Sono trascorsi dieci anni, ormai, da quando Edmondo Berselli se n'è andato. E la sua mancanza si sente. Io, almeno, la sento. Perché, io e Eddy parlavamo spesso. Eddy mi accompagnava durante i miei lunghi e frequenti viaggi in auto, da Caldogno a Urbino. E ritorno. Oppure durante le passeggiate. Ciascuno con il proprio cane. Eddy con il suo (la sua) labrador. Liù. Alla quale ha dedicato un libro. Io con il mio schnauzer nano. Mambo. Camminavamo e parlavamo. A lungo. Talora, fino a quando le batterie del nostro smartphone (allora lo chiamavamo "telefonino") si scaricavano. Si parlava di tutto. Accomunati da passioni comuni. La politica, ovviamente. Ma non solo. Condividevamo altri "interessi". Sicuramente più "interessanti". Non solo per noi. La musica, o meglio, canzoni e canzonette. Lo spettacolo. In particolare, la televisione. Protagonisti, comparse. Le comparse che diventavano protagonisti. E viceversa. Lo sport. In particolare, il calcio. Al quale ha dedicato un testo suggestivo. "Il più mancino dei tiri", nel 1995. Ispirato a Mariolino Corso. Eravamo entrambi bianconeri. Io più passionale di lui. Che, per carattere, non riusciva ad "appassionarsi" troppo a una "bandiera". E il calcio, per gli italiani, resta il riferimento che genera, ancora oggi, maggiore appartenenza.
Berselli è cresciuto in un ambiente significativo, per la cultura e la politica, per la cultura politica, in Italia. Il Mulino. Del quale è stato, per anni, direttore editoriale e della rivista. Ma ha scritto, con frequenza e regolarità, in alcune testate giornalistiche importanti e diffuse, in Italia. Dapprima, sul Resto del Carlino e sul Messaggero. In seguito sulla Stampa. Quindi, le nostre strade si sono incrociate. Sul Sole 24 Ore e, dal 2003, su La Repubblica.
Dovunque, Berselli ha sempre adottato l'ibridazione come chiave di lettura del nostro tempo. Un tempo "ibrido", appunto. Dove i confini fra i diversi campi tematici sono sfumati. Probabilmente, non esistono più. Una prospettiva che Eddy ha sviluppato nel corso del suo per-corso di analisi. Nella sua narrazione. Fra la metà degli anni Novanta e il primo decennio del nuovo millennio. Un periodo che comprende la Seconda Repubblica. Fondata da (su) Silvio Berlusconi. Che ha inaugurato e affermato questo tempo senza confini. Di linguaggio. Imponendo - per citare Berselli - "la sindrome del padrone". Una metafora puntuale (e "puntuta") come molte altre, coniate da Eddy. Che aiutano a comprendere la nostra epoca. Durante la quale siamo divenuti "Post-italiani", come recita un catalogo dei "tipi" tratteggiati da Berselli. Abitanti spaesati di un "Paese provvisorio", nel quale scarseggiano i "Venerati maestri". Mentre, citando Arbasino, Berselli rammenta come le "giovani promesse" siano sempre sul punto di diventare (o ritornare...) "soliti stronzi".
È, peraltro, difficile non condividere le immagini utilizzate da Berselli per definire il Partito Democratico, fin dalle origini. Nel 2008. Alla confluenza dei principali Post-partiti della Prima Repubblica. I Post-comunisti e i Post-Democristiani. Il Pd: un "partito ipotetico". Ancora oggi in difficoltà ad affrontare i problemi di un "partito ipotetico". Afflitto dal "gene altruista", ereditato dai "Sinistrati". Incapace, anche per questo, di scegliere un percorso preciso fra "Partito mediatico, partito liquido, partito volatile; oppure partito solido e radicato nel territorio".
Eddy aveva suggerito, peraltro, di prendere sul serio Beppe Grillo. Ancora nel 2009, quando manifestò l'intenzione di presentarsi alle primarie. "Perché se è appena capace mostrerà la nudità del re".
Infine, a proposito di "quel gran pezzo dell'Emilia" (rossa), la sua terra, aveva suggerito cautela. Osservando come "dopo la sparizione o almeno il ridimensionamento di falci, martelli e stelle", il rosso fosse stato mantenuto solo "grazie ai vessilli ferraristi". Anch'essi, oggi, un po' sbiaditi.
