Ritratto di famiglia con disastro
Ilaria Zaffino , di ILARIA ZAFFINOTutte le “furie” di Janet Hobhouse nell’intenso memoir, pubblicato postumo, dell’autrice americana grande amica (e amante) di Philip Roth
Un lungo, appassionante e intensissimo romanzo/memoir in cui l’autrice, dopo aver scoperto di avere una malattia che di lì a poco l’avrebbe portata a una morte prematura, decide di raccontare tutto di sé e della sua vita, di ciò che l’ha segnata e delle “furie” che si sono agitate per tanto tempo dentro di lei.
E proprio Le furie è il titolo di questo “straordinario ultimo libro” - come è stato definito dalla critica americana - di Janet Hobhouse, pubblicato postumo dopo la scomparsa dell’autrice, a soli 42 anni nel 1991, e riportato in libreria in Italia da Neri Pozza.
Un racconto intimo e potente in cui la protagonista, che qui si chiama Helen ma dietro la quale scorgiamo sempre Janet, inizia rovistando tra le sue radici cercando di trovare un senso a quel disastro – nel suo caso – che si chiama famiglia e poi finisce, senza veli, col ripercorrere la sua fallimentare esperienza matrimoni…
E proprio Le furie è il titolo di questo “straordinario ultimo libro” - come è stato definito dalla critica americana - di Janet Hobhouse, pubblicato postumo dopo la scomparsa dell’autrice, a soli 42 anni nel 1991, e riportato in libreria in Italia da Neri Pozza.
Un racconto intimo e potente in cui la protagonista, che qui si chiama Helen ma dietro la quale scorgiamo sempre Janet, inizia rovistando tra le sue radici cercando di trovare un senso a quel disastro – nel suo caso – che si chiama famiglia e poi finisce, senza veli, col ripercorrere la sua fallimentare esperienza matrimoni…
Un lungo, appassionante e intensissimo romanzo/memoir in cui l’autrice, dopo aver scoperto di avere una malattia che di lì a poco l’avrebbe portata a una morte prematura, decide di raccontare tutto di sé e della sua vita, di ciò che l’ha segnata e delle “furie” che si sono agitate per tanto tempo dentro di lei.
E proprio Le furie è il titolo di questo “straordinario ultimo libro” - come è stato definito dalla critica americana - di Janet Hobhouse, pubblicato postumo dopo la scomparsa dell’autrice, a soli 42 anni nel 1991, e riportato in libreria in Italia da Neri Pozza.
Un racconto intimo e potente in cui la protagonista, che qui si chiama Helen ma dietro la quale scorgiamo sempre Janet, inizia rovistando tra le sue radici cercando di trovare un senso a quel disastro – nel suo caso – che si chiama famiglia e poi finisce, senza veli, col ripercorrere la sua fallimentare esperienza matrimoniale e la relazione con uno scrittore famoso dietro cui, forse, si cela Philip Roth, che di Janet Hobhouse fu grande amico e amante.
Lo stesso Roth firmò una piccola introduzione al romanzo definendolo “duro, crudele e bellissimo, il memoriale di un’autentica eroina”, costretta a vedersela sin da bambina con una madre “pateticamente incapace” perché emotivamente instabile e con un padre inglese gelido e scostante, conosciuto solo in età adolescente e dal quale non si sentirà mai veramente accettata.
Sono le donne, infatti, tutte le donne della sua vita il perno intorno a cui ruota il racconto di Helen: madri e figlie, nonne, zie, tutte ugualmente angeli e demoni. «Ciascuna di noi ha condotto una vita imperniata sull’esistenza di una madre buona e una cattiva, un fato dal viso di donna che esordiva con un sorriso e poi diventava carnivora. “Mamma”, “nonna” erano solo i termini intercambiabili con cui ognuna di noi identificava il suo angelo o la sua gorgone privata, e contro cui portava avanti la propria guerra per la sopravvivenza».
