VARSAVIA - In molti episodi del Decalogo di Kieslowski, il vecchio sobborgo di Ursynow è avvolto dalla neve, non come in questa mattina smaltata di sole. Ma il posto è giusto. Palazzi popolari, squadrati, con il numero civico enorme sul primo muro e quattro file di finestre per ogni piano. Nei dieci film-capolavoro, dai pianerottoli filtra la luce attraverso vetrate sempre opache. Ogni rumore è attutito dall'inverno, ora invece si sentono i passi delle donne con le borse della spesa, una specie di ticchettio morbido e un po' stordente.
"Kieslowski viveva qui", racconta Darek, l'autista. Sono bizzarri, a volte, gli incroci del destino, non per nulla è uno dei temi portanti dell'opera del grande regista polacco: uno cerca un autista e trova Darek, che è molto di più. "Mia moglie Malgosia faceva l'insegnante insieme a Marta, la figlia di Kieslowski. Malgosia vuol dire margherita. Io lo ricordo mentre l'aspettava in macchina, ogni giorno, fumando sempre. Era una persona gentile, molto timida. Oggi Marta Kieslowska vive a Parigi, e lui purtroppo non c'è più".
Darek manovra il suo iPad, cerca qualcosa e poi ce lo passa: ha trovato su YouTube il Decalogo, il primo episodio, quello tremendo del bambino che cade nella Vistola ghiacciata. Non si riesce mai a guardare, quel film. Sullo schermo scorrono le immagini del Decalogo VI, ecco il palazzo che adesso abbiamo di fronte, è proprio lo stesso. La strada si chiama Puszczyka. "E' rimasto tutto come allora", dice Darek. Poco più avanti, invece, svettano le sagome di palazzi più recenti, dove un minimo di agiatezza ingentilisce il quartiere, anche se il fascino della vecchia Ursynow ha qualcosa in più, forse è solo la suggestione del ricordo cinematografico. La poesia, a volte, è più viva della vita vera.
C'è un grande silenzio nel cortile condominiale. Ogni tanto passa qualcuno, come scivolando tra le ombre disegnate dalle case. Ci s'immagina che queste persone siano i personaggi del Decalogo, gente normale e semplice che vive storie di dolore, speranza, delusione, amore. Su un marciapiede, i bambini hanno disegnato col gessetto il percorso di un loro gioco, come l'antica "settimana" di quand'eravamo bambini: le femmine tiravano il sasso e saltellavano su una gamba sola, i maschi le guardavano immaginando le donne che sarebbero state, anzi le vedevano già così, donne di dieci anni, e le amavano.
Alle finestre c'è qualche fiore di carta, e gerani veri sui balconi. Qualcuno ha messo una bandiera polacca. In un'aiuola una rosa rossa, una soltanto. "Se vuoi, ti porto a vedere la scuola". Non è lontana, in via Piaseczynska 114/116. Si va. Sotto i salici, Krzysztof Kieslowski aspettava Marta fumando, un po' in disparte. Dai vetri aperti si sentono le voci degli scolari, come un piccolo coro appena sussurrato. Un ragazzino gioca a ping pong da solo su un tavolo decrepito, la vernice verde è tutta scrostata. "Qui vicino c'è l'ufficio di Kieslowski", dice Darek. Andiamo anche lì. La palazzina ha una scritta al neon, "WFDiF", copiamo e trascriviamo (nelle parole, anche quelle non del tutto comprensibili, anzi soprattutto in quelle, giace il significato più profondo, da inseguire sempre): "Wytwornia Filmow Dokumentalnych i Fabularnych", quanto basta per capire che qui si girano documentari (Kieslowski fu, per anni, essenzialmente un magistrale documentarista) e storie, "favole". Lui ne ha narrate tante: i suoi colori, Blu, Bianco, Rosso, la doppia vita di Veronica, i dieci episodi di un decalogo laico, eppure poco cinema è stato più intriso di significati che rimandano altrove, a un altro luogo, forse un'altra vita.
Darek ci aspetta in auto come faceva il regista con la figlia. Si mette a pensare a qualcosa. "Non ci venivo da vent'anni, oh, è bello essere qui ma è anche un po' triste". Il tempo che passa, sempre lui, maledetto. Nell'iPad ci sono anche fotografie, Darek le mostra: "Questa è mia figlia, ha 24 anni, sua madre trent'anni fa era identica a lei". Un'altra cartella nell'archivio, ecco la signora Margherita, la maestra. "Siamo insieme da trent'anni". Poi Darek non dice più niente. Dev'essere passata un'ombra nel suo cuore. Alla stessa velocità del tempo, forse di più.
