L’incontentabile Conte e la nostalgia bianconera
Nei folli amori di Antonio Conte volano gli stracci, decolla il vasellame, si gonfiano parole. Chi lo sposa, sa cosa si porta in casa. La passione è grande, la tempesta sicura. Perché questo è un uomo chiaro e scuro come un temporale, bianco e nero. Più che altro: bianconero. Sempre stato così.
Sembrava un ragazzino quando già sbraitava a Siena, "ci criticano sempre, frustrati!, invece dovrebbero ringraziare il Signore se Conte allena qui, io difendo a spada tratta la squadra e il mio lavoro che è un grande lavoro". Nel sottosuolo emotivo di Antonio, nulla sta mai fermo. Schema fisso: lui contro tutti. Variante tattica: tutti contro lui. Che sia l'Atalanta o la Nazionale, il Bari o la Juve, il Chelsea e adesso l'Inter, arriva puntuale il momento dello sfogo.
Urla vere e lacrime metaforiche, come a Bari quando rescisse un contratto appena firmato: "Sono venuti a mancare i presupposti, io volevo la A ma con le mie idee". Voleva, più che altro, dieci nuovi acquisti. Alla Juve gli sarebbe bastato Cuadrado, oggi uno della catena di montaggio degli scudetti (il via libera alla sua cessione ai bianconeri lo diede l'allenatore del Chelsea Antonio Conte). "Quando ti siedi in un ristorante dove si pagano 100 euro non puoi pensare di mangiare con 10 euro", la frase cult con cui chiedeva spese per l'Europa. Ingeneroso.
Sbatté la porta a luglio, in pieno ritiro, in faccia a un Agnelli e questo non si fa. Era il 2014 e accadde dopo tre scudetti, il primo dei quali memorabile. Un'estate fa. Conte sarebbe tornato alla Juventus anche a piedi, mandò messaggi chiarissimi ma pagò il prezzo di quella porta in faccia. Il club non ha cambiato idea sul suo ritorno, ma intanto il destino di Sarri è piuttosto in bilico, se fallisce in Champions se ne andrà. E questo alimenta la nostalgia di Antonio per la Signora, e la voglia di tornare.
Scegliere Conte significa prendere di lui il moltissimo bene e il non trascurabile male. Pacchetto completo, e prima o poi l'attacco ai dirigenti arriva, che siano cinesi, torinesi oppure azzurri. Novembre 2014, la Nazionale ha appena sconfitto a fatica l'Albania in amichevole e Conte si scatena: "Questa squadra è un fastidio, non la difende nessuno! Quando cominciamo ad avere amore per la maglia azzurra?".
Lui solo dietro la diligenza e gli indiani attorno, in un carosello di frecce. Tipica sindrome da accerchiamento, persino più di Mourinho. Quando allenava la Juve se la prese con il cittì Prandelli, da cittì si è scontrato con mezza serie A, Juve compresa, perché nessuno collaborava alla causa azzurra. Non è sempre facile mettere d'accordo Conte con Antonio.
Ad Arezzo, visse con Sarri un incrocio di destini degno di Italo Calvino: dopo un pessimo avvio venne esonerato il 31 ottobre 2006 e sostituito da Maurizio Sarri, poi fu richiamato il 13 marzo 2007 subentrando allo stesso Sarri e ritrovando la squadra ancora all'ultimo posto. Retrocederà, sfiorando l'impresa.
All'Atalanta si dimise con 13 punti in 13 partite, non proprio in letizia. Eppure vince, eppure è molto bravo e i giocatori lo adorano. "Antonio vale almeno 10 punti in più a stagione, e mi tengo basso" dice uno juventino della vecchia guardia. Nessuno a Torino, dove Conte vive, ha smesso di rimpiangerlo: "Perché lui è più juventino di tutti noi messi insieme".
Antonio non si adatta, non si accontenta. Mai. Anche al Chelsea è finita tra stracci volanti e piatti contro il muro. Il Chelsea, guarda caso un'altra squadra dei destini incrociati tra lui e Sarri. Qui si è andati addirittura davanti al giudice che alla fine ha dato ragione a Conte, risarcito per licenziamento ingiusto. Chi si separa da Antonio dopo averlo tanto amato, sa anche che gli dovrà pagare gli alimenti.