Se lo schiavo sei tu
Articolo 600 del codice penale: “Chiunque riduce o mantiene una persona in uno stato di soggezione continuativa, costringendola a prestazioni che ne comportino lo sfruttamento compie il reato di riduzione in schiavitù. La riduzione nello stato di soggezione ha luogo quando ci si approfitta di una situazione di vulnerabilità o di una situazione di necessità”.
Esistono gli schiavi in Italia? E chi sono?
Se dimentichiamo per un attimo le campagne di Rosarno, il ghetto di Borgo Mezzanone, e quegli angoli d’Italia dove l’uomo bianco ha la faccia del caporale o del capomastro e l’uomo nero quella del migrante piegato nella raccolta dei pomodori o nei cantieri dell’edilizia abusiva, scopriamo quello che non vogliamo vedere. I 3 milioni e 700 mila italiani – per lo più ragazze e ragazzi tra i 25 e i 35 anni - che lavorano senza tutele, fuori dalle norme, o, tutt’al più al riparo di contratti che chiamare tali è un eufemismo. Contano per il 4,5 per cento del nostro Pil (79 miliardi di euro).
Hanno un’istruzione media o medio-alta. Sono figli della generazione cui era stato promesso dal capitalismo della piattaforma digitale, dalla “sharing economy”, dalla corsa all’outbound un futuro di affrancamento e flessibilità liberi dal modello fordista novecentesco e dalle sue varianti. Sono quelli che, oggi, si contendono le briciole dell’economia dei lavoretti.
Faticano nel commercio, nell’edilizia, nel terziario, gomito a gomito con richiedenti asilo che arrivano dai conflitti e dalle carestie dell’Africa subsahariana. In sella a una bicicletta che consegna cibo a domicilio, in un call center o nell’abitacolo di un furgone per le consegne. Vivono esistenze in cui la parola “futuro” è sconosciuta. Sanno di essere schiavi, ma sanno anche di non avere alternative.
Siamo andati a cercarli. Partendo dalla città più europea d’Italia. La sua locomotiva economica e civile, Milano. Dove abbiamo avuto accesso anche ad atti ed intercettazioni telefoniche inedite disposte dalla Procura nell’inchiesta su una delle più importanti società di delivery del Paese. Abbiamo fatto tappa a Roma, per arrivare infine nell’abisso della Calabria.