"No Taxation without Representation", recita un detto diffuso nelle democrazie liberali. (Dal tempo della Rivoluzione americana, nel XVIII secolo, contro il colonialismo inglese.) Se così fosse, se così è, come dubitare del sostegno popolare alle pesanti manovre imposte dai governi ai cittadini delle democrazie colpite dalla lunga e reiterata crisi dei mercati globali? Come dubitare che i cittadini ne possano, potranno capire i motivi? I cittadini globali: si sentono naturalmente rappresentati - e anzitutto informati. Sanno bene che il PIL è il termometro che misura la salute delle nostre economie. La "nostra" salute. Il PIL. Guai se non cresce abbastanza. Se stagna o peggio: declina. E i listini delle Borse (iniziale maiuscola), come possono ignorarli, i cittadini? Tutti, naturalmente, edotti sul significato del Nasdaq, sull'importanza del Ftse Mib, del Ftse All Share, per non parlare del Ftse Star. Quando ci si incrocia per strada, la prima domanda è: come va Dow Jones? E poi è scontato: la "gente comune" è sempre lì, davanti al computer e alle reti satellitari, a seguire l'andamento dei listini. Dovunque nel mondo. Perché le Borse non chiudono mai. C'è sempre una borsa che opera, nel mondo, mentre un'altra chiude. Taiwan, Seul, Sidney, Tokio, Kuala Lumpur Bangkok. Wall Street. Le piazze europee. Una Borsa tira - e trascina - l'altra.
La "gente comune", a cui si chiede di coprire il debito e il deficit nazionale - e di mantenere la speculazione globale - pagando le tasse, è sempre lì. Per essere sempre informata, per andare sul sicuro, si danno i turni, in famiglia. Davanti alle reti satellitari e ai pc. La "gente comune" si sente rappresentata: dalla classe politica, ma, più ancora, dagli agenti di borsa, dagli operatori di mercato. Dagli speculatori.
I cittadini, naturalmente, "sanno": che il problema è originato dalla solvibilità degli Stati. O meglio, dalla in-solvibilità del debito accumulato da "alcuni" Stati. Tutti conoscono il significato di "insolvibilità". Figurarsi. Provate a chiederlo al nonno, alla zia, al vostro anziano - ma anche giovane - genitore. Al vicino di casa che lavora in fabbrica. Al compagno di ufficio e di scuola. Vi risponderanno con prontezza e competenza. Sul debito della Grecia, dell'Irlanda e del Portogallo. Su quello della Spagna. A maggior ragione, su quello dell'Italia. D'altronde, tutti, ma proprio tutti, ormai, conoscono Trichet. Quello che, per conto della BCE, annuncia l'acquisto di BTP e BOT. Con effetti espansivi per le mitiche Borse. La BCE. Lo sanno tutti cosa sia e quanto conti per la nostra vita. Trichet: uno di casa. Come Draghi, d'altronde. Tanto più Strauss-Kahn. Proprio lui, Direttore del FMI, fino a poche settimane fa. Personaggio del Jet set, ne hanno parlato tutti i rotocalchi, tutti i TG, perfino il TG 1. Dominique Strauss-Kahn, confidenzialmente DSK, come lo chiamano normalmente mia suocera, mio padre e i miei vicini di casa. Proprio lui. Quello che, tra una crisi finanziaria e l'altra, inseguiva le cameriere degli hotel, perché, come dice un importante Uomo di Stato italiano, bisognerà pure far fronte agli stress continui, in questo mondo eternamente in crisi... DSK. Uno di famiglia. Come altri stranieri di cui, invece, abbiamo imparato a diffidare un po'. Morgan Stanley, ma soprattutto Standard & Poor's. Per gli amici: S&P. Fratelli coltelli. Che si divertono a terrorizzare le nostre Borse, minacciando di togliere la tripla A. Peggiorando il Rating ora di questo, ora di quello. Ogni mattina, in effetti, noi ci alziamo, ci guardiamo allo specchio e, prima di lavarci il viso, ci stropicciamo gli occhi e ci chiediamo: come sarà il mio Rating, oggi? E il mio Spread? Perderò la tripla A? Di che umore saranno i fratelli S&P? E quel vecchio marpione di Morgan Stanley?
Per cui, bando ai dubbi e alle preoccupazioni sullo stato del nostro Stato e della nostra Democrazia. Ciò che avviene sui mercati globali è comprensibile e compreso da tutti i cittadini. I quali si sentono pienamente rappresentati da chi li governa. Altrimenti non pagherebbero i costi di questa crisi globale. Che in alcuni Paesi risultano particolarmente pesanti. Per fare un esempio a caso: nel nostro. Sempre il peggiore, secondo il PIL e gli indici di Borsa. Anche se fino a ieri si era detto - lo aveva garantito il nostro governo - che non abbiamo nulla da temere. Perché la nostra economia, la nostra credibilità sui mercati, lo stato dell'Italia, il PIL, il MIB, la BCE, il FMI: tutto ok. Per cui bisogna aver fiducia, essere ottimisti. Certo: c'è il problema dello Spread tra il Bund tedesco e il Btp decennale italiano, che non smette di crescere. Ma ci metteremo una pezza. Ce l'abbiamo sempre fatta. Ce la faremo anche stavolta, di fronte a questa crisi. Im-prevedibile (per il saggio Tremonti).
Intanto cerchiamo di affrontare la sfida della Tobin Tax, che, appena annunciata da Sarkò e la Merkel, ha generato tanta inquietudine fra gli operatori di Borsa e spinto gli indici al ribasso.
Insomma, tutto è chiaro e trasparente in questa economia globale. Possiamo stare tranquilli. Le democrazie non corrono rischi. E possono continuare ancora a lungo a colpi di taxation, senza problemi di representation. Come si sa, la credibilità del ceto politico e delle classi dirigenti, oggi, è saldissima. Le proteste "indignate", le esplosioni violente dei giovani, il crescente peso dei populismi: un raffreddore per l'organismo sano della nostra Democrazia. Dove i cittadini, come nell'Atene di Pericle, si incontrano e discutono del presente, ma soprattutto del futuro, pardon: dei futures. Insieme, riuniti nell'Agorà. Cioè, nella Piazza.
Affari.