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La Nuova Caledonia e la convivenza civile

Una manifestazione per l'indipendenza in Nuova Caledonia (afp)
Libertà/Illibertà del 12 luglio 2024
3 minuti di lettura

Tre strisce orizzontali: blu come l’oceano Pacifico, rosso come il sangue indigeno, verde come la terra dell’isola. E un simbolo: all’interno di un disco solare la flèche faîtière, che si staglia sui tetti delle capanne e rappresenta lo spirito della cultura kanak. È una delle due bandiere ufficiali della Kalaky-Nuova Caledonia. L’altra è quella francese.

La Nuova Caledonia è un arcipelago in Oceania che dal 1853 si trova sotto l’amministrazione francese. Una vera e propria colonia d’oltremare, tra le ultime sottoposte a un potere decisionale così forte da parte di uno Stato europeo (dal 1986 la Nuova Caledonia è nella lista dei paesi non autonomi redatta dall’Onu).Il territorio è abitato da circa 270.000 persone e le comunità principali sono due: quella di origine europea (24,1 per cento) composta soprattutto da caldoches, discendenti dei francesi forzatamente migrati nei primi anni dell’occupazione, quando l’isola era colonia penale, e da chi è giunto lì per lavorare le terre sottr…

Tre strisce orizzontali: blu come l’oceano Pacifico, rosso come il sangue indigeno, verde come la terra dell’isola. E un simbolo: all’interno di un disco solare la flèche faîtière, che si staglia sui tetti delle capanne e rappresenta lo spirito della cultura kanak. È una delle due bandiere ufficiali della Kalaky-Nuova Caledonia. L’altra è quella francese.

La Nuova Caledonia è un arcipelago in Oceania che dal 1853 si trova sotto l’amministrazione francese. Una vera e propria colonia d’oltremare, tra le ultime sottoposte a un potere decisionale così forte da parte di uno Stato europeo (dal 1986 la Nuova Caledonia è nella lista dei paesi non autonomi redatta dall’Onu).Il territorio è abitato da circa 270.000 persone e le comunità principali sono due: quella di origine europea (24,1 per cento) composta soprattutto da caldoches, discendenti dei francesi forzatamente migrati nei primi anni dell’occupazione, quando l’isola era colonia penale, e da chi è giunto lì per lavorare le terre sottratte agli autoctoni; e quella kanak (41,2 per cento), rappresentata da indigeni melanesiani. Il nome di questa popolazione è una “risignificazione” che proviene dal termine canaque, con cui i francesi definivano in maniera spregiativa il colonizzato. Quella del nome è una delle conquiste ottenute dalle tante lotte indipendentiste che in quel territorio si combattono dagli anni Ottanta. Una rivendicazione che si riconosce anche nella scelta di definire l’isola Kanaky-Nuova Caledonia. Da mesi il paese vive tensioni e scontri violenti tra gruppi indipendentisti e forze di sicurezza francesi. La causa è un progetto di legge di riforma costituzionale che vorrebbe «scongelare» il corpo elettorale speciale, ovvero estendere il diritto di voto anche a quelle persone che risiedono sul territorio da meno di dieci anni. Questo criterio politico era un altro degli obiettivi del processo di decolonizzazione iniziato decenni fa e definito «irreversibile» («La réforme va trancher. Et elle est irréversible», Cahiers du Conseil constitutionnel n. 23). Se appare come una misura democratica, volta a parificare i sistemi di cittadinanza di autoctoni e discendenti francesi, il testo proposto dall’assemblea nazionale francese rivela in realtà un lato insidioso che indebolisce il peso politico del popolo kanak.Lo scioglimento dell’assemblea nazionale deciso da Emmanuel Macron a giugno dopo i risultati delle elezioni europee ha interrotto i lavori parlamentari del progetto di legge ma non le proteste in Kanaky-Nuova Caledonia.

