Il caso del giorno

Duke Energy annette Progress Energy
e diventa numero 1 nell'energia Usa

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MILANO - Il 2011 nell'energia elettrica statunitense comincia frizzante, per l'annuncio che i produttori Duke Energy e Progress Energy uniranno le attività. La fusione, di cui si vociferava da tempo, avverrà sulla base di uno scambio azionario, creerà il numero uno del settore Oltreoceano, con una capitalizzazione di 37 miliardi di dollari. Secondo le prime anticipazioni, la valorizzazione della preda Progress potrebbe aggirarsi sui 13,7 miliardi. Il polo nascente conserverà il nome di Duke Energy e avrà un valore, tra capitalizzazione e debiti, attorno a 65 miliardi, con una capacità di produzione sui 57 Gigawatt, interamente generati da numerose centrali a carbone e a gas naturale. La futura Duke Energy, però, mira anche a sviluppare fortemente l'offerta di energia nucleare, per diventare il primo operatore americano nelle centrali ad atomo. Il gruppo in formazione avrà 7,1 milioni di clienti, diffusi soprattutto negli stati federali del North Carolina (dove ha sede il gruppo acquirente), South Carolina, Florida, Indiana, Kentucky e Ohio.

Secondo i termini dell'integrazione, che dovrebbe concludersi alla fine del 2011, le azioni di Progress concambiate a 44,72 dollari, un premio del 4% rispetto alla quotazione che la società aveva il 7 gennaio. "La nostra industria sta entrando in una nuova fase nella quale dobbiamo investire in nuove tecnologie più efficienti, per ridurre gli effetti negativi sull'ambiente - ha detto Jim Rogers, presidente e amministratore delegato di Duke - Fondendo queste società, possiamo fare di più per i nostri clienti, creare valore per i nostri azionisti, e continuare a crescere".

L'operazione è stata annunciata quasi in sincrono con un altro merger, in cui l'americana Dupont ha offerto 5,8 miliardi di dollari per la società alimentare danese Danisco. E se il buongiorno si vede dal mattino, il 2011 potrebbe essere l'anno del ritorno delle grandi acquisizioni. L'anno appena chiuso, infatti, ha visto completarsi solo una ventina di acquisizioni da circa 10 miliardi di dimensioni - e diverse sono saltate, specie per problemi connessi ai finanziamenti delle operazioni - contro quasi 40 del 2007, l'anno di picco prima della crisi finanziaria. "Quest'anno le cose potrebbero andare diversamente, perché le società hanno fondi a disposizione e sono maggiormente intenzionate a cogliere le opportunità in circolazione - ha detto a Bloomberg Jacques Buhart, di Herbert Smith Llp - ci saranno più pressioni perché le società investano la cassa, oltre al fatto i gruppi più strategici avranno la capacità di finanziarsi e molte delle società nel mirino trattano in Borsa a multipli convenienti".