Ed è proprio nel raccontare senza censure «il fragilissimo mondo delle donne e dell’intimità: cipria, rossetto, disperazione e dignità» che Janet Hobhouse dà il meglio di sé mentre indaga con lucidità l’universo degli affetti e delle relazioni umane. E non si può che provare empatia per Helen bimba adorante di una madre bellissima ma infantile, eternamente sorella, e poi continuare a fare il tifo per l’adolescente rabbiosa, la ragazza combattuta, perennemente scissa tra due continenti che si sente americana a Londra e inglese a New York, e infine per la donna e scrittrice complessa lacerata dal gesto estremo (ma inevitabile) della madre. Perché nonostante il dolore, gli inganni, le delusioni, la sua storia resta una grande dichiarazione d’amore per la vita: “Avevo ricevuto una buona mano di carte e ne avevo gettate via troppe”, dirà alla fine Helen/Janet, “ma avevo amato molto ed ero stata amata e alla fine era l’unica cosa che contava”.
Il libro
Le furie di Janet Hobhouse (Neri Pozza, traduzione Ada Arduini, pagg. 400, euro 18)
E proprio Le furie è il titolo di questo “straordinario ultimo libro” - come è stato definito dalla critica americana - di Janet Hobhouse, pubblicato postumo dopo la scomparsa dell’autrice, a soli 42 anni nel 1991, e riportato in libreria in Italia da Neri Pozza.
Un racconto intimo e potente in cui la protagonista, che qui si chiama Helen ma dietro la quale scorgiamo sempre Janet, inizia rovistando tra le sue radici cercando di trovare un senso a quel disastro – nel suo caso – che si chiama famiglia e poi finisce, senza veli, col ripercorrere la sua fallimentare esperienza matrimoniale e la relazione con uno scrittore famoso dietro cui, forse, si cela Philip Roth, che di Janet Hobhouse fu grande amico e amante.
Lo stesso Roth firmò una piccola introduzione al romanzo definendolo “duro, crudele e bellissimo, il memoriale di un’autentica eroina”, costretta a vedersela sin da bambina con una madre “pateticamente incapace” perché emotivamente instabile e con un padre inglese gelido e scostante, conosciuto solo in età adolescente e dal quale non si sentirà mai veramente accettata.
Sono le donne, infatti, tutte le donne della sua vita il perno intorno a cui ruota il racconto di Helen: madri e figlie, nonne, zie, tutte ugualmente angeli e demoni. «Ciascuna di noi ha condotto una vita imperniata sull’esistenza di una madre buona e una cattiva, un fato dal viso di donna che esordiva con un sorriso e poi diventava carnivora. “Mamma”, “nonna” erano solo i termini intercambiabili con cui ognuna di noi identificava il suo angelo o la sua gorgone privata, e contro cui portava avanti la propria guerra per la sopravvivenza».
Ed è proprio nel raccontare senza censure «il fragilissimo mondo delle donne e dell’intimità: cipria, rossetto, disperazione e dignità» che Janet Hobhouse dà il meglio di sé mentre indaga con lucidità l’universo degli affetti e delle relazioni umane. E non si può che provare empatia per Helen bimba adorante di una madre bellissima ma infantile, eternamente sorella, e poi continuare a fare il tifo per l’adolescente rabbiosa, la ragazza combattuta, perennemente scissa tra due continenti che si sente americana a Londra e inglese a New York, e infine per la donna e scrittrice complessa lacerata dal gesto estremo (ma inevitabile) della madre. Perché nonostante il dolore, gli inganni, le delusioni, la sua storia resta una grande dichiarazione d’amore per la vita: “Avevo ricevuto una buona mano di carte e ne avevo gettate via troppe”, dirà alla fine Helen/Janet, “ma avevo amato molto ed ero stata amata e alla fine era l’unica cosa che contava”.
Il libro
Le furie di Janet Hobhouse (Neri Pozza, traduzione Ada Arduini, pagg. 400, euro 18)