L'antidoto al populismo
di Maurizio MolinariSpinto da almeno 75 milioni di voti, Joe R. Biden Jr è stato eletto 46° presidente degli Stati Uniti sfrattando dalla Casa Bianca Donald Trump, ridisegnando la mappa politica nazionale e dimostrando che il populismo può essere sconfitto nelle urne: la sua prima missione è riunificare l'America ma lo attende anche la sfida di riconquistare la leadership dell'Occidente.
L'entità del verdetto elettorale è nell'imponenza dei numeri: il record di 160 milioni di votanti e le preferenze senza precedenti per un candidato - superiori anche a quelle ottenute da Barack Obama nel 2008 - descrivono il valore di un referendum che ha avuto in palio l'identità stessa della nazione.
Biden ha vinto perché ha saputo rappresentare l'America determinata a rigettare Trump e il suo approccio conflittuale alle proprie istituzioni ed ai propri principi. Proprio lì dove in questi quattro anni Trump ha causato profonde ferite alla nazione, Biden ha saputo costruire una coalizione che va da "l'ala liberal dei democratici" - come la chiamava Ted Kennedy - ai giovani progressisti delle metropoli, da donne e minoranze rappresentate dalla vice Kamala Harris agli operai bianchi della "Rust Belt" fino alle famiglie di militari, moderati, centristi, indipendenti e perfino repubblicani in fuga da un partito in cui non si riconoscevano più.
Nato in Pennsylvania in una famiglia cattolica irlandese, cresciuto in Delaware nel ceto medio bianco, veterano del Senato di Washington - dove è stato artefice di intese bipartisan - e per otto anni vice del primo presidente afroamericano, Biden somma in sé i molteplici volti dell'alleanza riuscita a strappare a Trump voti bianchi decisivi nel Mid-West - Michigan, Wisconsin e Pennsylvania - e intere roccaforti repubblicane come l'Arizona. La mappa politica della nazione ne esce radicalmente ridisegnata, con i democratici nel ruolo di partito cerniera fra liberal e moderati, fra bianchi e minoranze, accomunati dal totale rigetto del movimento di protesta di Trump.
C'è in questo una lezione che viene dall'America a cui per l'Europa è opportuno prestare attenzione: il populismo non è un destino inesorabile, può essere sconfitto nelle urne e l'antidoto più efficace viene dalla coesione attorno ai principi identitari che distinguono ogni nazione. E che Biden ha trovato nell'eredità del repubblicano Abramo Lincoln sul valore di "riunificare la casa divisa", lo stesso su cui Obama costruì la propria presidenza.
Per questo, la prima e più urgente missione di Biden è "perfezionare l'Unione" - come recita la Costituzione redatta dai Padri Fondatori - ovvero unificare l'America lacerata da quattro anni di conflitti populisti. Parole e gesti del presidente eletto già descrivono questo intento: la scelta della "prudenza" nell'attendere il risultato per calmare gli animi, l'invito a "non considerare gli avversari come nemici" per porre le basi della riconciliazione, la sfida di "considerarci tutti americani" per aprire la strada ad un'amministrazione democratica destinata a includere anche repubblicani e indipendenti per ricostruire la coesione pure al Congresso di Washington fra maggioranza e opposizione. Ma per Biden non sarà facile riuscire nell'impresa perché da un lato la sconfitta di Trump non è certo la sconfitta del trumpismo - 71 milioni di voti raccolti, smentendo i sondaggi, indicano che il sostegno popolare è ancora assai forte - e dall'altro l'ala più radicale dei progressisti tenterà di spingere il presidente su posizioni estreme in cerca di pericolose vendette ideologiche. Per sfuggire a questa morsa Biden non ha molto tempo a disposizione perché incombe un'agenda dominata da urgenze di dimensioni epocali: debellare la pandemia, risollevare la crescita, rispondere alla sfida strategica di Cina e Russia.
Ma non è tutto perché il presidente degli Stati Uniti è anche il "leader del mondo libero" e guidare la più grande, potente e ricca democrazia del Pianeta impone a Biden di riconquistare in fretta un ruolo di leadership dell'Occidente - nella politica come nell'economia - attingendo all'eredità della generazione che ha vinto la Guerra Fredda per affrontare l'agenda globale: dalla protezione del clima alla ridefinizione delle istituzioni economiche internazionali, dai diritti digitali alla lotta al terrorismo. Non a caso quando parla di sé stesso, il 77enne Biden si definisce un "leader di transizione" fra l'esperienza del Novecento e le sfide del XXI secolo.