"Kieslowski viveva qui", racconta Darek, l'autista. Sono bizzarri, a volte, gli incroci del destino, non per nulla è uno dei temi portanti dell'opera del grande regista polacco: uno cerca un autista e trova Darek, che è molto di più. "Mia moglie Malgosia faceva l'insegnante insieme a Marta, la figlia di Kieslowski. Malgosia vuol dire margherita. Io lo ricordo mentre l'aspettava in macchina, ogni giorno, fumando sempre. Era una persona gentile, molto timida. Oggi Marta Kieslowska vive a Parigi, e lui purtroppo non c'è più".
Darek manovra il suo iPad, cerca qualcosa e poi ce lo passa: ha trovato su YouTube il Decalogo, il primo episodio, quello tremendo del bambino che cade nella Vistola ghiacciata. Non si riesce mai a guardare, quel film. Sullo schermo scorrono le immagini del Decalogo VI, ecco il palazzo che adesso abbiamo di fronte, è proprio lo stesso. La strada si chiama Puszczyka. "E' rimasto tutto come allora", dice Darek. Poco più avanti, invece, svettano le sagome di palazzi più recenti, dove un minimo di agiatezza ingentilisce il quartiere, anche se il fascino della vecchia Ursynow ha qualcosa in più, forse è solo la suggestione del ricordo cinematografico. La poesia, a volte, è più viva della vita vera.
C'è un grande silenzio nel cortile condominiale. Ogni tanto passa qualcuno, come scivolando tra le ombre disegnate dalle case. Ci s'immagina che queste persone siano i personaggi del Decalogo, gente normale e semplice che vive storie di dolore, speranza, delusione, amore. Su un marciapiede, i bambini hanno disegnato col gessetto il percorso di un loro gioco, come l'antica "settimana" di quand'eravamo bambini: le femmine tiravano il sasso e saltellavano su una gamba sola, i maschi le guardavano immaginando le donne che sarebbero state, anzi le vedevano già così, donne di dieci anni, e le amavano.
Alle finestre c'è qualche fiore di carta, e gerani veri sui balconi. Qualcuno ha messo una bandiera polacca. In un'aiuola una rosa rossa, una soltanto. "Se vuoi, ti porto a vedere la scuola". Non è lontana, in via Piaseczynska 114/116. Si va. Sotto i salici, Krzysztof Kieslowski aspettava Marta fumando, un po' in disparte. Dai vetri aperti si sentono le voci degli scolari, come un piccolo coro appena sussurrato. Un ragazzino gioca a ping pong da solo su un tavolo decrepito, la vernice verde è tutta scrostata. "Qui vicino c'è l'ufficio di Kieslowski", dice Darek. Andiamo anche lì. La palazzina ha una scritta al neon, "WFDiF", copiamo e trascriviamo (nelle parole, anche quelle non del tutto comprensibili, anzi soprattutto in quelle, giace il significato più profondo, da inseguire sempre): "Wytwornia Filmow Dokumentalnych i Fabularnych", quanto basta per capire che qui si girano documentari (Kieslowski fu, per anni, essenzialmente un magistrale documentarista) e storie, "favole". Lui ne ha narrate tante: i suoi colori, Blu, Bianco, Rosso, la doppia vita di Veronica, i dieci episodi di un decalogo laico, eppure poco cinema è stato più intriso di significati che rimandano altrove, a un altro luogo, forse un'altra vita.
Darek ci aspetta in auto come faceva il regista con la figlia. Si mette a pensare a qualcosa. "Non ci venivo da vent'anni, oh, è bello essere qui ma è anche un po' triste". Il tempo che passa, sempre lui, maledetto. Nell'iPad ci sono anche fotografie, Darek le mostra: "Questa è mia figlia, ha 24 anni, sua madre trent'anni fa era identica a lei". Un'altra cartella nell'archivio, ecco la signora Margherita, la maestra. "Siamo insieme da trent'anni". Poi Darek non dice più niente. Dev'essere passata un'ombra nel suo cuore. Alla stessa velocità del tempo, forse di più.