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La pagina nera degli yacht Aicon
stop in Borsa e rischio fallimento

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Aicon corre veloce verso il fallimento. Veloce almeno quanto il crollo del titolo in Borsa e probabilmente più veloce delle vendite dei suoi yachts. Un fallimento - a meno di colpi di scena - annunciato. Almeno a giudicare dalle decisioni dell'ex amministratore delegato e azionista di maggioranza Lino Siclari. L'imprenditore messinese che avrebbe potuto garantire all'azienda la liquidità necessaria per proseguire il percorso di ristrutturazione, ma che continua a tirarsi indietro.

Il nuovo ad, Salvatore Candido, aveva chiesto il 15 luglio 3 milioni e il 25 luglio Siclari annunciò che avrebbe fatto la sua parte. Peccato che nelle casse della società sono entrati solo 300mila euro. Troppo poco per garantire la continuità aziendale. E così questa mattina Borsa Italiana ha sospeso a tempo indeterminato il titolo. Quanto meno per evitare che qualche piccolo investitore potesse farsi altro "male".

E sì perché fino ad oggi gli azionisti non sono stati propriamente ricompensati dal valore delle azioni, come aveva promesso al momento della quotazione Siclari. L'imprenditore che in questi quattro anni ha promesso molto e mantenuto poco. Con il sostegno delle banche che lo hanno accompagnato in Borsa: Unicredit e Credit Suisse che nel 2007 valutarono la società 20 volte l'ebitda portando nelle casse delle società 36,9 milioni, in quelle dell'azionista 106,6 milioni.

Lo stesso azionista che prima non ha provato la strada del delisting (la capitalizzazione è crollata fino a 13 milioni), poi non ha versato nelle casse della sua stessa azienda neppure i 3 milioni necessari al salvataggio. Meno del 3% di quanto guadagnato. Pochi anni fa. E a quanti gli chiedevano il perché di un prezzo così alto l'imprenditore si limitava a replicare che si trattava di multipli calcolati alla chiusura dell'esercizio in corso.

Numeri che "vanno giudicati sulle prospettive. Tutto sarà chiaro alla fine del primo semestre". Infatti nei primi mesi di Borsa il titolo ha perso il 25% nonostante Unicredit sponsor, specialist e global coordinator dell'Ipo avesse sostenuto il titolo con report brillanti (e incuranti dei cali di Borsa): tra ottobre e novembre la banca di Piazza Cordusio ha portato il target price da 5,6 e 6,3 euro mantenendo il giudizio "buy" comprare.

Eppure il titolo in quel periodo si è mosso sempre sotto i 4 euro. Insomma, che non sarebbe stato il successo annunciato da banche e azionisti era chiaro. Ma nessuno immaginava il tracollo successivo del 7 dicembre 2007. Lo stesso in cui Unicredit confermava il target price a 6,3 euro (buy), i revisori di PricewaterhouseCoopers rilevavano una serie di anomalie di bilancio che facevano crollare il titolo a 2,27 euro. L'inizio del tracollo. Un calvario per una società travolta dai debiti e con un piano industriale assolutamente insostenibile.

A giugno l'estremo tentativo di salvataggio. L'accordo con le parti sindacali e un piano di sviluppo al 2015 all'insegna del controllo dei costi. Un piano economico cui servivano 3 milioni euro. Tre milioni che l'imprenditore ha preferito non versare.