la cuoca. Solo che i soldi non bastavano.
Olga era la più piccola: “Mi sono formata nel disagio di tutti giorni, pensavamo che non poteva esserci una vita diversa dalla nostra”. Si allenava per la società delle forze armate, sotto la guida di Renald Knysh, ma fu scoperta nel circolo gestito da Yaroslav Korol, che l’andò a pescare in seconda elementare. Tutti nomi da ricordare, nel bene e nel male. Nel 1999 Olga avrebbe rilasciato dichiarazioni sconcertanti, secondo le quali gran parte delle ginnaste russe, nelle età che possiamo immaginare, furono vittime di abusi sessuali: “Eravamo le loro schiave”. Sotto accusa anche Knysh: le avrebbe riservato attenzioni quando Olga aveva 15 anni. Vi fu un processo: Knysh venne assolto per mancanza di prove. Ma Olga non tornò mai indietro.
A Monaco fu straordinaria, alle asimmetriche inventò il “Korbut loop”, ora proibito, un salto mortale all’indietro: ma fu proprio quell’ardito movimento che le costò l’oro (vinse al corpo libero, alla trave e nel concorso a squadre). Con un tour promozionale che ebbe un clamoroso successo, nel ’73 Olga praticamente fondò il movimento della ginnastica negli Stati Uniti. Se c’è Simone Biles, inssomma, lo si deve a lei. Una delle spinte al successo venne ad Olga da una frase di Goya: “La fantasia priva di ragione genera mostri, ma unita alla ragione è la madre dell’arte e la fonte dei suoi miracoli”.
Olga si trasferì negli Stati Uniti, insegnava ginnastica dove anni prima aveva contribuito a crearla. Ma non era destinata a un’esistenza agevole. Nel 2002 è stata arrestata per taccheggio in Georgia, vicino casa: aveva rubato formaggio, cioccolata, sciroppo d’acero, fichi secchi e una confezione di Earl Grey in un supermercato di Norcross. Un furto colossale: 19 dollari in tutto. Evidentemente non le è rimasta l’agilità di un tempo. Tre anni fa ha venduto le sue medaglie. Le ha messe all’asta online sul sito Heritage Auctions. Totale anche qui misero: 333 dollari.
Il suo compagno (ora Olga vive a Scottsdale, in Arizona) ha negato problemi economici: “Sta bene, voleva solo che le sue medaglie dessero gioia agli appassionati, più di quanto ne diano a lei”. La verità: anche lei è depressa. 61 anni e non avere, o forse non volere, un passato. Ma le immagini dicono altro: quel corpo libero a Monaco ’72 è un punto di contatto fra cielo e terra.
Con Nadia i computer andarono in tilt
Nadia guardava sempre dritto davanti a sé, verso un punto che vedeva solo lei: ciò che aveva intorno semplicemente non esisteva. Sul petto il numero 73. Nadia stava danzando, come si danza in paradiso, la sua ginnastica era poesia. Poco dopo, a Montreal nel 1976, accadde qualcosa di mai visto: 10. Un voto che fino a quel momento non esisteva. Non era previsto. E il computer andò in tilt. Non era umanamente possibile, e tecnicamente concepibile, che un atleta, maschio o femmina che fosse, si potesse esprimere a certi livelli di perfezione. Da quel momento andò riprogrammato il sistema di valutazione degli esercizi.
Uno scricciolo rumeno di 14 anni, 39 chili in tutto, fece il miracolo: a causa sua ginnastica e tecnologia fecero un balzo in avanti, all’unisono, in armonia. Dagli spalti non si poteva apprezzare, ma in televisione sì: alla fine di ogni movimento Nadia abbozzava un sorriso, ma non c’era felicità o soddisfazione in quel suo sorriso, sembrava piuttosto l’ultimo elemento dell’esercizio. Dopo l’esercizio al corpo libero che avrebbe cambiato la storia della ginnastica, se ne stava lì, non del tutto consapevole del casino che aveva combinato. “Mi dissero che un 10.00 era impossibile”, raccontò il responsabile del display e dello Swiss Timing ufficiale Daniel Baumat, “così prevedemmo soltanto tre cifre”. Ebbene non bastò. “E io che pensavo di aver soltanto effettuato un buon esercizio di routine”, ammise Nadia. Quel 10.00 era come un “fuck”: non si poteva guardare né pronunciare. Era la storia.
