Il podcast di Molinari

di Maurizio Molinari

L’Italia, il mondo. La nostra vita. I commenti di Maurizio Molinari. Anche in versione podcast

Il voto sul Colle e la doppia emergenza

A inizio febbraio il capo dello Stato, Sergio Mattarella, diede a Mario Draghi l'incarico di formare il governo affidandogli il compito di guidare il Paese per affrontare due emergenze senza precedenti: la lotta alla pandemia Covid 19 e la ricostruzione economica più vasta dal Dopoguerra. A quasi dieci mesi da allora il governo Draghi ha ottenuto importanti e visibili progressi su entrambi i fronti, ma le emergenze restano tali.

Sul fronte della lotta alla pandemia, la campagna di vaccinazione affidata al generale Francesco Paolo Figliuolo ha risolto gravi problemi logistici e superato seri ostacoli scientifici riuscendo a immunizzare oltre l'85 per cento dei cittadini e a creare un sistema di sicurezza collettiva - basato sul Green Pass - che gran parte dei Paesi europei ci invidia e non pochi stanno tentando di imitare. Ma l'arrivo della pericolosa variante sudafricana "Omicron", con le sue oltre 32 mutazioni, obbliga l'intera Unione Europea - Italia inclusa - a fare i conti con un nuovo scenario della pandemia ovvero il rischio che dai Paesi con livelli di vaccinazione bassi o inesistenti possano arrivare versioni del virus talmente aggressive da rimettere in discussione le protezioni garantite dai vaccini considerati più sicuri, booster inclusi.

Più in generale, ciò significa che il summit del G20 a guida italiana, svoltosi di recente a Roma, ha indovinato nell'indicare la necessità dei Paesi ricchi di donare ingenti quantità di vaccini ai Paesi poveri. Ma tutto ciò sta avvenendo troppo lentamente e dunque la pandemia ha tempo per radicarsi, ad esempio, nell'Africa Australe, per poi tornare a minacciare la sicurezza di Stati Uniti e Unione Europea, Italia inclusa. Le implicazioni per la campagna vaccinale coordinata da Draghi, sotto la responsabilità del ministro Speranza e del generale Figliuolo, sono immediate: bisogna accertarsi che i cittadini già vaccinati siano protetti anche da Omicron, che i non vaccinati non ne diventino vettori di trasmissione e che il sistema di sanità nazionale abbia gli strumenti per affrontare il nuovo avversario.

Per non parlare della necessità, a livello di premier, di eseguire gli accordi del G20 con la velocità necessaria per trasferire da Usa ed Europa in Africa e Asia quantità imponenti di vaccini davvero efficaci. Ovvero, il pericolo Covid 19 per noi è tutt'altro che al tramonto, lo stato di emergenza nazionale a fine anno dovrà probabilmente essere rinnovato e l'intera Ue resta vulnerabile al virus con l'Italia nella posizione di poter fare la differenza grazie al know-how sanitario maturato dal fatto di essere stato il Paese colpito prima e dunque con la maggiore esperienza sul campo contro il feroce nemico invisibile.

Sul fronte della ricostruzione economica la situazione è per molti versi simile perché se il governo Draghi è riuscito a ottenere la maggioranza dei fondi - aiuti e prestiti - del "NextGeneration Eu", dotandosi di un Recovery Plan in piena sintonia con la Commissione Europea e con i parametri stabiliti da Bruxelles, dall'inizio del 2022 si tratterà di dimostrare di saper spendere gli stanziamenti ricevuti, pena la loro riduzione o addirittura il blocco. Le grida di allarme sollevatesi nelle ultime settimane da numerose amministrazioni del Sud - città e Regioni - lasciano intendere come quasi metà del Paese non è in grado neanche di redigere i progetti necessari per ricevere gli stanziamenti Ue. Per non parlare della situazione in cui versano alcuni dei ministeri a Roma, anch'essi in difficoltà nella fase di definizione di progetti, tempi di realizzazione e spesa.

Ciò significa che se il 2021 si chiude con un'Italia in grado di vantare, in Europa e in Occidente, legittimi risultati tanto sulla lotta al virus che sul fronte della ricostruzione, il 2022 si annuncia con una partenza da far tremare i polsi, tutta in salita per la combinazione fra una pandemia alimentata da varianti in arrivo da Paesi senza vaccini e un "Piano nazionale di ricostruzione e resilienza" che minaccia di rallentare prima ancora di iniziare, esponendoci al rischio di dover ammettere l'incapacità di spendere i fondi ricevuti.

È questo scenario di una perdurante doppia emergenza che deve suggerire a tutte le forze politiche presenti in Parlamento estrema prudenza e consapevolezza quando si tratterà di scegliere il nome del nuovo presidente della Repubblica, con relative conseguenze sul piano politico. La girandola di nomi per il Quirinale che continua a tenere banco è infatti accompagnata da ogni sorta di speculazioni su alleanze e interessi politici - di ogni matrice possibile - nella totale assenza di valutazione del quadro generale del nostro peculiare interesse nazionale. Che resta, intatto, quello del febbraio scorso.

Ovvero, per affrontare l'emergenza pandemia e ricostruzione economica nel 2022 con la stessa efficacia dimostrata nel 2021 le forze politiche dovranno dimostrare di affidarsi a personaggi, accordi e programmi capaci di continuare a garantire forte stabilità interna e grande credibilità internazionale. Altrimenti i risultati finora ottenuti andranno velocemente perduti, il populismo aggressivo dei No Vax se ne gioverà, torneremo ad allontanarci dall'Europa e le nostre istituzioni repubblicane ne usciranno gravemente indebolite.
 

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