I musulmani pregano a Santa Sofia: “Sarà moschea”
Oggi si prega a Santa Sofia. Dentro o fuori. Poco importa alle centinaia di fedeli islamici che si preparano ad accogliere la decisione delle autorità turche sullo status della ex basilica cattolica, poi moschea, quindi museo da 85 anni. È venerdì, giorno sacro per i musulmani. E la sura del Corano è pronta per essere recitata. Hurriyet, il quotidiano più importante del Paese anticipa la sentenza, attesa in poche ore: "La corte - scrive Abdulkadir Selvi, editorialista noto per i suoi legami con il governo conservatore di ispirazione religiosa - si è pronunciato a favore, all'unanimità". Santa Sofia sta per tornare Aya Sofya, un luogo sacro per la fede islamica.
Recep Tayyip Erdogan, il presidente della Repubblica che da anni invoca la modifica, capace di ingraziarsi svariati milioni di fedeli oltre che le anime fermamente nazionaliste, ha rimesso la scelta nelle mani del Consiglio di Stato. E attende. Per lui parlano i suoi fedelissimi. Come Numan Kurtulmus, suo vice al partito, spesso la sua voce: "Se chiedete il mio parere, io aprirei Aya Sofia adesso. Ma al momento c'è un giudizio in corso del Consiglio di Stato, mi auguro che l'esito sia positivo. Ci aspettiamo che Aya Sofia venga aperta alla preghiera". E Ibrahim Kalin, il vero portavoce presidenziale, rango di ministro e poteri di trattativa con i leader stranieri: "La riapertura al culto non danneggia il suo status di patrimonio mondiale. Potranno visitarla ancora più persone". Santa Sofia attende il suo destino. Basilica cristiana per quasi un millennio, moschea dalla conquista ottomana di Costantinopoli nel 1453, fu Mustafa Kemal, il laico Ataturk fondatore della Turchia moderna a trasformarla nel 1935 in museo. Quale è tuttora, riconosciuto dall'Unesco come Patrimonio dell'umanità.
Nel mondo cristiano la levata di scudi è generale. Per il patriarca di Costantinopoli Bartolomeo I, leader di 300 milioni di ortodossi nel mondo, l'eventuale riconversione "spingerà i cristiani in tutto il mondo contro l'Islam". Quello greco Yeronimos accusa il governo turco di "giocare" con i simboli religiosi. Il russo Kirill scongiura Erdogan: "Faccio un appello al buon senso della leadership turca affinché venga preservato lo status attuale. È un preciso dovere di ogni Stato mantenere un equilibrio, riconciliare le parti che compongono la società e non aumentare lo scontro".
La Commissione Europea in una nota quasi asettica ricorda come Santa Sofia sia un simbolo di dialogo interreligioso e interculturale. Il Vaticano non ha espresso reazioni ufficiali, per ora: parla l'agenzia cattolica Fides, rilanciando le apprensioni di cui si è fatto interprete il metropolita Hilarion Alfeyev, capo delle relazioni esterne del Patriarcato di Mosca: "Stiamo seguendo da vicino con serie preoccupazioni".
Mercoledì prossimo, 15 luglio, è il quarto anniversario del colpo di Stato fallito contro Erdogan. I fedeli locali, e gli ultranazionalisti, si preparano a celebrare l'evento. "Tutti a pregare ad Aya Sofya", è la parola d'ordine del raduno.