Le epoche storiche, ci si accorge che sono davvero finite, solo quando spariscono le ultime figure, come il cardinale Ruini per esempio, o gli ultimi oggetti, come la carta d’identità di carta per esempio, che di quelle epoche trattenevano la vita: «Le memorie mummificate» le chiamò Tomasi di Lampedusa in una delle sue pagine più belle. Quando Concetta, la figlia del principe, butta dalla finestra il cane imbalsamato «la sua forma si ricompose per un istante: si sarebbe potuto vedere danzare nell’aria un quadrupede dai lunghi baffi, l’anteriore destro alzato sembrava imprecare».
Come il sofferto ma definitivo abbandono della carta d’identità di carta - e pensate alla scomparsa della cabina telefonica o del rullino fotografico - racconta il progresso tecnologico e la mutazione antropologica che l’accompagna, allo stesso modo solo la morte fisica del cardinale Ruini ci ha reso chiaro che era già morta l’epoca del “partito di Dio”, della crudele chiesa in piazza contro i diritti dei gay,…
Le epoche storiche, ci si accorge che sono davvero finite, solo quando spariscono le ultime figure, come il cardinale Ruini per esempio, o gli ultimi oggetti, come la carta d’identità di carta per esempio, che di quelle epoche trattenevano la vita: «Le memorie mummificate» le chiamò Tomasi di Lampedusa in una delle sue pagine più belle. Quando Concetta, la figlia del principe, butta dalla finestra il cane imbalsamato «la sua forma si ricompose per un istante: si sarebbe potuto vedere danzare nell’aria un quadrupede dai lunghi baffi, l’anteriore destro alzato sembrava imprecare».
Come il sofferto ma definitivo abbandono della carta d’identità di carta - e pensate alla scomparsa della cabina telefonica o del rullino fotografico - racconta il progresso tecnologico e la mutazione antropologica che l’accompagna, allo stesso modo solo la morte fisica del cardinale Ruini ci ha reso chiaro che era già morta l’epoca del “partito di Dio”, della crudele chiesa in piazza contro i diritti dei gay, della cavalleria degli atei devoti lanciata contro la plebe dei credenti irregolari, dei funerali negati a Welby, che si era opposto alla barbarie dell’accanimento terapeutico ed era stato “legalmente” sedato dall’anestesista accanto a Marco Pannella, Mirella Parachini, Rita Bernardini e Marco Cappato. Piergiorgio Welby era cattolico e Ruini inflisse la crudeltà alla vedova Mina di chiudere le porte della Basilica di Don Bosco, che sarebbe stata poi concessa alla pacchianeria funebre per il boss Vittorio Casamonica che scandalizzò il mondo.
La cerimonia d’addio di Welby, che aveva invece commosso il mondo, si era svolta davanti alla Basilica chiusa, il 24 dicembre del 2006, ed era stata certamente più religiosa di quell’altra e forse persino degli stessi funerali di fine epoca celebrati giovedì da papa Leone, che solo per un momento hanno ricomposto e fatto danzare nell’aria il gran sacerdote della chiesa con le porte chiuse, non al vizio di Berlusconi di cui era il protettore, ma all’amore disobbediente, “ai peccatori che amano la chiesa”, e non è questione di destra e di sinistra come vuole la vulgata, ma di coniugare il rispetto della chiesa con i bisogni di libertà: “Chi sono io per giudicare?”.
Ecco, la chiesa di Ruini, che sostituiva la Dc, fu il più bisbetico potere politico dentro la storia d’Italia. Con le gote incavate, permaloso, insofferente alle critiche, don Camillo Ruini non somigliava neppure fisicamente al sanguigno don Camillo della chiesa nazionale che, persino negli anni in cui tapparono le vergogne alla Venere di Botticelli, era costruita con il prete anti ideologico sempre misericordioso, il Padre, che è il titolo del commosso libro (Piemme) che Salvatore Cernuzio ha dedicato a Francesco. A lui ricorrevano comunisti e conservatori, ricchi e poveri, miscredenti e baciapile, un prete bonario e saggio di mondo, al di sopra dei partiti, non ossessionato dalla sessualità, e senza «l’anteriore destro alzato per imprecare».