Ebbene sì. Sono anch'io un tifoso, come metà degli italiani. E il tifo è un'appartenenza, quasi una fede. Assai più forte di quella politica. Infatti, molte persone cambiano partito, anche più volte. Talora perfino religione. Ma ne conosco pochi che abbiano cambiato la squadra per cui tifano. Cito, per tutti, il mio amico Mario, milanista da sempre. Una ventina d'anni fa si convertì. Cambiò il suo "credo" (come altri della sua chiesa). Divenne romanista. Non ricordo bene perché...
A chi tifa, però, non importa molto dei dirigenti di Lega e Federazione. Perlopiù, non li conoscono. Sanno appena chi sia il presidente del loro club. E non è detto. L'importante è che abbia risorse. E le investa. Per rendere la squadra più forte. Semmai, sono i presidenti a servirsi del calcio come veicolo di popolarità. E di potere. Politico, economico, commerciale. E, allora, chissenefrega di quel che sostiene Tavecchio. Delle sue parole sugli Opti Poba, che prima mangiavano le banane e oggi giocano alla Lazio... (video)
I più - tifosi e non - ne ignoravano l'esistenza, fino a ieri. Eppure Tavecchio è il rappresentante medio della classe dirigente del nostro calcio - o meglio: dei nostri club. Ma anche di una parte dei tifosi. Di una parte degli ultras. Della curva. E non solo. Perché il razzismo è diffuso. Ben oltre i confini del tifo e degli ultras. Le banane volano in campo dalle curve, ma anche da altri settori dello stadio. Contro i "nemici" di altro colore - e, soprattutto, di altra maglia. Tavecchio, dunque, è un dirigente "rappresentativo", che, con le sue parole, offre "rappresentanza" e visibilità a questa parte del tifo e degli stadi. Ben al di là dei suoi "meriti" e delle sue stesse intenzioni. Rischia, dunque, di dare legittimazione all'intolleranza che affolla le curve e gli stadi. Non solo italiani, ovviamente. Anche se solo in Italia può capitare che chi si esprime in quel modo possa diventare Presidente della Federazione. Il Rappresentante del Calcio Nazionale. Tanto che la stampa estera l'ha messo in prima pagina. Come "Le Monde": "Il razzismo si insedia alla testa del calcio italiano". Ma, appunto, chissenefrega. Se ciò avviene è perché, nel mondo del calcio, Tavecchio non è un caso "singolare", ma "esemplare". E ai suoi Grandi (sic!) Elettori non crea problema essere "rappresentati" da lui e dalle sue parole. D'altronde, in un Paese di piccole imprese, è giusto difendere i piccoli club italiani dagli "agnelli americani". Con i "preziosi" voti dei "lotiti" e dei "galliani". Che, com'è noto, non hanno legami con la politica, gli affari e le televisioni...
Per questo, conviene affidare il governo del calcio a Tavecchio. Specchio delle nostre (loro) società. Grandi e, ancor più, piccole. Non penserete mica che il calcio sia un "affare" per appassionati e idealisti? Finalizzato a coltivare le buone maniere, il rispetto per gli altri? Il "bene comune"? Anch'io, d'altronde, quando tifo mi trasformo. Divento una specie di mostro. Come Hulk (quello verde, non il calciatore brasiliano). Meglio starmi distante...
E allora, viva Tavecchio! Che ha ideato la nuova bandiera della Nazionale. Simbolo di integrazione. Un tricolore con l'icona del piccolo Opti Poba. Che mangia una banana.
A chi tifa, però, non importa molto dei dirigenti di Lega e Federazione. Perlopiù, non li conoscono. Sanno appena chi sia il presidente del loro club. E non è detto. L'importante è che abbia risorse. E le investa. Per rendere la squadra più forte. Semmai, sono i presidenti a servirsi del calcio come veicolo di popolarità. E di potere. Politico, economico, commerciale. E, allora, chissenefrega di quel che sostiene Tavecchio. Delle sue parole sugli Opti Poba, che prima mangiavano le banane e oggi giocano alla Lazio... (video)
I più - tifosi e non - ne ignoravano l'esistenza, fino a ieri. Eppure Tavecchio è il rappresentante medio della classe dirigente del nostro calcio - o meglio: dei nostri club. Ma anche di una parte dei tifosi. Di una parte degli ultras. Della curva. E non solo. Perché il razzismo è diffuso. Ben oltre i confini del tifo e degli ultras. Le banane volano in campo dalle curve, ma anche da altri settori dello stadio. Contro i "nemici" di altro colore - e, soprattutto, di altra maglia. Tavecchio, dunque, è un dirigente "rappresentativo", che, con le sue parole, offre "rappresentanza" e visibilità a questa parte del tifo e degli stadi. Ben al di là dei suoi "meriti" e delle sue stesse intenzioni. Rischia, dunque, di dare legittimazione all'intolleranza che affolla le curve e gli stadi. Non solo italiani, ovviamente. Anche se solo in Italia può capitare che chi si esprime in quel modo possa diventare Presidente della Federazione. Il Rappresentante del Calcio Nazionale. Tanto che la stampa estera l'ha messo in prima pagina. Come "Le Monde": "Il razzismo si insedia alla testa del calcio italiano". Ma, appunto, chissenefrega. Se ciò avviene è perché, nel mondo del calcio, Tavecchio non è un caso "singolare", ma "esemplare". E ai suoi Grandi (sic!) Elettori non crea problema essere "rappresentati" da lui e dalle sue parole. D'altronde, in un Paese di piccole imprese, è giusto difendere i piccoli club italiani dagli "agnelli americani". Con i "preziosi" voti dei "lotiti" e dei "galliani". Che, com'è noto, non hanno legami con la politica, gli affari e le televisioni...
Per questo, conviene affidare il governo del calcio a Tavecchio. Specchio delle nostre (loro) società. Grandi e, ancor più, piccole. Non penserete mica che il calcio sia un "affare" per appassionati e idealisti? Finalizzato a coltivare le buone maniere, il rispetto per gli altri? Il "bene comune"? Anch'io, d'altronde, quando tifo mi trasformo. Divento una specie di mostro. Come Hulk (quello verde, non il calciatore brasiliano). Meglio starmi distante...
E allora, viva Tavecchio! Che ha ideato la nuova bandiera della Nazionale. Simbolo di integrazione. Un tricolore con l'icona del piccolo Opti Poba. Che mangia una banana.