Riprendo queste immagini e queste metafore, come ho fatto altre volte, nei miei articoli e nei miei saggi. Non per commemorare Berselli. Eddy non sopporterebbe di venire "celebrato". Mi interessa, invece, sottolinearne l'utilità, per leggere non solo quanto è avvenuto, ma quel che avviene e avverrà. Così, non mi chiedo più, come ho fatto in passato, "chissà cosa scriverebbe Eddy oggi". Di fronte ai fatti e ai personaggi che si susseguono in questa post-democrazia, nella quale continuano ad affrontarsi post-partiti. Post-berlusconiani, post-Pd (sempre alla ricerca del dopo...), post-leghisti e post-grillini. Non c'è bisogno di chiedersi cosa scriverebbe Eddy, oggi. L'ha già scritto. Nel suo "Dizionario del tempo che cambia e non cambia mai". In questo Paese eternamente provvisorio.
Berselli è cresciuto in un ambiente significativo, per la cultura e la politica, per la cultura politica, in Italia. Il Mulino. Del quale è stato, per anni, direttore editoriale e della rivista. Ma ha scritto, con frequenza e regolarità, in alcune testate giornalistiche importanti e diffuse, in Italia. Dapprima, sul Resto del Carlino e sul Messaggero. In seguito sulla Stampa. Quindi, le nostre strade si sono incrociate. Sul Sole 24 Ore e, dal 2003, su La Repubblica.
Dovunque, Berselli ha sempre adottato l'ibridazione come chiave di lettura del nostro tempo. Un tempo "ibrido", appunto. Dove i confini fra i diversi campi tematici sono sfumati. Probabilmente, non esistono più. Una prospettiva che Eddy ha sviluppato nel corso del suo per-corso di analisi. Nella sua narrazione. Fra la metà degli anni Novanta e il primo decennio del nuovo millennio. Un periodo che comprende la Seconda Repubblica. Fondata da (su) Silvio Berlusconi. Che ha inaugurato e affermato questo tempo senza confini. Di linguaggio. Imponendo - per citare Berselli - "la sindrome del padrone". Una metafora puntuale (e "puntuta") come molte altre, coniate da Eddy. Che aiutano a comprendere la nostra epoca. Durante la quale siamo divenuti "Post-italiani", come recita un catalogo dei "tipi" tratteggiati da Berselli. Abitanti spaesati di un "Paese provvisorio", nel quale scarseggiano i "Venerati maestri". Mentre, citando Arbasino, Berselli rammenta come le "giovani promesse" siano sempre sul punto di diventare (o ritornare...) "soliti stronzi".
È, peraltro, difficile non condividere le immagini utilizzate da Berselli per definire il Partito Democratico, fin dalle origini. Nel 2008. Alla confluenza dei principali Post-partiti della Prima Repubblica. I Post-comunisti e i Post-Democristiani. Il Pd: un "partito ipotetico". Ancora oggi in difficoltà ad affrontare i problemi di un "partito ipotetico". Afflitto dal "gene altruista", ereditato dai "Sinistrati". Incapace, anche per questo, di scegliere un percorso preciso fra "Partito mediatico, partito liquido, partito volatile; oppure partito solido e radicato nel territorio".
Eddy aveva suggerito, peraltro, di prendere sul serio Beppe Grillo. Ancora nel 2009, quando manifestò l'intenzione di presentarsi alle primarie. "Perché se è appena capace mostrerà la nudità del re".
Infine, a proposito di "quel gran pezzo dell'Emilia" (rossa), la sua terra, aveva suggerito cautela. Osservando come "dopo la sparizione o almeno il ridimensionamento di falci, martelli e stelle", il rosso fosse stato mantenuto solo "grazie ai vessilli ferraristi". Anch'essi, oggi, un po' sbiaditi.
Riprendo queste immagini e queste metafore, come ho fatto altre volte, nei miei articoli e nei miei saggi. Non per commemorare Berselli. Eddy non sopporterebbe di venire "celebrato". Mi interessa, invece, sottolinearne l'utilità, per leggere non solo quanto è avvenuto, ma quel che avviene e avverrà. Così, non mi chiedo più, come ho fatto in passato, "chissà cosa scriverebbe Eddy oggi". Di fronte ai fatti e ai personaggi che si susseguono in questa post-democrazia, nella quale continuano ad affrontarsi post-partiti. Post-berlusconiani, post-Pd (sempre alla ricerca del dopo...), post-leghisti e post-grillini. Non c'è bisogno di chiedersi cosa scriverebbe Eddy, oggi. L'ha già scritto. Nel suo "Dizionario del tempo che cambia e non cambia mai". In questo Paese eternamente provvisorio.