Mi chiamo Gianluca, abito nelle Marche. In una piccola città delle Marche. In collina. Ai confini con la Romagna. Tra Urbino, Pesaro e Rimini. Frequento l'Università. A Urbino. Appunto. Nel tempo libero, cerco di divertirmi. Con gli amici. Nel campetto di calcio, a rincorrere il pallone. Oppure al bar. A bere una birra o una Coca. Molto tempo lo passo in casa. A dialogare sui social. Twitter, Instagram, Facebook. Perché noi giovani, e non solo, stiamo sempre con gli altri. Ma, molto spesso, da soli. Anche quando camminiamo. Non vediamo nessuno. Gli occhi fissi sullo smartphone...
Da qualche giorno, però, sono un po' teso. Preoccupato. Anzi, non un po': molto. Teso e preoccupato. Perché mi sento minacciato. In pericolo. Da un'entità fantasmatica che non vedo. Ma so che esiste. Incombe. In agguato. Sempre e dovunque. Perché è sempre e dovunque. Se ne parla sempre e dovunque. Non ha un volto, ma ha un nome, che tutti conoscono e pronunciano. Nei discorsi e Si chiama "Coronavirus". Come tutti i virus è in-visibile. Così dovrebbe essere, almeno. Però è onnipresente. In ogni discorso. Pubblico e privato. Social e mediale. In tivù, ormai c'è solo lui. Coronavirus. Ma anche sui giornali. Coronavirus. Sta cambiando la nostra vita. La mia, sicuramente. E, insieme, le mie abitudini. Intanto, sono sempre, più pulito. Igienicamente più accorto che mai. Non che, prima, fossi un maiale. Anzi. Ma, insomma, ora mi lavo le mani decine di volte al giorno. Spesso, le disinfetto. Sapone e amuchina. A raffica. Non si sa mai. E mi misuro la temperatura di frequente. Il termometro sempre pronto. In tasca. Dovunque. Ora ho 34,7. In effetti, mi sento un po' debole.
Però, il pensiero che mi inquieta davvero è la solitudine crescente. L'im-mobilità. Non potermi spostare fuori dal mio Comune, perché siamo in una zona a rischio. Visto che sono stati individuati alcuni casi sospetti. Non lontano da qui. In Emilia-Romagna. (Uno anche a Rimini). Senza che i sospetti venissero confermati. Però, non si sa mai... Così, preferisco restare in casa. Comunque, non allontanarmi troppo.
Tuttavia, mi pesa molto, anzi: soprattutto, l'incertezza. Non tanto e non solo quella "personale". Ci sta. Come puoi sentirti sicuro in mezzo a tanti virus minacciosi, che ti osservano e ti girano intorno senza farsi vedere? Ma mi disturba ancor di più l'incertezza che pervade le istituzioni. Sanitarie, amministrative... Locali e nazionali. Le scuole chiuse, ma non tutte. I divieti stabiliti dai nostri enti locali, contraddetti da altri enti locali. E dal governo nazionale. Così le scuole, compresa la "mia" scuola, vengono chiuse dalla Regione. Quindi, ri-aperte e ri-chiuse dal Governo. I luoghi pubblici, vuoti. Non solo le strade, ma anche i mercati. I bar, ovviamente. Le manifestazioni: sospese. E dovunque, in ogni schermo, in ogni medium, social e non, si parla solo di lui. L'invisibile. Il Coronavirus. Attore senza volto di ogni programma e di ogni messaggio.
Confesso: non so più che fare. Anche all'ultimo di carnevale, pochi giorni fa, tutte le feste sono state sospese. Perché non c'è niente da festeggiare. Niente da ridere. E le uniche maschere in circolazione erano - sono - le "mascherine" con filtro protettivo. Antivirus, appunto. Finito il carnevale, le mascherine sono rimaste. Anzi, si sono moltiplicate. Così, anche ora mi aggiro tra le strade vuote di un paese semi-vuoto. Mascherato. Ogni tanto incrocio qualche altra persona mascherata. Ma non ci avviciniamo. Solo un cenno, di lontano. Perché non si sa mai. Che non sia un portatore virale...
Io spero davvero che questo clima opprimente si stemperi. Prima o poi. O meglio, prima possibile. Perché io non so per quanto tempo resisterò. Intanto ho deciso di indossare la maschera di Joker. Più adatta a interpretare la sindrome, l'epidemia che davvero ci infetta. Il "Pauravirus". Anch'esso invisibile, ma molto più opprimente. E, soprattutto, resistente, radicato. Amplificato dalla solitudine. Noi sempre più soli e, dunque, sempre più a rischio. Pauravirus. Viene coltivato mediaticamente e politicamente. Amplificato da ogni campagna. Mediatica e politica. D'altronde, anche noi ci siamo assuefatti. Ne abbiamo bisogno. Senza paure e senza paura, senza nemici: non sapremmo più che fare, dove andare. Come vivere.
