In lode dei necrologi, ultima difesa contro l'angoscia
Marco BelpolitiNei giorni più terribili dello scatenamento del Covid 19 a Bergamo e in Val Seriana, nel quotidiano locale, “L’Eco di Bergamo”, i necrologi sono passati da due a dieci pagine. Non c’era altro modo per manifestare il proprio cordoglio per la scomparsa di parenti e amici che quel saluto sulle pagine del giornale. Niente cerimonia funebre, niente sepoltura. Il necrologio è letteralmente l’elogio di un morto; può essere un articolo, oppure l’annuncio a pagamento della scomparsa d’una persona, entrambi presenti su un quotidiano. Nei giornali locali il secondo è un genere molto letto, perché finisce per informare, seppure con la sua laconicità, di eventi luttuosi che possono interessare la comunità locale. Le origini del necrologio sono molto antiche, poiché la parola viene dal greco, per quanto poi legata a una espressione cristiana, quella del “martirologio”, ovvero elogio del martire. I defunti sono sempre stati celebrati oralmente e per iscritto, ma è con la nascita dei giornali a partire dall’Ottocento, che comincia il necrologio modernamente inteso. Un annuncio, ma anche un messaggio, a volte rivolto agli stessi defunti, più spesso ai vivi. Il necrologio è infatti un messaggio che contiene aspetti personali e persino intimi: manifesta il legame con chi è scomparso. Un estremo messaggio. Sembra che sia stato John Thadeus Delane, editore del Times di Londra, a creare nell’Ottocento la forma attuale del necrologio con la fotografia del defunto. Un grande successo commerciale. Secondo l’antropologo Géza Ròheim, allievo di Freud, sarebbero l’ultima difesa contro l’angoscia, un modo “per rinvigorire l’Io contro la perdita dell’oggetto amato”. Una interpretazione probabilmente giusta, dato che il necrologio è una di quelle scritture ultime in cui si compendia il nostro modo di rapportarci sia con la morte che con la vita stessa: vita passata, presente e futura.