DANZICA - A volte la storia e il mondo cambiano in posti così, cantieri navali dove vecchie palazzine in mattoni rossi custodiscono il ricordo, e il segno, dell'uomo che seppe fare la rivoluzione senza sparare un colpo. Un pullmino rosso e bianco, reperto archeologico con l'obliteratrice in ferro e gli strapuntini imbottiti a scomparsa, è il veicolo che conduce lungo una sorprendente visita guidata: qui, di fronte al Mar Baltico colore del piombo, Solidarnosc liberò la Polonia dal comunismo.
I primi scioperi, con morti, cominciarono nel 1970. Ma solo dieci anni più tardi, un operaio chiamato Lech Walesa e un prete chiamato Karol Wojtyla riuscirono a trasformare un sindacato cattolico in un momento di resistenza umana, di lotta di fabbrica e rivendicazione politica. Alla fine di quei memorabili scioperi sarebbe addirittura caduto un regime, molto prima dello sgretolamento del muro di Berlino.
Di quell'epopea, oggi resiste la scritta all'ingresso degli ex cantieri Lenin: "Stocznia Gdanska", e c'è pure la continuazione - "im Lenina" - che nessuno ha abbattuto, solo le hanno sovrapposto il logo rosso di Solidarnosc. Giusto: non bisogna cancellare perché non bisogna dimenticare, scrivendo però nuove parole sulle parole sbagliate di prima.
L'uomo che conduce la visita è un anziano signore che lavorò ai cantieri per trentacinque anni. Parla soltanto polacco, ma un volontario dell'organizzazione traduce in un impeccabile inglese. Così comincia il viaggio tra mattoni sbrecciati, scheletri ferrosi e sagome di gru altissime nel cielo scuro. La suggestione di certe aree dismesse è intatta, formidabile. Si sente l'odore dei materiali grezzi, dell'umidità e del tempo. Sui muri ci sono le scritte di allora, nei capannoni che Hitler usò dopo l'invasione della Polonia per costruire i suoi micidiali sommergibili. Sembra che tutto sia accaduto mezz'ora fa, e mai finito.
L'operaio Walesa e i suoi compagni lottarono e resistettero qui, di fronte al colossale scivolo in cemento che serviva per il varo delle navi. Vecchie fotografie riportano in vita quel tempo terribile e magnifico: un sacerdote che confessa i lavoratori inginocchiati in fila davanti a lui, le donne che guidano la folla (anche le anziane, nonne combattenti a cui la storia del Novecento e della civiltà devono moltissimo), le mamme con i figli piccoli su passeggini spartani, a quell'epoca si sfilava così, erano cortei famigliari, nulla di ideologico, solo la volontà di una vita migliore.
Ai tempi dei primi scioperi, nei cantieri Lenin lavoravano 17 mila persone. Dieci anni dopo i morti del '70, gli operai ottennero dal regime un monumento per ricordarli: tre croci in cemento alte 42 metri, pesanti 140 tonnellate, con altrettante àncore sulla sommità in segno di speranza. E' questo il luogo che da trent'anni indica la strada e la direzione. In parte i cantieri funzionano ancora, aziende private producono componenti per l'industria navale. Qui ora si viene da turisti, si comprano la maglietta e l'adesivo di Solidarnosc, ma questo non è un museo, non è un'attrazione. E' una memoria viva e bollente come la bocca di una fornace.
Su uno sfondo cupo di ciminiere dal fascino magnetico, qualche gabbiano lancia le sue urla verso le nuvole. Tra rotaie e sterpaglie, tettoie e salici piangenti, si prova una strana sensazione. Per una volta ci si sente orgogliosi, e senza alcun merito, di far parte della specie umana.
I primi scioperi, con morti, cominciarono nel 1970. Ma solo dieci anni più tardi, un operaio chiamato Lech Walesa e un prete chiamato Karol Wojtyla riuscirono a trasformare un sindacato cattolico in un momento di resistenza umana, di lotta di fabbrica e rivendicazione politica. Alla fine di quei memorabili scioperi sarebbe addirittura caduto un regime, molto prima dello sgretolamento del muro di Berlino.
Di quell'epopea, oggi resiste la scritta all'ingresso degli ex cantieri Lenin: "Stocznia Gdanska", e c'è pure la continuazione - "im Lenina" - che nessuno ha abbattuto, solo le hanno sovrapposto il logo rosso di Solidarnosc. Giusto: non bisogna cancellare perché non bisogna dimenticare, scrivendo però nuove parole sulle parole sbagliate di prima.
L'uomo che conduce la visita è un anziano signore che lavorò ai cantieri per trentacinque anni. Parla soltanto polacco, ma un volontario dell'organizzazione traduce in un impeccabile inglese. Così comincia il viaggio tra mattoni sbrecciati, scheletri ferrosi e sagome di gru altissime nel cielo scuro. La suggestione di certe aree dismesse è intatta, formidabile. Si sente l'odore dei materiali grezzi, dell'umidità e del tempo. Sui muri ci sono le scritte di allora, nei capannoni che Hitler usò dopo l'invasione della Polonia per costruire i suoi micidiali sommergibili. Sembra che tutto sia accaduto mezz'ora fa, e mai finito.
L'operaio Walesa e i suoi compagni lottarono e resistettero qui, di fronte al colossale scivolo in cemento che serviva per il varo delle navi. Vecchie fotografie riportano in vita quel tempo terribile e magnifico: un sacerdote che confessa i lavoratori inginocchiati in fila davanti a lui, le donne che guidano la folla (anche le anziane, nonne combattenti a cui la storia del Novecento e della civiltà devono moltissimo), le mamme con i figli piccoli su passeggini spartani, a quell'epoca si sfilava così, erano cortei famigliari, nulla di ideologico, solo la volontà di una vita migliore.
Ai tempi dei primi scioperi, nei cantieri Lenin lavoravano 17 mila persone. Dieci anni dopo i morti del '70, gli operai ottennero dal regime un monumento per ricordarli: tre croci in cemento alte 42 metri, pesanti 140 tonnellate, con altrettante àncore sulla sommità in segno di speranza. E' questo il luogo che da trent'anni indica la strada e la direzione. In parte i cantieri funzionano ancora, aziende private producono componenti per l'industria navale. Qui ora si viene da turisti, si comprano la maglietta e l'adesivo di Solidarnosc, ma questo non è un museo, non è un'attrazione. E' una memoria viva e bollente come la bocca di una fornace.
Su uno sfondo cupo di ciminiere dal fascino magnetico, qualche gabbiano lancia le sue urla verso le nuvole. Tra rotaie e sterpaglie, tettoie e salici piangenti, si prova una strana sensazione. Per una volta ci si sente orgogliosi, e senza alcun merito, di far parte della specie umana.