Quel gesto immortale (a Montreal Nadia Comaneci vinse l’oro nel corpo libero, alle parallele e alla trave), delicato e dirompente, potente come può esserlo una piuma, ossia dando la sensazione opposta, si era fortificato in un gruppo sportivo chiamato “fiamme”, in rumeno Flacara. Con la Korbut ha condiviso il dolore degli abusi. Poi la speranza dall’altra parte del mondo (Stati Uniti). Il suo allenatore, Bela Karolyi, sarebbe stato uno dei “colonizzatori” europei della ginnastica statunitense negli anni Ottanta, sulla scia dell’esempio della Korbut: Karolyi arrivò in America da esiliato politico.
Nadia si allenava sette ore al giorno: “La palestra era la mia chiesa”. Lentamente si capì che non era come tutte le altre: aveva qualcosa in più, aveva tutto. Quattro mesi prima dei Giochi di Montreal Nadia aveva steso il Madison Square Garden, abituato a ben altri knock out, con le sue performance durante l’American Cup. Ciò che colpì, a Montreal, fu anche la reazione che Nadia provocava nella gente. Solitamente chiassosa, la platea canadese aveva come un sussulto, quando lei entrava in scena, e si ammutoliva. Proprio come in una chiesa.
Rifiutandosi di guardare la bandiera sovietica durante la premiazione, sul podio, Vera intese protestare, sola come un cane, contro l’invasione della Cecoslovacchia avvenuta due mesi prima da parte dei carri armati dell’Unione Sovietica, dopo la Primavera di Praga. Vera, che rimane ancora oggi l’atleta ceca più decorata di sempre, con i suoi sette ori olimpici, quattro mondiali e undici europei, già non era più una bimba perché aveva 26 anni.
Era riuscita tra mille difficoltà logistiche e culturali a costruirsi una forte personalità, curiosa, attenta, accogliente. Aveva una sua idea del comunismo reale: non tutto sbagliato, secondo lei, ma troppo sovraccarico, come un macigno inevitabile il cui peso finiva per ricadere senza controllo sulla popolazione, “garantendo, certo, ma anche schiacciando”. Aveva sostenuto Dubcek, si era esposta. E quel 20 agosto, l’ultimo giorno di “primavera” nonché il primo della stagione della repressione e della normalizzazione, fu per lei un colpo: “Quelle prime ore minarono per sempre la mia gioventù”. Fu come sentirsi portare via gli anni dalla carta d’identità e dal cuore. Fu come la celebrazione ufficiale della fine dell’insostenibile leggerezza dell’essere.
Tra i turbamenti, insomma, Vera arrivò in Messico. Era già una star. A Tokyo, quattro anni prima, aveva vinto quasi tutto il possibile. Ma le condizioni in cui la costrinsero a prepararsi non sembravano ideali per ripetersi. A causa delle sue note posizioni politiche e della sua personale partecipazione in favore di Dubcek, per paura di essere arrestata, Vera rinunciò ad allenarsi in palestra. Si rifugiò in un bosco della sua Moravia dove immaginò che la trave fosse un tronco e sacchi di carbone i pesi per potenziare i muscoli e esercitarsi nell’equilibrio.
Il pubblico olimpico la ripagò. Mentre le ginnaste russe convogliavano su di sé il dissenso di gran parte degli spettatori, che non si negavano dei clamorosi buu, Vera veniva puntualmente accompagnata da ogni forma di entusiasmo possibile e di tifo (forse anche perché nel corpo libero si muoveva al ritmo del “Jarabe tapatio”, la danza nazionale messicana, nota da noi come la danza del cappello).
