✕
Illustrazione di Manuele Fior 

Louise Penny e la rivincita del giallo classico

Niente effetti speciali, tanta sobrietà e una capacità straordinaria di scavare nella psiche dei personaggi: il marchio di fabbrica di un’autrice che piace. Da riscoprire (e divorare) in questi giorni di quarantena
2 minuti di lettura
Per prima cosa, non aspettatevi effetti speciali: i gialli di Louise Penny piacciono tanto proprio perché ne sono totalmente privi. Il marchio di fabbrica di questa autrice canadese — tradotta in 26 paesi, più volte bestseller del New York Times e vincitrice di tanti premi — è la sobrietà. E una caratterizzazione quasi maniacale dei personaggi. Perciò mettetevi comodi, del resto in questi giorni di isolamento forzato il tempo è l’unica cosa che non manca, perché qui più che i morti ammazzati – che pure ci sono – a catturare la nostra attenzione è quello che avviene nella mente di chi a quelle morti deve trovare un senso. A cominciare dal commissario Armand Gamache, uno dei personaggi più famosi e amati di Louise Penny: cinquantacinque anni, corporatura solida, raffinata cultura e modi garbati, tutto sembrerebbe tranne che l’ispettore capo della Omicidi del Québec.
 
Ne…
Per prima cosa, non aspettatevi effetti speciali: i gialli di Louise Penny piacciono tanto proprio perché ne sono totalmente privi. Il marchio di fabbrica di questa autrice canadese — tradotta in 26 paesi, più volte bestseller del New York Times e vincitrice di tanti premi — è la sobrietà. E una caratterizzazione quasi maniacale dei personaggi. Perciò mettetevi comodi, del resto in questi giorni di isolamento forzato il tempo è l’unica cosa che non manca, perché qui più che i morti ammazzati – che pure ci sono – a catturare la nostra attenzione è quello che avviene nella mente di chi a quelle morti deve trovare un senso. A cominciare dal commissario Armand Gamache, uno dei personaggi più famosi e amati di Louise Penny: cinquantacinque anni, corporatura solida, raffinata cultura e modi garbati, tutto sembrerebbe tranne che l’ispettore capo della Omicidi del Québec.
 
Nel nuovo episodio (Il regno delle ombre è il quindicesimo, ma solo il quarto tradotto in Italia per ora) che lo vede protagonista, infatti Gamache, benché sospeso momentaneamente dal suo ruolo per un errore commesso in precedenza di cui ancora ne paga le conseguenze, si ritrova coinvolto in prima persona, insieme ai suoi due bracci destri, in due intricatissimi casi che lo metteranno duramente alla prova.
 
Il primo caso è relativo a un bizzarro testamento sfociato in omicidio, l’altro ruota invece intorno a una pericolosa partita di droga che miete vittime tra le squallide e malfamate strade di Montréal. Ed è proprio nei continui rimandi tra queste, dove pullulano prostitute e spacciatori, e l’idilliaca cornice di Three Pines, immaginario e sperduto villaggio sepolto dalla neve dove Gamache vive con la famiglia e una pittoresca comunità di amici (indimenticabile la bisbetica poetessa Ruth e la sua anatra da compagnia), che la trama man mano si complica: niente è come sembra, a faide familiari antichissime se ne aggiungono di nuove. E la suspense non può che crescere, sino all’inevitabile, come in ogni crime story che si rispetti, scioglimento finale (che ovviamente non sveleremo).
 
Ancora una volta Penny si dimostra bravissima a costruire la tensione e a scavare nel profondo dei personaggi, passando con la giusta dose di humour dal racconto dei momenti più brutali dell’omicidio all’esplorazione della psiche umana. E la parte più riuscita del romanzo – balzato, come gli altri della saga, ai primi posti della classifica del New York Times quando è uscito negli Stati Uniti - resta senza dubbio la descrizione dei tre detective seduti intorno a un tavolo a montare e smontare i pezzi di un puzzle che faticano, e noi con loro, a far combaciare.


Il libro
Il regno delle ombre di Luoise Penny (Einaudi Stile libero, traduzione di Letizia Sacchini, pagg. 548, euro 15)