Da qualche giorno, però, sono un po' teso. Preoccupato. Anzi, non un po': molto. Teso e preoccupato. Perché mi sento minacciato. In pericolo. Da un'entità fantasmatica che non vedo. Ma so che esiste. Incombe. In agguato. Sempre e dovunque. Perché è sempre e dovunque. Se ne parla sempre e dovunque. Non ha un volto, ma ha un nome, che tutti conoscono e pronunciano. Nei discorsi e Si chiama "Coronavirus". Come tutti i virus è in-visibile. Così dovrebbe essere, almeno. Però è onnipresente. In ogni discorso. Pubblico e privato. Social e mediale. In tivù, ormai c'è solo lui. Coronavirus. Ma anche sui giornali. Coronavirus. Sta cambiando la nostra vita. La mia, sicuramente. E, insieme, le mie abitudini. Intanto, sono sempre, più pulito. Igienicamente più accorto che mai. Non che, prima, fossi un maiale. Anzi. Ma, insomma, ora mi lavo le mani decine di volte al giorno. Spesso, le disinfetto. Sapone e amuchina. A raffica. Non si sa mai. E mi misuro la temperatura di frequente. Il termometro sempre pronto. In tasca. Dovunque. Ora ho 34,7. In effetti, mi sento un po' debole.
Però, il pensiero che mi inquieta davvero è la solitudine crescente. L'im-mobilità. Non potermi spostare fuori dal mio Comune, perché siamo in una zona a rischio. Visto che sono stati individuati alcuni casi sospetti. Non lontano da qui. In Emilia-Romagna. (Uno anche a Rimini). Senza che i sospetti venissero confermati. Però, non si sa mai... Così, preferisco restare in casa. Comunque, non allontanarmi troppo.
Tuttavia, mi pesa molto, anzi: soprattutto, l'incertezza. Non tanto e non solo quella "personale". Ci sta. Come puoi sentirti sicuro in mezzo a tanti virus minacciosi, che ti osservano e ti girano intorno senza farsi vedere? Ma mi disturba ancor di più l'incertezza che pervade le istituzioni. Sanitarie, amministrative... Locali e nazionali. Le scuole chiuse, ma non tutte. I divieti stabiliti dai nostri enti locali, contraddetti da altri enti locali. E dal governo nazionale. Così le scuole, compresa la "mia" scuola, vengono chiuse dalla Regione. Quindi, ri-aperte e ri-chiuse dal Governo. I luoghi pubblici, vuoti. Non solo le strade, ma anche i mercati. I bar, ovviamente. Le manifestazioni: sospese. E dovunque, in ogni schermo, in ogni medium, social e non, si parla solo di lui. L'invisibile. Il Coronavirus. Attore senza volto di ogni programma e di ogni messaggio.
Confesso: non so più che fare. Anche all'ultimo di carnevale, pochi giorni fa, tutte le feste sono state sospese. Perché non c'è niente da festeggiare. Niente da ridere. E le uniche maschere in circolazione erano - sono - le "mascherine" con filtro protettivo. Antivirus, appunto. Finito il carnevale, le mascherine sono rimaste. Anzi, si sono moltiplicate. Così, anche ora mi aggiro tra le strade vuote di un paese semi-vuoto. Mascherato. Ogni tanto incrocio qualche altra persona mascherata. Ma non ci avviciniamo. Solo un cenno, di lontano. Perché non si sa mai. Che non sia un portatore virale...
Io spero davvero che questo clima opprimente si stemperi. Prima o poi. O meglio, prima possibile. Perché io non so per quanto tempo resisterò. Intanto ho deciso di indossare la maschera di Joker. Più adatta a interpretare la sindrome, l'epidemia che davvero ci infetta. Il "Pauravirus". Anch'esso invisibile, ma molto più opprimente. E, soprattutto, resistente, radicato. Amplificato dalla solitudine. Noi sempre più soli e, dunque, sempre più a rischio. Pauravirus. Viene coltivato mediaticamente e politicamente. Amplificato da ogni campagna. Mediatica e politica. D'altronde, anche noi ci siamo assuefatti. Ne abbiamo bisogno. Senza paure e senza paura, senza nemici: non sapremmo più che fare, dove andare. Come vivere.