Non pensavo che mi sarei soffermato ancora sul Bacchiglione - e sui corsi d'acqua che solcano il territorio vicentino e delle province vicine. Così presto. E invece eccomi di nuovo qui, insieme a molti altri, a osservare il cielo gonfio di pioggia. A scrutare il livello dell'acqua che sale pericolosamente. Sfiora il ponte degli Angeli, in centro a Vicenza. E lambisce gli argini, a volte li scavalca, nel tratto che precede il Ponte del Marchese. Dove basta alzare gli occhi per vedere la base militare americana del Dal Molin. Che si allarga e cresce sempre più. Un giorno dopo l'altro, Ormai pare una metropoli nella metropoli, visto che questo territorio è una metropoli.
L'acqua continua a salire. In molti punti ha invaso la campagna. E a Rettorgole, a Cresole - località di Caldogno - i residenti hanno già ammassato i sacchetti davanti alle case. In fondo a Corso Palladio vi sono numerose auto parcheggiate. Sul cruscotto, ben visibile, un foglietto avvisa: "Garage allagato". Troppo vivo il ricordo dell'alluvione di quattro mesi fa, nei primi giorni di novembre. Chi abita da queste parti si è abituato al pericolo incombente. Questi corsi d'acqua. Fino a ieri li avevo sempre visti come torrenti innocui, rigagnoli senza pretese. In grado di ingrossarsi. Talora. Fino ad allagare i campi, intorno. Talora. Ma senza gravi conseguenze per le cose e soprattutto per le persone. Oggi non è più così. L'alluvione di novembre ha cambiato il nostro linguaggio e la nostra prospettiva. Al posto di "allagare" abbiamo imparato a dire "esondare". È più efficace ed espressivo. Dà l'idea dell'onda che irrompe. Non avevamo mai pensato che questi torrenti potessero diventare tanto cattivi. Aggredire le case e le strade. Distruggere. Aziende, mobili, auto. E perfino uccidere. Talora.
Quando è successo, quattro mesi fa, abbiamo pensato, qualcuno ha pensato, che fosse un caso estremo. Un'eccezione. L'insieme di condizioni ed eventi imprevedibili. Irripetibili. O, almeno, difficilmente ripetibili. Giorni di precipitazioni violente e battenti. Un'ondata di caldo improvvisa che scioglie la neve sulle montagne vicine. Poi, certo, anche l'ambiente. Deteriorato dall'urbanizzazione e dall'azienda diffusa. Un po' dovunque. Ma, insomma, qualche prezzo bisogna pur pagarlo al successo economico, al benessere.
Il prezzo, però, sta diventando, è diventato, molto caro. Una tassa esosa e frequente. Quasi un pizzo da pagare di continuo. A noi stessi, in fondo, che non cessiamo di logorare il nostro mondo locale. Il nostro futuro.
Questa volta l'acqua è uscita dai torrenti e dai fossi dopo mezza giornata di pioggia. Un giorno al massimo. È stato sufficiente. Gli uomini della protezione civile si sono disposti vicino ai ponti, in centro a Vicenza. I residenti hanno cominciato a sorvegliare i torrenti. Gli argini. Pronti ad affrontare il peggio. Un giorno di pioggia appena. Manco si trattasse della valle del Nilo. Manco che il Bacchiglione fosse il Gange. Invece siamo nei dintorni di Vicenza. Lungo la strada che conduce a Verona. Dove, ormai, non c'è bisogno di eventi eccezionali, improvvisi per produrre effetti deleteri. È l'abnorme normalità di un territorio ormai incapace di reagire a episodi naturali appena extra-ordinari. Così è sufficiente un giorno di pioggia battente e il terreno si allaga, diventa un lago, una palude. Le case affondano. Il terreno non riesce più ad assorbire. Mentre i fossi, i torrenti, peraltro, non hanno più argini in grado di trattenerli. Le case sono lì, a poca distanza. Quando l'acqua esce, pardon: esonda, non ci sono spazi che ne frenino la marcia.
Spazi? Basta guardarsi intorno. Dove avanza una plaga immobiliare informe che si è dilatata in ogni direzione. Occupa ogni angolo del nostro sguardo. Tra case e capannoni, zone artigiane e residenziali punteggiate di rotonde. Tutto è avvenuto e continua ad avvenire senza che ce ne rendessimo conto. Perché ormai non vediamo più. Non siamo più in grado di vedere. Solo di provare disagio e malessere. Così si cercano i responsabili all'esterno. Roma. I partiti romani. Lo Stato. E, poi, la Regione, la Provincia, il Comune. Sempre più vicino a noi. Perché è difficile ammettere che questa mutazione non è stata prodotta - solo - da cause e colpe lontane. Ma tutto è avvenuto sotto i nostri occhi. Un anno dopo l'altro, un giorno dopo l'altro. Con la nostra complicità. E con un consenso generalizzato. In fondo non solo a Venezia, ma anche a Milano, Torino e soprattutto a Roma oggi governano i "nostri". (Magari non i "miei". Ma generalizzo in senso figurato...) Così, guardiamo quel che ci sta capitando intorno senza vedere (anche) noi stessi, sullo sfondo. E se il Bacchiglione continuerà a uscire, noi continueremo a ricacciarlo indietro. Da soli. Come abbiamo sempre fatto. In fondo, il benessere ha un prezzo... Lo sviluppo ha un prezzo... Siamo diventati la locomotiva d'Italia, il crocevia produttivo d'Europa. Il mitico Nordest.