Ieri si è registrata la decima vittima, uccisa dalle forze di polizia. Il bilancio delle proteste iniziate a metà maggio è drammatico: secondo i dati forniti dalla prefettura locale 1.703 persone sono state arrestate, centinaia sono rimaste ferite e numerose sono le infrastrutture distrutte o colpite. Tra le persone arrestate ci sono undici attivisti indipendentisti: nove sono in custodia cautelare e, di questi, sette si trovano in varie prigioni francesi. Il trasferimento negli istituti penali lontani 17.000 chilometri di distanza in regime di detenzione preventiva appare una misura sproporzionata che viola le garanzie della difesa. Tra i detenuti espulsi dalla Nuova Caledonia c’è Christian Tein, a capo della Cellula di Coordinamento dell’Azione sul Campo, uno dei gruppi alla guida delle mobilitazioni, che – come altri presunti responsabili delle proteste – è accusato di numerosi reati tra cui concorso in omicidio, rapina a mano armata organizzata, distruzione di proprietà altrui, partecipazione a un’associazione criminale.Queste gravissime imputazioni e le tensioni nei territori kanak evocano ricordi dolorosi e per alcuni richiamano il massacro della grotta di Ouvéa, quando tra l’aprile e il maggio del 1988, pochi giorni prima delle elezioni presidenziali francesi, alcuni kanak indipendentisti, dopo aver ucciso quattro membri della gendarmeria, ne presero in ostaggio altri ventisette al fine di ottenere un ruolo nel negoziato e una interlocuzione con il governo centrale. Nell’operazione di polizia rimasero uccisi diciannove kanak e tutti gli ostaggi furono salvati.Nello scenario attuale due fatti sono particolarmente significativi: per la prima volta dopo quasi quarant’anni un indigeno kanak ottiene un seggio nell’assemblea nazionale francese. Si tratta di Emmanuel Tjibaou, figlio dell’indipendentista Jean-Marie Tjibaou, assassinato nel 1989; poi il fatto che i partecipanti alle proteste in Nuova Caledonia siano giovani e giovanissimi. Un simile elemento (quasi la metà della popolazione indigena ha meno di ventinove anni) conferma una costante di tutti i processi di trasformazione sociale. Se questo segmento di popolazione va assumendo un ruolo sempre più importante nello spazio pubblico è perché la decolonizzazione, evidentemente, si è rivelata parziale e incompiuta. Una decolonizzazione che Martino Miceli, dottorando di antropologia all’EHESS, definisce di natura strettamente politica: «Il punto è affermare una sola soggettività nazionale, costruita attorno al solco comune rappresentato dall’identità kanak – come prevede il testo dell’accordo di Nouméa del 1998, che ha iniziato il percorso di emancipazione progressiva delle istituzioni del paese – e fare “popolo insieme”. Lo scopo dei principali partiti e movimenti indipendentisti non è mobilitare il risentimento etnico o escludere i nuovi arrivati ma integrarli in un patto sociale all’interno di uno Stato sovrano legato alla Francia secondo relazioni da definire». E aggiunge: «La Costituzione francese prevede l’esistenza di una cittadinanza caledone, quindi composta da kanak e dalle cosiddette “vittime della Storia”, cioè i discendenti dei primi coloni, ma anche quelli dei lavoratori immigrati da altri paesi nel corso dell’ultimo secolo e mezzo».La scongiurata avanzata della destra in Francia, l’ingresso di un kanak nel parlamento, le mobilitazioni crescenti e una giovane generazione indipendentista costituiscono un momento cruciale per la storia della Kanaky-Nuova Caledonia. Ascoltare le richieste della popolazione autoctona significa mettere in pratica un modello di convivenza civile che ha pochi precedenti nella storia. Coloni e colonizzati, nuovi insediati e antichi residenti, stranieri e nativi, lealisti e indipendentisti promotori di un «destino comune», come dichiarava l’accordo di Nouméa del 1998.

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