Rifugio Albania: nei Balcani in fuga dall'incubo Covid
MURIQAN (CONFINE TRA ALBANIA E MONTENEGRO) - In fuga verso un’ipotetica salvezza sanitaria, i montenegrini attraversano a frotte la frontiera situata a poche centinaia di metri dal malconcio villaggio albanese di Muriqan, dove in mezzo a tralci di vite che portano grappoli d’uva già matura si erge un piccolo minareto recentemente imbiancato. Scene analoghe accadono con i kosovari che entrano a Kukes e con i macedoni del Nord che arrivano a Pogradec, tutti spaventati dall’aggressiva recrudescenza del Covid-19 nei rispettivi Paesi.
Nei Balcani funestati dalla recente esplosione di contagi, l’Albania è un avamposto ancora relativamente sicuro. Qui si registrano meno casi di positività che altrove, tanto da non farla rientrare nell’ordinanza con cui la settimana scorsa il ministro della Salute Roberto Speranza ha aggiunto Serbia, Montenegro e Kosovo alla lista dei Paesi a rischio per l’Italia.
Tirana ha deciso di non chiudere i suoi confini con i Paesi vicini. È vero, hic sunt leones, ma come ci spiega la ministra della Salute, Ogerta Manistirliu, le frontiere sono presidiate da personale medico che esegue rigidi controlli su chiunque voglia entrare in Albania. «Anche noi siamo rimasti sorpresi dall’aumento di contagi dopo un periodo di progressivo calo dei casi che aveva fatto credere in un rapido esaurimento dell’epidemia. Eppure avevamo adottato il lockdown dai primi casi sospetti, e a maggio contavamo soltanto un paio di casi al giorno», dice ancora. «Ma quando abbiamo riaperto tutte le attività, buona parte della popolazione non s’è comportata in modo adeguato».
Secondo il regista Zef Nicolla, ai governi della regione la situazione è sfuggita di mano. «Eppure avevano tutti reagito con fermezza e tempestività, con un coprifuoco nel weekend in Albania, con le ronde militari in Serbia e con la divulgazione dei nomi delle persone in quarantena in Montenegro». Ma tutto ciò è servito a poco, perché una volta finito il confinamento, kosovari, serbi, bosniaci o romeni hanno ricominciato a vivere come facevano prima della pandemia. «In molti di questi Paesi ex comunisti la gente s’è facilmente piegata alle regole restrittive imposte dalle autorità. Poi, però, ha interpretato il ritorno alla normalità come una rivoluzione sociale e non ha seguito i protocolli suggeriti dai medici. La forte ripresa dei contagi è anche dovuta al fatto che nei Balcani c’è una grande percentuale di no-vax e di negazionisti che non segue le raccomandazioni degli scienziati se non conn una pistola alla testa». C’è infine chi spiega l’impennata dei casi con il fatto che si è semplicemente cominciato a fare più tamponi sulla popolazione, il che ha prodotto cifre da primato, come in Romania dove nelle ultime 24 ore si sono registrati 1030 nuovi casi, come in Serbia dove ci sono stati 430 casi e 8 morti o come in Macedonia del Nord che è diventata la nazione dell’area con il più alto tasso di decessi per milione di abitanti.
Fatto sta che in tutta la regione le conseguenze sociali provocate dal coronavirus potrebbero rivelarsi drammatiche perché si tratta di Paesi che sono ancora poco connessi tra loro in termini d’infrastrutture e di scambi commerciali, e che erano appena usciti dalla lunga recessione provocata dalla crisi del 2008. Il Covid ha distrutto questa ripresa. In Albania, Montenegro e Croazia, dove il turismo rappresenta più del 20% del Pil, secondo dati pubblicati lo scorso 10 luglio, il numero degli arrivi è diminuito del 96%. Come se non bastasse, la maggior parte di queste economie dipende essenzialmente dagli investimenti dell’Europa occidentale che il coronavirus ha fortemente diminuito, così come sono molto calate le rimesse delle diaspore che contribuivano ad assicurare il benessere nelle famiglie, aumentando i loro introiti anche del 20%.
Se i Balcani riuscissero a domare in fretta la pandemia, l’economia dovrebbe ripartire già dall’anno prossimo, ma il gap con l’Occidente continuerà comunque ad allargarsi, anche perché un albanese guadagna solo il 31 % del salario medio di un francese o di un tedesco. In questa regione che fa da cerniera tra due continenti, dove la transizione democratica è ancora incerta e dove si fa sempre più pesante l’influenza di Mosca e Pechino, il ruolo dell’Unione europea è fondamentale. E non lo è solo per far ripartire l’economia ma anche per aiutare i diversi Paesi balcanici a stabilizzare i valori sui quali è essa stessa fondata.