Perché lamentarsi?
L'acqua continua a salire. In molti punti ha invaso la campagna. E a Rettorgole, a Cresole - località di Caldogno - i residenti hanno già ammassato i sacchetti davanti alle case. In fondo a Corso Palladio vi sono numerose auto parcheggiate. Sul cruscotto, ben visibile, un foglietto avvisa: "Garage allagato". Troppo vivo il ricordo dell'alluvione di quattro mesi fa, nei primi giorni di novembre. Chi abita da queste parti si è abituato al pericolo incombente. Questi corsi d'acqua. Fino a ieri li avevo sempre visti come torrenti innocui, rigagnoli senza pretese. In grado di ingrossarsi. Talora. Fino ad allagare i campi, intorno. Talora. Ma senza gravi conseguenze per le cose e soprattutto per le persone. Oggi non è più così. L'alluvione di novembre ha cambiato il nostro linguaggio e la nostra prospettiva. Al posto di "allagare" abbiamo imparato a dire "esondare". È più efficace ed espressivo. Dà l'idea dell'onda che irrompe. Non avevamo mai pensato che questi torrenti potessero diventare tanto cattivi. Aggredire le case e le strade. Distruggere. Aziende, mobili, auto. E perfino uccidere. Talora.
Quando è successo, quattro mesi fa, abbiamo pensato, qualcuno ha pensato, che fosse un caso estremo. Un'eccezione. L'insieme di condizioni ed eventi imprevedibili. Irripetibili. O, almeno, difficilmente ripetibili. Giorni di precipitazioni violente e battenti. Un'ondata di caldo improvvisa che scioglie la neve sulle montagne vicine. Poi, certo, anche l'ambiente. Deteriorato dall'urbanizzazione e dall'azienda diffusa. Un po' dovunque. Ma, insomma, qualche prezzo bisogna pur pagarlo al successo economico, al benessere.
Il prezzo, però, sta diventando, è diventato, molto caro. Una tassa esosa e frequente. Quasi un pizzo da pagare di continuo. A noi stessi, in fondo, che non cessiamo di logorare il nostro mondo locale. Il nostro futuro.
Questa volta l'acqua è uscita dai torrenti e dai fossi dopo mezza giornata di pioggia. Un giorno al massimo. È stato sufficiente. Gli uomini della protezione civile si sono disposti vicino ai ponti, in centro a Vicenza. I residenti hanno cominciato a sorvegliare i torrenti. Gli argini. Pronti ad affrontare il peggio. Un giorno di pioggia appena. Manco si trattasse della valle del Nilo. Manco che il Bacchiglione fosse il Gange. Invece siamo nei dintorni di Vicenza. Lungo la strada che conduce a Verona. Dove, ormai, non c'è bisogno di eventi eccezionali, improvvisi per produrre effetti deleteri. È l'abnorme normalità di un territorio ormai incapace di reagire a episodi naturali appena extra-ordinari. Così è sufficiente un giorno di pioggia battente e il terreno si allaga, diventa un lago, una palude. Le case affondano. Il terreno non riesce più ad assorbire. Mentre i fossi, i torrenti, peraltro, non hanno più argini in grado di trattenerli. Le case sono lì, a poca distanza. Quando l'acqua esce, pardon: esonda, non ci sono spazi che ne frenino la marcia.
Spazi? Basta guardarsi intorno. Dove avanza una plaga immobiliare informe che si è dilatata in ogni direzione. Occupa ogni angolo del nostro sguardo. Tra case e capannoni, zone artigiane e residenziali punteggiate di rotonde. Tutto è avvenuto e continua ad avvenire senza che ce ne rendessimo conto. Perché ormai non vediamo più. Non siamo più in grado di vedere. Solo di provare disagio e malessere. Così si cercano i responsabili all'esterno. Roma. I partiti romani. Lo Stato. E, poi, la Regione, la Provincia, il Comune. Sempre più vicino a noi. Perché è difficile ammettere che questa mutazione non è stata prodotta - solo - da cause e colpe lontane. Ma tutto è avvenuto sotto i nostri occhi. Un anno dopo l'altro, un giorno dopo l'altro. Con la nostra complicità. E con un consenso generalizzato. In fondo non solo a Venezia, ma anche a Milano, Torino e soprattutto a Roma oggi governano i "nostri". (Magari non i "miei". Ma generalizzo in senso figurato...) Così, guardiamo quel che ci sta capitando intorno senza vedere (anche) noi stessi, sullo sfondo. E se il Bacchiglione continuerà a uscire, noi continueremo a ricacciarlo indietro. Da soli. Come abbiamo sempre fatto. In fondo, il benessere ha un prezzo... Lo sviluppo ha un prezzo... Siamo diventati la locomotiva d'Italia, il crocevia produttivo d'Europa. Il mitico Nordest.
Perché lamentarsi?