Vera era uno spettacolo e, in più, aveva operato una scelta strategica molto indovinata. Ma sulle prime non bastò e fu polemica. L’oro al corpo libero venne assegnato alla russa Petrik. Vera non protestò, anche se ci fu molta maretta. Si mosse il suo team che chiese ai giudici di rivedere il giudizio. Le due atlete finirono appaiate dopo il ricalcolo. E sul podio, con le due bandiere appaiate, Vera distolse lo sguardo. Come se avesse dato un pugno, quello di Tommie Smith, alla bandiera degli “invasori”. Mentre Smith fu bandito da ogni competizione internazionale, per il suo gesto, Vera si ritirò.
In realtà fu bandita anche lei: per vent’anni le fu impedito di condurre un’esistenza normale, non poté insegnare, fu costretta a fare la donna delle pulizie. Per uno sguardo mancato. La caduta del Muro le restituì uno straccio di vita sociale, ebbe un ruolo nel Comitato olimpico della Repubblica Ceca, ma nel ’93 la luce si spense di nuovo. Suo marito Josef Odlozil, che aveva sposato nel ’68 e dal quale aveva divorziato 19 anni dopo, morì durante una lite con il loro figlio adolescente Martin, in un bar. Vera entrò in depressione. È morta quattro anni fa. Nel suo mondo lontano da tutti.
Olga e il passato negato
Olga Korbut ebbe anche un altro merito: fece innamorare di nuovo la gente. I sovietici erano malvisti un po’ dappertutto. Sembravano degli alieni, con le loro abitudini, la loro innata chiusura caratteriale, quella lingua sconosciuta, incomprensibile. Oltretutto molti di loro vincevano e questo li rendeva ancora più antipatici.
Olga fu la regina di Monaco ’72. Aveva un sorriso che tradiva sofferenze neanche tanto lontane: sapeva di vite difficili vissute secondo regole lontane dai modelli occidentali. Era nata, Olga Valentinova Korbut, a Grodno, in Bielorussia, il 16 maggio del 1955. La sua famiglia viveva in una casa piccolissima: sei in un salone con una sola stanza. Il bagno fuori, dentro un baracchino. Non che i suoi genitori non lavorassero. Al contrario. Papà era ingegnere, mamma faceva la cuoca. Solo che i soldi non bastavano.
Olga era la più piccola: “Mi sono formata nel disagio di tutti giorni, pensavamo che non poteva esserci una vita diversa dalla nostra”. Si allenava per la società delle forze armate, sotto la guida di Renald Knysh, ma fu scoperta nel circolo gestito da Yaroslav Korol, che l’andò a pescare in seconda elementare. Tutti nomi da ricordare, nel bene e nel male. Nel 1999 Olga avrebbe rilasciato dichiarazioni sconcertanti, secondo le quali gran parte delle ginnaste russe, nelle età che possiamo immaginare, furono vittime di abusi sessuali: “Eravamo le loro schiave”. Sotto accusa anche Knysh: le avrebbe riservato attenzioni quando Olga aveva 15 anni. Vi fu un processo: Knysh venne assolto per mancanza di prove. Ma Olga non tornò mai indietro.
A Monaco fu straordinaria, alle asimmetriche inventò il “Korbut loop”, ora proibito, un salto mortale all’indietro: ma fu proprio quell’ardito movimento che le costò l’oro (vinse al corpo libero, alla trave e nel concorso a squadre). Con un tour promozionale che ebbe un clamoroso successo, nel ’73 Olga praticamente fondò il movimento della ginnastica negli Stati Uniti. Se c’è Simone Biles, inssomma, lo si deve a lei. Una delle spinte al successo venne ad Olga da una frase di Goya: “La fantasia priva di ragione genera mostri, ma unita alla ragione è la madre dell’arte e la fonte dei suoi miracoli”.
