Il podcast di Molinari

di Maurizio Molinari

L’Italia, il mondo. La nostra vita. I commenti di Maurizio Molinari. Anche in versione podcast

Quirinale, l'Italia in bilico

Da lunedì 24 gennaio 1.009 Grandi elettori si riuniscono a Roma per eleggere il XIII presidente della Repubblica italiana ma il loro voto si distingue da ogni precedente per quattro elementi di assoluta, convergente novità: si svolge durante una pandemia globale che ha ferito il Paese; ha per protagonista un Parlamento lacerato, indebolito e mai tanto difficile da governare; un'opzione verosimile è l'inedito trasferimento al Colle dell'attuale premier; coincide con un quadro internazionale ed europeo segnato dal rischio di una crisi militare in tempi stretti in Ucraina fra Russia e Nato. Ognuna di queste novità genera situazioni con ben pochi precedenti che deputati, senatori e delegati regionali sono chiamati a considerare quando, nel segreto dell'urna, voteranno sulla più alta carica dello Stato. La pandemia è, per numero di vittime ed entità delle devastazioni economiche, la maggiore catastrofe attraversata dalla nostra nazione dalla fine della Seconda guerra mondiale. Dunque determina una situazione di emergenza che comporta un succedersi di decisioni vitali per la salute dei cittadini e la ricostruzione economica: da qui l'esigenza di rinnovare, e non affondare, la vasta coalizione che ha finora sostenuto il governo Draghi dal momento della sua creazione, per scelta del presidente Mattarella, a inizio febbraio scorso. La più vasta coalizione possibile non ha alternativa in questo momento perché rinunciarvi significherebbe diventare più deboli davanti alla perdurante minaccia del Covid 19 e più incerti nella gestione dei fondi del Next Generation Eu, indispensabili a risollevare l'economia. Da qui l'imperativo per i Grandi elettori di scegliere un nome di presidente che renda più forte, coesa ed estesa l'attuale maggioranza politica. Perché "rappresentare l'Unità della nazione", come chiede la Costituzione, non potrebbe essere oggi più necessario e indispensabile. Liquidare a cuor leggero la rara coesione politica registrata attorno al governo Draghi sarebbe, da parte dei partiti, l'errore più grande. La seconda novità è la lacerazione interna di gran parte dei gruppi parlamentari come risultato di una legislatura che vide nelle politiche del 2018 vincere le forze della protesta - Lega e Cinquestelle - generando un governo congiunto populista-sovranista, poi seguito da un esecutivo ibrido - guidato da M5S e Pd - e infine da una vasta coalizione affidata ad un premier tecnico europeista come Mario Draghi che non potrebbe essere più lontano dalla protesta anti-istituzionale. Ovvero, tali e tanti cambiamenti hanno prodotto un Parlamento dove i leader non controllano gran parte dei loro eletti, le correnti politiche e personali dominano, il gruppo Misto è diventato il più grande di sempre e di conseguenza il rischio di candidature settarie, scelte tribali e litigi ideologici si trasforma nella minaccia maggiore. Ponendo ogni Grande elettore al bivio fra scegliere l'interesse collettivo oppure gli istinti più egoistici. Ma non è tutto perché la terza novità - la possibile elezione al Colle dell'attuale presidente del Consiglio - pone la necessità di una doppia delicata trattativa fra i partiti politici, tanto sul nuovo Capo dello Stato che sull'eventuale nuovo premier, moltiplicando le difficoltà. Incluso lo scenario di possibili elezioni anticipate se non si trovasse l'intesa sul nome del premier. Senza contare il fatto che in alcuni osservatori e costituzionalisti il trasloco del premier al Colle può generare una svolta de facto - o per inerzia - verso il sistema semi-presidenziale. E ancora: gli oltre centomila soldati russi schierati da Vladimir Putin attorno all'Ucraina fanno temere a Kiev l'imminenza di un'invasione in piena regola a cui gli Stati Uniti e la Nato hanno già promesso di rispondere con le sanzioni più dure di sempre, aprendo lo scenario imprevedibile di una crisi armata nel cuore dell'Europa che avrebbe ripercussioni inevitabili anche sul nostro Paese. Siamo insomma arrivati al momento in cui si tratta di scrivere l'ultimo capitolo di una legislatura dominata dalla velocità degli sconvolgimenti politici, nel quadro di una crisi globale senza precedenti, e le incognite sul voto presidenziale sono ancora talmente tante da far oscillare il Paese fra scenari opposti: il rafforzamento della stabilità interna e della credibilità internazionale ritrovate negli ultimi undici mesi e il ritorno di una instabilità endemica capace di mettere a rischio sicurezza sanitaria e ricostruzione economica. È una situazione di bilico tanto più preoccupante perché costellata da prese di posizioni di leader e partiti che - salvo poche eccezioni - sembrano ispirate a perseguire obiettivi tattici di breve e brevissimo termine anziché la tutela degli interessi strategici del Paese nel medio-lungo termine. Poiché siamo una democrazia parlamentare a decidere quale strada intraprenderemo saranno i Grandi elettori ovvero donne e uomini che ne dovranno rispondere non solo ai rispettivi leader e partiti ma in ultima istanza al Paese intero, ed a loro stessi. A fare la differenza, nel segreto dell'urna, sarà la responsabilità personale ovvero quanto ognuno riuscirà a far prevalere l'interesse nazionale. Deve però essere ben chiaro che quella a cui andiamo incontro non è solo la scelta di un nome per il Quirinale ma qualcosa di più vasto e impegnativo: rafforzare la riconquistata stabilità del Paese, ovvero la più importante eredità del settennato di Sergio Mattarella, per affrontare con maggiore sicurezza le scelte difficili che incombono oppure tornare a scivolare in un'instabilità cronica destinata a rimettere in gioco i populisti di ogni matrice e colore. Ecco perché l'Italia è in bilico.

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  • Copiato negli appunti https://puntoitalia.online/rubriche/il-podcast-di-molinari/2022/01/22/audio/quirinale_litalia_in_bilico-423102514/

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