Olga si trasferì negli Stati Uniti, insegnava ginnastica dove anni prima aveva contribuito a crearla. Ma non era destinata a un’esistenza agevole. Nel 2002 è stata arrestata per taccheggio in Georgia, vicino casa: aveva rubato formaggio, cioccolata, sciroppo d’acero, fichi secchi e una confezione di Earl Grey in un supermercato di Norcross. Un furto colossale: 19 dollari in tutto. Evidentemente non le è rimasta l’agilità di un tempo. Tre anni fa ha venduto le sue medaglie. Le ha messe all’asta online sul sito Heritage Auctions. Totale anche qui misero: 333 dollari.
Il suo compagno (ora Olga vive a Scottsdale, in Arizona) ha negato problemi economici: “Sta bene, voleva solo che le sue medaglie dessero gioia agli appassionati, più di quanto ne diano a lei”. La verità: anche lei è depressa. 61 anni e non avere, o forse non volere, un passato. Ma le immagini dicono altro: quel corpo libero a Monaco ’72 è un punto di contatto fra cielo e terra.
Con Nadia i computer andarono in tilt
Nadia guardava sempre dritto davanti a sé, verso un punto che vedeva solo lei: ciò che aveva intorno semplicemente non esisteva. Sul petto il numero 73. Nadia stava danzando, come si danza in paradiso, la sua ginnastica era poesia. Poco dopo, a Montreal nel 1976, accadde qualcosa di mai visto: 10. Un voto che fino a quel momento non esisteva. Non era previsto. E il computer andò in tilt. Non era umanamente possibile, e tecnicamente concepibile, che un atleta, maschio o femmina che fosse, si potesse esprimere a certi livelli di perfezione. Da quel momento andò riprogrammato il sistema di valutazione degli esercizi.
Uno scricciolo rumeno di 14 anni, 39 chili in tutto, fece il miracolo: a causa sua ginnastica e tecnologia fecero un balzo in avanti, all’unisono, in armonia. Dagli spalti non si poteva apprezzare, ma in televisione sì: alla fine di ogni movimento Nadia abbozzava un sorriso, ma non c’era felicità o soddisfazione in quel suo sorriso, sembrava piuttosto l’ultimo elemento dell’esercizio. Dopo l’esercizio al corpo libero che avrebbe cambiato la storia della ginnastica, se ne stava lì, non del tutto consapevole del casino che aveva combinato. “Mi dissero che un 10.00 era impossibile”, raccontò il responsabile del display e dello Swiss Timing ufficiale Daniel Baumat, “così prevedemmo soltanto tre cifre”. Ebbene non bastò. “E io che pensavo di aver soltanto effettuato un buon esercizio di routine”, ammise Nadia. Quel 10.00 era come un “fuck”: non si poteva guardare né pronunciare. Era la storia.
Quel gesto immortale (a Montreal Nadia Comaneci vinse l’oro nel corpo libero, alle parallele e alla trave), delicato e dirompente, potente come può esserlo una piuma, ossia dando la sensazione opposta, si era fortificato in un gruppo sportivo chiamato “fiamme”, in rumeno Flacara. Con la Korbut ha condiviso il dolore degli abusi. Poi la speranza dall’altra parte del mondo (Stati Uniti). Il suo allenatore, Bela Karolyi, sarebbe stato uno dei “colonizzatori” europei della ginnastica statunitense negli anni Ottanta, sulla scia dell’esempio della Korbut: Karolyi arrivò in America da esiliato politico.
Nadia si allenava sette ore al giorno: “La palestra era la mia chiesa”. Lentamente si capì che non era come tutte le altre: aveva qualcosa in più, aveva tutto. Quattro mesi prima dei Giochi di Montreal Nadia aveva steso il Madison Square Garden, abituato a ben altri knock out, con le sue performance durante l’American Cup. Ciò che colpì, a Montreal, fu anche la reazione che Nadia provocava nella gente. Solitamente chiassosa, la platea canadese aveva come un sussulto, quando lei entrava in scena, e si ammutoliva. Proprio come in una chiesa.